martedì 22 dicembre 2009

Giorno 21: Ritorno a casa (Z)


Ci siamo. Cavoli, è difficile persino raccontarti come sarà questo saluto. Lascio la mia Luna e torno ad occuparmi delle mie piccole cose sul Pianeta. Ti ho descritto tante volte come ci si sente a stare qua, le senzazioni che ho provato, le cose che ho visto, di un'infinita bellezza e di immenso coraggio. Ricordo il primo giorno in cui sono arrivato quassù. Mi sentivo tremendamente solo, mi faceva un gran freddo e non riuscivo a smettere di piangere. Trascinavo dietro di me un'enorme valigione, pieno di tante cose che dovevo riparare, alcune delle quali sono finite a fluttuare nello spazio infinito. Avevo una sveglia, che scandiva i secondi di ogni mio pensiero. Avevo un cuore, il tuo ed un altro, il mio, che si erano fusi e che ho dovuto scollare l'uno dall'altro con tutta la pazienza di cui sono a conoscenza. Avevo un libro non finito, che adesso è chiuso in una grande busta gialla, pronto per essere consegnato nelle mani di un consiglio di saggi che lo timbrerà e lo farà diventare parte della storia di tutti noi. E nella valigia, emozioni come foulards, di tutti i colori, così leggeri ed impalpabili...ed una coperta per le notti fredde, una di quelle grandi trapunte a quadri e su ogni quadro un giorno della mia vita, così che la trapunta riusciva a coprire tutta la Luna e si intrecciava magicamente con qualche stella. Già, le stelle. Le meravigliose stelle, che mi hanno illuminato ogni istante del giorno e della notte e che mi hanno riscaldato, quando mi stringevo nelle ginocchia, infreddolito. E poi una foto, fatta controluce, di te che passeggi per le strade della tua città, raccolta nel cappotto, guardando distrattamente le vetrine, con una lacrima che ogni tanto riga il tuo angelico viso. Poi le lacrime sono finite e un sorriso beffardo si è stampato sulle tue labbra. Allora ho smesso di guardarti ed ho cominciato a guardare l'immagine di Te che avevo dentro ed ero arrabbiato, triste, mi sentivo tradito e deluso. Poi ho capito che tu avevi fatto per me più di chiunque altro, dandomi la possibilità di scorgere il mio più grande limite: la fretta di vivere. Quanto ho corso, verso di te e lontano da te, allo stesso tempo. Fretta, paura, sfiducia. Gli uomini sono cattivi, il mondo è cattivo e tu? Tu sei solo una persona che prova a fare del suo meglio e per questo meriti il mio affetto ed il mio rispetto. Io ho fatto del mio meglio e continuerò a farlo, ma con più calma, perchè la mia corsa, quella che ho fatto fino a qua, trovi un senso nella tranquillità di un respiro lungo e meditato.


Così ti lascio, piccola Luna e una lacrima bagna la tua terra sincera. Grazie. Sei stata la migliore amica che potessi avere in un giorno così poco illuminato e sfocato come questo. Torno sulla Terra, più grande, più ricco ed il mio viaggio a piedi ricomincia, lungo le sponde di quell'enorme mare di gente che mi guarda e che spesso si meraviglia. Che bello, c'è ancora qualcuno capace di meravigliarsi. Ma stasera, dal mio lettino, prima di addormentarmi, ti cercherò nel Cielo e ti saluterò. Come due vecchi amici. A presto.



lunedì 21 dicembre 2009

Giorno 20: Viaggio


Due giorni e partirò, destinazione Terra. Il viaggio è stato lungo, due intere settimane lontano da te, da tutti e da casa mia. Ma il viaggio più lungo, quello che non è ancora finito, sta tutto nella mia mente. Mi ha trasformato in qualcosa di leggermente diverso da quel che sono stato durante l'ultimo anno. Ieri, poco prima di addormentarmi sotto la costellazione del Sagittario, che splendeva, ho pensato che sono successe davvero tante cose e molte di queste le ho affrontate nella maniera sbagliata, lasciando che si accumulassero e diventassero un bolo difficile da smaltire. Non ci sono stati picchi di intensa gioia, lunghi momenti di calma e serenità, questi sì, eccome. Ma anche e soprattutto momenti difficili, pieni di domande e senza risposte, momenti nei quali mi sarei dovuto fermare e riflettere, respirare. E invece ho proseguito diritto come un treno. Penso a tutte le persone che ho ferito e alle quali ho lasciato l'amaro in bocca. Penso a tutte le volte nelle quali avrei potuto fare sforzi maggiori e quelle nelle quali mi sarei dovuto attestare qualche metro prima della meta, per mostrare rispetto verso coloro i quali magari intendevo aiutare, ma che in realtà ho travolto con presunzione e zelo eccessivo. E poi ci sei tu. Non ti ho capita, non ti capisco ancora adesso, ma ti voglio un gran bene. Perchè comunque sei stata importante, lontana ed impalpabile, ma presente. Non ti ho creduta, ancora adesso non riesco a darti fiducia, ma provo affetto per te. Forse lo provo per l'immagine che ho dipinto dentro di me. Ma non è il caso adesso di pensare a tutto questo. In futuro le cose cambieranno ed allora vedremo la luce. Dunque, viaggi iniziati e lasciati a metà, o intrapresi stando fermi, o fatti muovendosi con il solo corpo. Ciò che rimane essenziale è il fatto di muoversi, di lasciarsi molto spazio di manovra, di darsi la facoltà di allargare le braccia e misurare l'aria che abbiamo intorno. Poi prendere un volo, partire ed andare lontano, varcare miriadi di confini ed uscire dal proprio orto. Affrontare culture diverse, mondi e lingue sconosciuti, mangiare, bere e vivere la vita in mille altre maniere, senza la classica paura del turista, quella di apparire goffo ed impacciato e suscitare l'ilarità degli indigeni. Quello accadrà sempre, almeno le prime volte. Andarsene e tornare sempre meno spesso, per capire il valore della nostra elasticità, della capacità di smontare e ricostruire l'esistenza, sempre tenendo fede a ciò che si è nel profondo, senza dover stravolgere la centralità di un Io che chiede a gran voce il confronto continuo, la novità, l'inaspettato e lo sconosciuto. Ma che sia un viaggio reale, vissuto in ogni istante come il sapore di un cibo che portiamo alla bocca e che ci ricorda profumi e colori delle nostre radici. Semplicemente, senza paura, senza pregiudizio. Sto arrivando, Natale è vicino.

domenica 20 dicembre 2009

Giorno 19: Umiltà


Stasera è una serata strana. Fredda, ferma, illuminata dai bagliori delle stelle. Un clima familiare. Sto preparando il mio sacco, mi metto avanti con il lavoro. Fra poco tornerò sulla Terra. Sono commosso, perchè lascio questa mia Luna, che con la sua semplicità, il silenzio, la terra e i suoi odori mi ha regalato momenti di grande compagnia e complicità. Ho pensato tanto, da quando sono quassù, ho vissuto momenti di incredibile intensità emotiva, li ho sentiti tutti. Lei ha curato le mie malinconie, le mie tristezze, asciugato le mie lacrime, chiarito i dubbi su me stesso. Se fra poco sembrerò un uomo diverso, lo dovrò anche a lei. Intanto, guardo la Terra alle mie spalle. Ti vedo, lo sai? Sei indaffarata, perchè Natale sta arrivando e tu hai tante cose da fare; ci sono un sacco di persone sorridenti che bussano alla tua porta, con grandi regali e grandi abbracci. Il Natale è magico, è un momento in cui, volente o nolente, ti trovi di fronte a te stesso e capisci un sacco di cose. A me quest'anno il Natale ha regalato la capacità di capire l'importanza di chiedere scusa e riconoscere i propri sbagli. Si dovrebbe chiamare Umiltà, questa attitudine, questa qualità che ci siamo dimenticati in tanti. Sono stato presuntuoso tante di quelle volte, durante l'ultimo anno. Incapace di riconoscere che la mia voce sovravastava le altre proclamando un erorre, più errori. E ripenso a tutta la mia esistenza sul Pianeta. Ti ho persa per tanti motivi, forse anche per le tue mezze verità, ma anche e soprattutto perchè non ho saputo chiederti scusa, quando dovevo e quando sbagliavo. Nella conta dei morti, da parte mia ho barato e di questo mi dispiace infinitamente. Avrei voluto che fosse andata diversamente, avrei voluto tante cose per me e per te. Continuerò a volerle, con tutto il mio cuore. Soltanto che non potremo vederle avverarsi insieme. Me lo dicesti tu, è la vita. E' vero e sono comunque contento che sia andata così, perchè ho imparato tante cose. Ho imparato ad attendere, ho imparato a guardarmi attentamente, a non violentare i miei sentimenti e le emozioni. Sono cresciuto e ho recuperato il dono della pazienza. Va bene così. Sono diventato più umile, più silenzioso. Non posso pretendere di avere sempre ragione, il più delle volte mi sbaglio, ma lo faccio solo perchè in quel modo mi sento meno escluso o meno lontano da tutti gli altri. L'Umiltà è silenzio e l'ho mantenuto; l'Umiltà è immobilità e l'ho conservata; l'Umiltà è un pianto seguito da un sorriso e li ho vissuti; l'Umiltà è l'attesa ed io ho atteso. L'Umiltà è amore. Ed io ho imparato.

sabato 19 dicembre 2009

Giorno 18: Tempo


Il tempo è una dimensione che sfugge, divisa come è fra quello biologico e quello interno a ciascuno di noi. Da un punto di vista fisico, noi viviamo il nostro tempo, nasciamo, cresciamo e moriamo come tutte le creature viventi. Quello che crea i maggiori problemi è sempre il tempo interno. A parte la banale constatazione che spesso non ci sentiamo di avere l'età che la nostra patente segnala (cosa vorrà poi dire? Non mi sento di avere 30 anni...cioè? C'è un manuale che indichi cosa si deve o non si deve percepire a 30 anni? Mah, non lo capisco e ovviamente rinuncio), non vedo come il tempo interno possa essere gestito in maniera consapevole. L'unica verità davvero grande è che noi non abbiamo mai il tempo per fare niente, persino quando siamo fermi immobili e chiusi nei nostri pensieri. Ci sembra sempre che stia per scadere il timer che abbiamo programmato per una qualsiasi attivitàn e non si tratta del tempo scandito dalle lancette. Dire ad esempio che entro una certa età si voglia fare una cosa piuttosto che un'altra corrisponde al porsi un inutile limite, che va aldilà della nostra capacità di gestione delle singole questioni quotidiane. Bisogna sempre fare attenzione a mettere delle scadenze, perchè il non rispettarle porta delle enormi delusioni e cali vertiginosi dell'autostima. Il tempo interno esige rispetto e l'unico modo di darglielo è quello di vivere istante per istante come se fosse una vita intera. Retorica? Direi di sì, ma la retorica è la maniera più efficace di esprimere un concetto. Un faro su un'emozione semplice. Bando all'ostracismo dell'arte di parlare. E veniamo alla seconda spinosa questione: il tempo nelle questioni di cuore. Dice che il tempo è un gran dottore: baggianate. Il tempo è come l'acqua per il vino, allunga e distorce il sapore e smorza l'effetto, ma comunque ti fa assumere qualche sostanza che acqua non è. Il tempo ti aiuta a trovare nuove occasioni, a porre delle distanze ultraterrene fra te e chi ti ha fatto soffrire, ma non cura niente. So che domani, come fra un anno, mi mancherai e non per quello che mi hai fatto, ma per i tuoi dolci occhi e la tua infinita timidezza. Poi ti sei un po' persa, hai lasciato correre, ti sei incattivita. Pazienza. Forse il tempo mi farà dimenticare questa tua trasmutazione e mi lascerà soltanto i bei ricordi, le cose a cui sono rimasto attaccato per un così breve tempo, ma che mi hanno regalato momenti di incredibile dolcezza. Ecco, il tempo è un setaccio: divide le parti inutili e lascia andare le sostanze reali. Io sono un poeta mancato e continuo a nutrirmi dell'inutile. Manca poco al mio ritorno sulla Terra. So che non ci incontreremo mai, ma soltanto il Tempo me lo dirà.

venerdì 18 dicembre 2009

Giorno 17: Speranza


Stasera, nonostante gli acciacchi da falso ventisettenne e la neve che sta prepotentemente trasformando Prato in Trondheim, mi sento un filo ottimista e voglio condividerlo con te, che adesso posso vedere intenta a guardarmi dalla Terra, come fossi in attesa di una stella che cade e di una preghiera da esaudire. Credo di essere piuttosto in linea con quanto pensavo ieri sera a proposito della rinascita. Sarà che Natale si avvicina e con esso il mio ritorno da questa Luna sul mio pianeta, ma stasera mi sento davvero tanto sereno, speranzoso. Le piccole cose della vita, in questi ultimi due mesi, non han preso la piega che mi sarei aspettato, ma per questo so di dover rimproverare solo me stesso e, male che vada, qualche parolina di troppo di persone che avevo accanto e che hanno aperto la bocca per farci passare un po' d'aria. Poco male. Io sono ancora qua e sono carico di doni natalizi, tutti ovviamente per il sottoscritto. Questo Natale voglio essere spudoratamente egoista e dedicarlo a me stesso. Posso? Non sei tu a dover rispondere, che l'egoismo lo conosci abbastanza bene: ma non sarò soltanto così autoreferenziale, in opposizione io sarò anche molto ma molto generoso nel perdonare tutti coloro che, in questo periodo, hanno fatto di tutto per mettermi alla prova e farmi saltare i nervi. NON CI SIETE RIUSCITI. Io sono più forte di tutti voi e voi non siete altro che un ammasso informe di infelicità e frustrazione. Evidentemente, se venite a scocciare me con le vostre rimostranze da quattro soldi, se in me trovate il capro espiatorio delle vostre innumerevoli mancanze, significa proprio che non avete una vita di quelle che si possa ricordare. Tutto qua. Stasera per me la speranza è questo, una cosa cattiva, perchè si sa, a me piace mescolare i gusti. La speranza è che voi siate certo felici, nelle vostre esistenze strette e poverelle, che vi costringono al rifugio in improbabili mondi virtuali e senza regole, che vi costringono a cambiare luoghi e tempi delle vostre azioni perchè avete paura dei legami; ma spero anche che guardiate bene il mio sorriso, stanco ed acciaccato, da laggiù e vi rendiate conto che non mi avete fatto un beneamato piffero. Io magari non avrò niente di particolare, magari proprio niente di mio mio, ma sono sereno e ho riacquistato la speranza. Ci avete provato e avete fallito ancora una volta. Allora, sapete cosa vi dico? State rifugiati nelle vostre vite alternative, dentro le vostre idee e nelle visioni distorte di questo mondo. Vi guarderò da quassù, come ascessi patetici di una umanità che, in fondo, vi rifiuta come può, perchè non sapete vivere fra gli altri. Mi vedete solo? Non sono mai stato più in compagnia di adesso. Giuro. Anche se le cose vanno ancora così e così, anche se ci sono notti difficili da affrontare e qualche malinconia, io mi sento libero, mi sento pronto. Pronto per ricominciare. Sotto a chi tocca.

giovedì 17 dicembre 2009

Giorno 16: Rinascita


Alla fine il freddo gelido e quel poco di neve che è caduta su di me ieri notte, mentre camminavo per strada, ha fregato anche me. Ero già messo un po' male ieri pomeriggio, un bell'acciacco, dopo mesi di totale e piena buona salute, ci voleva proprio. Mai dare l'impressione di stare troppo bene, poi la gente si insospettisce e pensa che, se le cose vanno così a meraviglia, ci sia un oscuro patto con altrettanto oscure forze dell'Universo. Per farla breve, come le ore dormite in totale in due giorni, stanotte l'ho passata con un vago senso di nausea, la tosse e una serie catastrofica di incubi. E Maria Callas che cantava Eskimo di Damien Rice nelle mie orecchie, così forte che non consentiva di concentrarmi per sconfiggere l'incredibile e catastrofico scenario notturno. Inoltre, fuori, la neve, morbida e leggera, si posava silenziosa sulle cose e sugli alberi. Poetico, se fossi stato in uno chalet, di fronte ad un camino acceso a guardare fuori, magari in compagnia. Niente. A proposito di Damien Rice, quando in Amie dice "Ho visto un'astronave volare fuori dalla tua finestra, l'hai vista sparire?", beh, è successo qualche giorno fa, non ti dico dove, ma basta cercare su Google "misteriose apparizioni nel mare del Nord", che la soluzione è a portata di mano. Come dire, le canzoni sono la cosa più sfruttabile di questo mondo per giustificare i propri stati d'animo e presunte veggenze circa cose che dovrebbero essere colte come segnali o come una specie di "Visto? Te l'avevo detto!" in pieno stile Cassandra. Cosa ha a che vedere questo con il mio isolamento sulla fredda Luna e questo accidenti di raffreddore, che somiglia più ad una polmonite da soldato napoleonico dopo la campagna di Russia? Niente. Volevo semplicemente ricordare a me stesso che, nonostante gli abbandoni, nonostante le bugie e le incomprensioni, nonostante gli incubi, la nausea, il dolore alle ossa, la disoccupazione perenne, l'essere senza soldi, ma pieno di grandi e luminose idee, beh...io sto tornando alla vita. Così, semplicemente, non come una pianta che è seccata durante l'inverno, ma come una maegherita che qualcuno ha calpestato. Finalmente l'avventore scostumato ha tolto il piedone fangoso dai petali ed io sto riprendendo lentamente il mio volume e la mia consistenza nello spazio. Sai cosa ci frega? Che sotto quella dolorosa suola noi ci stavamo tutto sommato bene, perchè a volte il dolore lo usiamo come una sorta di protezione, di scudo dal mondo. Quello che ci sopraffà ha il diritto di essere, per il semplice fatto che non riusciamo a gestirlo, quindi meglio fare buon viso a cattivo gioco. Ora che il piede non c'è più sento un gran freddo, è vero. Ed il vento sta bruciando alcune foglie. Pazienza, questa è la vita, quella vera, quella bellissima a cui stavo rinunciando. Lei sa cosa bruciare e cosa mantenere in vita, non glielo devo dire io e non ha bisogno di indicazioni dall'esterno. Con calma e pazienza. Attendendo che torni la primavera.

mercoledì 16 dicembre 2009

Giorno 15: Qualità e Quantità



Non credo che continuerò a lungo a sfruttare questa coda dei doppi termini. Ma qualità e quantità sono grandezze irrimediabilmente legate fra di loro, soprattutto quando lo sguardo volontariamente disattento di qualche furbacchione fa di tutto per confonderle e far fare ai bravi uomini dell'altro secolo, le figure fra le più meschine del creato. Eh sì, perchè in questa tumultuosa società, che grazie a Dio ho abbandonato da qualche tempo e lontano dalla quale starò ancora per qualche giorno, qualche cattivo maestro ha tentato di insegnarci che spesso e volentieri la quantità può sopperire alla qualità, addirittura soppiantare la funzione del pregio, in favore di una inondazione incontrollata di materia. L'aspetto più orribile di questo misunderstanding è da ravvisare senz'altro nella questione sentimenti. Fermo restando che, da che mondo è mondo, esistono persone che confondono sistematicamente qualità e quantità per un proprio tornaconto personale, i restanti cercano di adeguarsi alla massa, coprendo sè stessi di un oro che non luccica e di cui non sono affatto proprietari. La maggiore svendita degli aspetti qualitativi, me tapino, è proprio nelle parole d'amore. Siamo portati a pensare che il ripetere sistematicamente le solite tre parole sia un rafforzativo reale e concreto a sentimenti spesso e volentieri zoppicanti per altre ragioni. E' un po' come se si ripetesse un mantra, per autoconvicersi che le cose stiano effettivamente in quel modo. "Dio, quanto ti amo!" oppure "Lo sai che non c'è niente di più bello di te?" o anche "Sei la cosa più bella che io abbia!". Ora, io non dico che sia impossibile provare certe cose, ma credo altresì che la ripetizione senza soluzione di continuità di concetti importanti come questi appena espressi, li svilisca, ne annulli l'effetto. Se certe parole vengono pronunciate per esprimere uno stato d'animo allora esse devono essere accolte, comprese, festeggiate. Se devono essere conficcate come paletti di legno in una struttura traballante, allora meglio lasciarle fra la laringe ed il palato e lasciare spazio a cose più leggere, ma non per questo meno vere. Altrimenti la pletora di detti diventa una valanga di menzogne, per il semplice fatto che non solo si è esagerato nel pronunciarle al momento sbagliato, ma anche perchè in fondo non si sono mai pensate. Le abbiamo dette, ma erano solo dei pezzi di nastro adesivo che cercano di tenere insieme una torre di mattoni. Il silenzio è un ottimo segno della qualità di un sentimento e vada per la quantità, anche. Sono buono. A patto che la quantità riguardi solo il coraggio di mantenere un giudizio di valore ed una posizione assunta coscientemente di fronte al cuore di qualcuno che ti dona la propria fiducia.


martedì 15 dicembre 2009

Giorno 14: Paura e Potere


Volere è potere, dice un vecchio motto. Quando si desidera qualcosa, l'unico strumento per ottenerla è la perseveranza, l'esplicita volontà di raggiungere un obiettivo. Fra noi e la cosa che si cerca di ottenere c'è di mezzo la paura, un mare di paura e di dubbi, soprattutto sulla nostra vera o presunta incapacità di concretizzare i progetti che mettiamo in cantiere. Perchè tutte quelle piccole formiche indaffarate che vedo da quassù corrono senza far caso agli altri che passano vicino? Dove stanno andando? Io non credo che tutte loro abbiano un progetto che perseguono o al quale lavorano metodicamente. Molte formiche hanno fatto della paura, che deve essere presa come uno stimolo, la ragione della loro esistenza. Si sono trovati a fronteggiare piccoli dubbi, che sono diventati delle montagne insormontabili, a causa dell'inazione, che li ha condannati ad una vita di rincorse continue e di tentativi di rimedio ai propri errori. Che poi errori veri e propri non sono. Sono prove di vita, che ciascuno di noi deve necessariamente compiere, per saggiare la propria resistenza, per controllare l'estensione di un limite, per farsi semplicemente conoscere agli occhi degli altri. La paura è una compagna di vita per ciascuno di noi e sarebbe strano che non fosse così. Ma aver paura non significa essere deboli o incapaci di affrontare in maniera adulta le cose che ci vengono di fronte. Significa riconoscere l'immensità del Male, quello che costituisce la parte buia dell'Universo, l'elefante col tutù in mezzo al negozio di cristalli. Quello che facciamo finta di ignorare, perchè se lo facessimo presente, probabilmente qualcuno, più vile di noi, si affretterebbe a dire che siamo matti. Troppo spesso chi ha una sana paura viene emarginato e la paura diventa terrore: ma a quel punto non possiamo fare niente per salvarci o per salvare qualcun altro. Il vero potere che abbiamo e che dobbiamo acquisire è quello di imparare a convivere con la paura, a farcela amica, a prenderla come un amico che ti sprona a trovare la strada per migliorarti giorno dopo giorno. Avere paura è sano, forse non comune, ma sano, Dobbiamo aver paura di non farcela, dobbiamo temere di rimanere soli, dobbiamo credere impossibile che i nostri sogni si avverino. E poi dobbiamo capire che la paura è uno sbadiglio: ti avverte che esiste un momento della nostra vita in cui gli occhi si chiudono, ma che prima di quello abbiamo tante cose da fare e tante da mettere in ponte. Tutto ciò che temiamo è solo l'infinita bellezza della nostra capacità di essere immensi, di valicare ogni confine, correndo alla velocità della luce, per arrivare fino al Cielo. E qua ci dobbiamo fermare, col braccio alzato ed il dito teso, per toccare quello di Dio, esserne abbagliati per un istante e scendere nuovamente giù a precipizio, dentro la nostra vita, piena di sana paura e di lacrime di gioia. Con coraggio e sprezzo del pericolo, sentendo tutto il potere dell'Infinito che non conosciamo, scorrere ignoto nelle nostre vene.

lunedì 14 dicembre 2009

Giorno 13: Orgoglio


Sono una persona orgogliosa? Non lo so, o meglio, non ci ho mai pensato davvero. E' tardo pomeriggio, sulla mia Luna è buio, ma intorno a me fluttuano meravigliose tutte le stelle del creato. La Terra, laggiù, è tutta trapuntata di luci colorate, come fosse una vetrina di un negozio durante le feste di Natale. Sono un po' invidioso di coloro che ho lasciato per un attimo laggiù, li vedo frenetici e sorridenti addobbare le loro case e imbandire le tavole per le loro famiglie, figli, genitori, fidanzati, amici carissimi. Ci stiamo avvicinando a grandi passi alla fine di questo anno e alla conclusione del primo decennio del 21esimo secolo. Ma, se da una parte mi sembra strano viverlo da quassù, da un'altra sono davvero contento, perchè posso ritrovare un pezzo di me stesso e dedicare la festa della Nascita al bimbo che ero e all'uomo che cerco di diventare. Ed ecco una delle mie domande: sono orgoglioso? Ormai l'orgoglio è diventato un sentimento quasi esecrabile, perchè è stato accostato alla testardaggine. Essere orgogliosi oggi significa soltanto non retrocedere rispetto alle proprie posizioni nei confronti di un'altra persona, quando invece questa parola ha due significati stupendi. Il primo è quello che riguarda la profonda autostima e la fiducia nelle proprie capacità ed il secondo è la volontà operativa di portare avanti lo sforzo e l'impegno di qualcuno che si ama e che si intende promuovere in qualche forma agli occhi altrui. Quante volte ci siamo detti: "Sono orgoglioso di te". Hai mai pensato a cosa volesse significare? Che eravamo un vanto l'uno per l'altra, che quello che potevamo farci reciprocamente era talmente bello ed importante che ci avrebbe poi protetto dalle intemperie e dalle cattiverie. Quindi un ennesimo riparo per tutto quello che avevamo tentato di costruire insieme. Invece, ancora una volta, una parola si è ritorta contro di noi e quando ci siamo accorti che troppe cose erano state dette e troppe energie spese inutilmente, l'orgoglio si è trasformato in un muro contro muro, che ci ha devastati fino ad annullarci. Per una stupida forma di competizione, per stanchezza e tanti fraintendimenti, siamo arrivati a prenderci a pugni. Tutto perchè, come al solito ci siamo dimenticati o abbiamo consapevolmente mentito. Su di noi, sui nostri sogni, sulle nostre intime vite. Un sacco di bugie. E anche sul significato del nostro orgoglio abbiamo mentito. Ogni volta che diciamo: "sono troppo orgoglioso per fare il primo passo", ecco, noi diciamo una cosa insensata. Che significa tutto questo?Forse che siamo troppo capaci per avere buon senso? Perchè questa è la lettura. E non è forse questa stupidità? Avessimo imparato prima ad essere umili e a chiedere scusa. Avessimo imparato prima a non mentirci. Forse abbiamo davvero corso forsennatamente lungo una strada che a stento vedevamo. Siamo stati orgogliosi di un miraggio, ma prima o poi il deserto trova il mare.

domenica 13 dicembre 2009

Giorno 12: Normalità

Io ho una sana e consapevole paura della normalità. Questo termine mi fa una paura bestiale, perchè lo considero un sinonimo di "accontentarsi", di rimanere fermi dove si è senza provare a migliorarsi e migliorare la propria esistenza e le proprie abilità. Rimanere anche fisicamente fermi dove si è, ad aspettare che qualcosa ci piova addosso o che qualcuno concorra a correggere la nostra rotta. Poi qualcuno mi ha detto che in fondo essere normali non è poi così male: un lavoro tradizionale, poi una casa (magari prima in affitto e poi di proprietà), una ragazza del luogo con cui fidanzarsi e poi magari pensare a metter su famiglia, tutto laddove si è e dove, per qualche oscuro motivo, si deve rimanere. Senza che si aspiri a nient'altro, semplicemente attendendo che tutto si compia in maniera banale, preordinata, insomma, normale. Questa cosa mi terrorizza. Io non ho mai seguito le regole, non ho mai cercato cose facili, mi sono sempre buttato a capofitto in cose molto più grandi e difficili di me, senza ritegno, senza seguire consigli, senza che niente di quello che mi fosse detto avesse un valore e quindi fosse da ascoltare in qualche modo. Ho sempre fatto di testa mia, per me ho scelto la strada più complessa, quella che più si allontanasse dall'ordinario. Adesso mi chiedo: ho sbagliato? O meglio: ho affidato la mia esistenza nelle mani dei falsi Idoli, attendendo che uno di questi mi elevasse al rango di Maestro Superiore? Insomma, sono stato egoista e presuntuoso? Sai cosa c'è? La risposta è sì e non ho paura ad affermarlo, perchè se il prezzo da pagare per una vita vissuta fino in fondo è quello di passare per uno sconsiderato sognatore, io voglio pagarlo volentieri. Non sono un matto, o forse sì, ma non voglio trovarmi ad ottant'anni, se ci arriverò, seduto su di una panchina a pensare di non aver fatto niente per inseguire me stesso e i miei desideri. Ho avuto una grande fortuna, la mia famiglia. Anche se siamo un nucleo perfettamente tradizionale, io credo che quello che sono e che penso ed il modo in cui desidero qualcosa di meglio per me sia il frutto dell'educazione che ho ricevuto. Sono stato educato a sperare che dietro l'angolo ci sia sempre un momento migliore del precedente, sono stato educato a lavorare sodo per ottenere i miei spazi ed i miei diritti. Nessuno mi ha impedito di fare effettivamente quello che volevo della mia esistenza e per questo sono grato. Ecco perchè la normalità è un concetto che non mi si addice, perchè io non sono normale, nel senso che non mi adeguo alle regole. Anche se non si direbbe, credo di essere molto più libero di tanta altra gente che per sentirsi così deve insultare il mondo che lo circonda o tradire le proprie radici. Io non ho questa necessità e non ho la necessità di cercare e trovare rifugi virtuali o tane di sollievo nelle braccia di chi non esiste. La mia normalità è la carne che indosso e le ossa che mi tengono in piedi. Non necessito di nessun altro strumento nè di nessun'altra indicazione. Grazie a Dio sono ciò che sono e ne vado fiero, anche se per qualcuno è incomprensibile ciò a cui aspiro.

Giorno 11: Mancanza


Essere soli presuppone sempre il fatto di sentire la mancanza di qualcuno o qualcosa? Ho capito che non è sempre così. Vedi, adesso io sono totalmente solo e così lontano dalla mia Terra che a stento ne posso vedere le parti emerse e i mari. Da quassù, mentre osservo l'Universo sfaccettarsi intorno a me come fosse un prisma attraverso cui passa la luce della nostra piccola stella, io capisco che la solitudine non implica quasi mai la mancanza di qualcosa e comunque sentire la mancanza non è il modo giusto di riconoscere la propria solitudine. Quando ci manca qualcosa significa che siamo incompleti, che una parte di noi aspira ad avere un incastro con una qualsiasi altra cosa che esiste e che vive di vita propria. Solitamente diciamo che ci manca una persona, poi di seguito un luogo, altrimenti una situazione sociale. Ma quello che realmente ci manca in tutte queste occasioni è il modo in cui eravamo, pensavamo di essere o ci comportavamo in quei momenti. Ancora una volta l'essere solo mi aiuta a capire che se qualcosa di noi mi mancava, mi manca ancora e mi mancherà per lungo tempo, sarà soltanto perchè per un istante ho pensato di essere completo e perfetto, ma sbagliavo, perchè lo ero appoggiandomi totalmente sulle spalle di un altro essere umano, addossando a lui più del dovuto ed in questo modo portandolo ad una condivisione forzata delle mie vedute, dei miei problemi e di tutto il carico immane delle mie ansie. Tante volte ci siamo detti "mi manchi", ma non ci mancavamo davvero, era soltanto la necessità di esprimere profonda tristezza per quello che non riuscivamo ad essere quando venivano pronunciate quelle parole cariche di malinconia e sofferenza. Si può sempre sentire il vuoto accanto a sè, quando coloro che amiamo sono lontani, fisicamente o mentalmente. Non sono così cinico da pensare che l'affetto non presupponga un lieve senso di smarrimento e la conseguente ricerca del complementare. Ma non come io l'ho vissuta fino ad ora, pensando soltanto che dicendoti che mi mancavi avrei placato la profonda inadeguatezza ed incompletezza del mio essere. E quando ho scoperto che eri solo una proiezione di quello che in realtà stavo cercando, mi sei mancata ancora di più, perchè ho capito che ciò che mancava a me non era ancora arrivato e sicuramente io non lo avrei trovato se non scavando nel profondo di me stesso. Come sto facendo adesso, piano piano e con delicatezza. Perchè so che sepolti dentro di me ci siamo noi, quello che volevamo essere, quello che siamo ed un dipinto di ciò che saremo. Anche se rimarremo distanti per il resto delle nostre vite.

venerdì 11 dicembre 2009

Giorno 10: Libertà


Prima di salire sulla mia Luna per starmene un po' da solo, pensavo che la libertà, il bene inalienabile per eccellenza, sancito e garantito da tutte le Costituzioni dei paesi democratici, fosse un oggetto del quale si può disporre e godere indiscriminatamente, a prescindere dalla situazione nella quale si applica. Una specie di liberazione totale dai tabù e dalle inibizioni, uno svincolarsi da catene che gli altri ci hanno imposto, come il lavoro, la religione, a volte anche il sesso e l'amore. Pensavo che farsi vedere liberi di decidere in ogni momento fosse il lasciapassare per una società che in genere ti apprezza per i tuoi gesti di eroica ribellione al conformismo ingessante. E qua mi sono fermato, perchè pesante mi è caduto il famoso asino addosso. La mia, quella che tentavo disperatamente di trovare e sperimentare, non era la tanto agognata libertà, ma un impulso alla ribellione, puro e semplice. Allora ho cominciato a chiedermi da che cosa io mi stessi ribellando, da che cosa volessi fuggire e perchè avessi in me tutto questo desiderio di spaccare immaginarie catene che mi tenevano legato. Fortunatamente, mentre pensavo a queste cose è intervenuto l'esilio sulla Luna, lontano dal mio Pianeta Azzurro e da te. Mi sono trovato a gustare la pace del silenzio, lontano dal brusio convulso delle voci, che ti distraggono e così. seduto sulla polverosa terra del mio personale satellite, al quale peraltro sto cominciando ad affezionarmi, ho goduto per la prima volta della mia libertà. Essere liberi significa in ogni momento poter decidere di non mostrarsi forti, di cedere ogni tanto alla pratica di rendere visibile la propria fragilità. Essere liberi vuol dire ribellarsi al concetto di ribellione, perchè se hai catene dalle quali tenti di scappare, spesso tu stesso le hai volute e sono solo causa delle tue azioni. Certo, è umano crearsi dei vincoli, ma quando si capisce che l'unica vera ribellione si attua verso sè stessi, quando non ci si accetta, immediatamente si diviene liberi. Ci si guarda allo specchio, piagati, sanguinati, lividi, ma si riesce ugualmente a sorridere. Perchè il mondo che ci ospita per un breve tempo ha bisogno del nostro sangue, della nostra umiltà, del riconoscimento della nostra incredibile fragilità. Tutte cose che ci rendono splendidamente unici di fronte agli altri. Ma, ancora una volta, essere unici, vuol dire essere liberi, fuori dalle catene di montaggio e dalle produzioni in serie che spesso vediamo, soprattutto fra i più giovani. Non è un ribellarsi, un urlare forsennato, che ci rende così, ma la fierezza per la nostra umiltà. Il sorriso ad occhi bassi, pensando che, grazie al Cielo, siamo qua. Nonostante tutto e tutti, siamo fra quelli che ci sono riusciti, che sono andati oltre, che sono davvero liberi di decidere cosa è giusto per la propria vita. E questa Luna, stamattina rischiarata da un raggio di Sole, mi sta insegnando una delle più belle lezioni mai apprese. La libertà non è lontananza dal mondo o solitudine, anche se fisicamente a volte si è distanti da tutto e tutti: la libertà è lo sguardo compassionevole ed incoraggiante verso le persone che ci sono intorno e che sentono maggiormente il peso di una vita che non sanno accettare. Il nostro essere il loro sostegno è il più grande esempio di libertà.

giovedì 10 dicembre 2009

Giorno 9: Identità


Oggi ho visto una cosa che stranamente mi ha fatto piacere. Dico "stranamente", perchè dalla mia fredda Luna, da qua sopra, mentre sono seduto con le ginocchia raccolte al petto, avevo riflettuto sul fatto di dover dedicare alcuni giorni alla cura della mia anima, a stare un po' con me stesso e non interessarmi di una vita complicata, così come la vedo io, attraverso la nebbia che ammanta la Terra. E' come se avessi avuto un segnale, dopo tante preghiere, che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta. Ma quello che mi stupisce e mi sorprende piacevolmente è il fatto che non sia la mia vita nella fattispecie che si sta girando verso il sole, ma quella di una persona per la quale avevo espresso un desiderio. C'è qualcosa di più bello che ritornare ad essere sè stessi? La propria identità, il proprio Io in costante mutazione è un tesoro troppo prezioso da sprecare attraverso mondi immaginari o amici che non ti conoscono fino in fondo. La vita a volte ci costringe a farci piccoli piccoli, a nasconderci, talvolta proprio perchè il vivere sotto il cielo di tutti gli altri mette in pericolo le persone che amiamo e quindi sacrifichiamo un nome e cognome, un vissuto, un fagotto di esperienze, per il bene altrui. E quanto si deve soffrire prima di tornare ad essere finalmente la persona che si è sempre stati, quella nata cresciuta e vissuta con orgoglio e tenacia, prima di doversi scontrare con l'amara realtà. Sono felice, e mi scappa un sorriso commosso, perchè so che al di là di tutto, proprio in questo periodo, il fatto di riappropriarsi di sè costituisca il più bel regalo che il Cielo ti possa donare. E' un ulteriore atto di coraggio che segna il compimento di un percorso duro e tortuoso, in cui ci si trova troppo spesso a mentire ed omettere per necessità ed immagino quanto questo possa essere stressante e provante. Ma la voglia di riabbracciarsi supera ogni ostacolo, abbatte ogni barriera e ti ricongiunge a tutti coloro che per troppo tempo hai lasciato indietro. La confusione passa, le nebbie si diradano, torna il sorriso, il coraggio e la voglia di provarci ancora una volta. Senza finzioni, senza mezzi termini. Rispettando la propria identità, essendo semplicemente ciò che si è. E continuando a mantenere il sorriso e la volontà di cambiare, rimanendo unici in ogni istante. Stasera la mia Luna potrebbe essere meno fredda del solito. Le mie preghiere silenziose sono state esaudite, ma io non ne avevo mai avuto il minimo dubbio.


mercoledì 9 dicembre 2009

Giorno 8: (Silenzio e meditazione)


C'è una lettera del nostro alfabeto, che modifica i suoni delle consonanti, cambiando ovviamente i significati delle parole nelle quali entra. E pur avendo un nome, /acca/, non possiede alcun suono, nel senso che la nostra bocca e gli organi deputati a parlare non possono in alcun modo riprodurla. Se ne avverte la presenza solamente pronunciando i termini che la contengono, nei quali essa diventa una parte integrante che non può essere più separata. Così, la /c/ con h diventa il suono /K/, ma non può essere nuovamente riportato a due elementi separati. La lettera H è come la necessità della solitudine, del silenzio e della meditazione in ogni essere umano. Una volta che se ne sente l'esigenza e si sperimenta, quella serie di sensazioni diventa imprescindibile dal nostro essere. Vivere l'esperienza del silenzio è come urlare dentro sè stessi parole che non possono essere immaginate o scritte. C'è un linguaggio tutto particolare, tutto dedicato a questo tipo di attività, che può essere compreso soltanto dall'anima che lo produce. E' una esperienza che va vissuta in modo del tutto personale, non c'è spazio per gli altri.

Per tale motivo, questo post sarà breve, e conterrà un ascolto privo di parole. Perchè ciascuno di voi legga e si ascolti. Senta il suono muto della sua personale H e provi a pensare che non è così terrificante come può sembrare. A volte fa bene tacere ed ascoltarsi, è da persone mature.

martedì 8 dicembre 2009

Giorno 7: Gioia


Essere felici e provare gioia sono sentimenti molto differenti. Le due parole non sono affatto sinonimi, anche se possono sembrarlo ad un primo sguardo distratto. La felicità è un atto momentaneo, una posa dell'anima che induce, nel momento in cui accade, a pensare che durerà per sempre, ma non appena l'attimo di realtà nel quale la stiamo vivendo, compie il suo ciclo, la felicità scompare lasciando il posto alla serena nostalgia dei momenti vissuti. La gioia è diversa. Essere gioiosi significa essere e sentirsi completi di fronte alle cose, belle o brutte che siano. Chi conosce la gioia ha probabilmente conosciuto anche tutto il dolore di questo mondo, ma non ha mai smesso di sperare che fosse possibile vivere una vita migliore. La gioia è quindi non una tensione dell'animo, ma uno stato di grazia, che non ci viene affatto regalato, ma che noi stessi costruiamo mattone per mattone, con pazienza e accettando anche di dover soffrire. Chi prova la gioia è sicuro di poterne anche donare agli altri, mentre chi è solo felice, vive quel momento come una condizione di egoistico godimento, un piacere tutto proprio che non può essere condiviso con nessun altro, poichè è addirittura sconosciuta la natura della felicità, di quella particolare felicità. La gioia è innanzitutto la consapevolezza di cosa siamo, del perchè in noi c'è serenità e di come possiamo fare a trasmetterla agli altri. Niente ci può aiutare di più che il fatto di essere altruisticamente gioiosi, quindi generosi, di dare quel poco che si ha, perchè non è detto che la gioia sia anche abbondanza. Si può essere gioiosi e modesti, ma la gioia è portentosa, perchè per quanto venga condivisa, rimane sempre e comunque a disposizione di chi la mette a disposizione di tutti. Non smette mai di essere e chi la concede agli altri sa che ne ha sempre un po' per se, come una gioia di ricambio. La gioia si autoalimenta ed è per questo che la possiamo ben riconoscere e soprattutto ben distinguere dalle altre emozioni effimere. La gioia è il coraggio di donarsi, è il centro di ogni nostro comportamento ed annulla gli ostacoli, prendendo nutrimento dal resto di ciò che noi proviamo. Sulla mia Luna, se anche fredda, solitaria, a volte buia e nebbiosa, c'è spazio per la gioia. Io ancora non posso accedervi, perchè ho bisogno di capire ed imparare tante cose. Ma il mio ritorno sulla Terra è vicino e con esso la mia realizzazione. Non importa possedere molto, non importa circondarsi di folle: ciò che conta è esserci. Se mi manca la gioia perchè non ci sei? Non lo so, forse mi manca solo il sogno che avevo di te e di noi. Ma le cose che non esistono non possono far parte della gioia. Perchè la gioia è vita vera, vissuta, sperimentata. Con passione ed impegno. La gioia non ammette ripensamenti, gli errori, quelli sì, anche tanti, se un giorno saranno utili ad essere persone migliori.


lunedì 7 dicembre 2009

Giorno 6: Fiducia


Fidarsi è un bel lavoro. Implica il fatto di possedere un invidiabile equilibrio. Sì, perchè dare fiducia ad una persona significa partire dal presupposto che le si concede una intima visuale del nostro animo e del nostro cuore, cosicchè quella persona possa utilizzarne i contenuti nella maniera, si spera, il più corretta e sensibile. Fidarsi è un'impresa da persone adulte, un atto di coraggio che non può essere in alcun modo delegato alle persone che ci troviamo intorno o di fronte. L'altro non è la nostra fiducia, ma se la deve guadagnare in ogni istante, imparando a non dare mai per scontato il fatto che un dono così grande resista alle tempeste dei dubbi che, inevitabilmente, scuotono ogni essere umano, ad ogni piè sospinto. Ma non solo: per dare fiducia bisogna averne in sè stessi. Che è davvero la cosa più complicata, perchè fidarsi di sè stessi presuppone a sua volta l'aver vissuto una vita votata a consolidare le proprie certezze, attimo dopo attimo, senza lasciare al caso niente di ciò che poteva riguardare la propria crescita. Ma io non sono fatto così purtroppo, ed al posto di un sano senso di fiducia nelle persone ed in me stesso, ho sviluppato solo un brutale cinismo che mi fa vedere il brutto nel bello ed il bello nell'orribile, confondendo come sempre tutto in un immane polverone da cui non riesco mai ad uscire. So certamente che le persone meritevoli di fiducia si contano sulla punta delle dita e solitamente sono proprio quelle che ti aiutano a loro volta a costruire la fiducia che hai in te stesso. Purtroppo in un mondo così fragile, la paura di essere traditi in qualsiasi modo, diviene padrona di ogni ragionamento, cosicchè ci si trova costretti ad essere brutali con gli altri ed incocluedenti con sè stessi. Imparare a fidarsi è un atto d'amore, uno dei più sublimi, anzitutto verso sè stessi, e poi nei confronti degli altri. Al momento, il fatto che io sia seduto sulla Luna, mi racconta che sono ancora molto lontano dal fidarmi di me stesso e di te, e certo magari non sono molto aiutato, perchè se il mio percorso fosse completo, beh, riuscirei a volare giù da qua e tornare sul mio Pianeta. Non dispero di riuscirci un giorno. Quando imparerò, lo farò, ma per adesso non è il momento.

Dedico questo post ad una persona a cui mi sono molto affezionato, di cui adesso non vedo nè il volto nè il cuore, che è nascosta in una nebbia di rabbia e rimpianti e parole grosse che spesso vengono dette con furia. Non posso smettere di pensare che le cose che riguardano gli affetti si facciano sempre in due e che in due ci si dividano le responsabilità. Ma oggi sospendo il giudizio e le auguro buon compleanno, come non ho saputo fare prima. Questo augurio non le arriverà mai, ma è una cosa che faccio per me, perchè forse è da questa piccola mia considerazione che dovrebbe partire il lavoro dentro di me. Quindi, tanti auguri, T., cerca di essere felice.

domenica 6 dicembre 2009

Giorno 5: Esperienza




Una sola parola e tanti significati. La mia Luna è piuttosto fredda, oggi, ma riparata dallo sferzante vento che vedo soffiare sul pianeta che mi sta di fronte. Esperienza vuol dire un mucchio di cose, ma possiede due significati, secondo me preponderanti. Il primo è quello legato al passato, all'aver fatto per l'appunto "esperienza" di qualcosa; il secondo è legato al presente, cioè ad una situazione che stiamo vivendo nel momento in cui la sottoponiamo ad una analisi, partendo dai nostri comportamenti. Tutte e due le possibilità hanno a che fare con il vissuto, con la carne e con i sensi. Per questo io odio ed ho sempre rifiutato le cose virtuali, quelle che sono, ma non accadono mai, quelle che si costruiscono, ma non sono niente di reale. Proprio perchè sostituiscono un'esistenza, talvolta vuota o deludente. Ecco perchè ci si rifugia troppo spesso nel virtuale, nell'inconsistente. Perchè l'inconsistente non schiaccia o non travolge, al massimo ipnotizza e condiziona dolcemente, regalando uno stato di beatitudine, che nasconde il disagio di un isolamento forzato o autoindotto. Rimanere soli è un'esperienza vera, perchè ci si costringe all'ascolto delle nostre parole, quelle più interne, che la bocca non è in grado di pronunciare. Quando ci si tuffa dentro un mondo che non esiste, si comincia a vivere la vita di un'altro, ci si abitua a dispensare a sè stessi attimi e sensazioni che non corrispondono a nessuna realtà. Tutto viene percepito come valido, come possibile, niente è vietato. E più ci si allontana dalla nostra percezione reale della vita, più si dà atto a sè stessi ed agli altri che quella vita noi la rifiutiamo totalmente, che non vorremmo esserci, ma che malgrado questo ci tocca mandarla avanti. E ci riduciamo ad attori di un dramma, che hanno creato per sè stessi un alter ego, nel vano tentativo di sembrare felici e differenti da come gli altri ci vedono. Io invece rimango qua, seduto nella vita reale, con i miei insuccessi, le mie contraddizioni, le mie sconfitte e tutti i miei tentativi. Tutta la mia forza. Ma non ho paura. Non voglio una vita di plastica, in cui tutto è perfettamente corrispondente ai sogni, altrimenti i sogni smettono di avere la loro importanza e cominciano a confondersi con il resto. Un giorno loro si avvereranno, ma grazie al sudore della mia fronte. Non voglio essere qualcun altro. Voglio solo essere quello che sono e lo sarò, fino in fondo. A costo di soffrire ancora per il mio essere fatto così, vero, unico, irreplicabile. Non virtualizzabile. La vita reale è molto meglio di tutte le piccole finzioni. Le finzioni virtuali servono agli infelici per rimpiangere ciò che hanno perduto.

sabato 5 dicembre 2009

Giorno 4: Distanza



C'è un po' di nebbia stasera. Le ombre, proiettate dalle luci che rimbalzano sulle vetrine dei negozi addobbati, creano ancor più confusione nella mia visione, da questa Luna lontana. E cercarti è ancora più difficile in mezzo a tutta quella gente che cammina, indaffarata e distratta. E' come vedere un film, come vivere un'avventura virtuale, da spettatore. Siamo così distanti, stasera. Lo siamo sempre stati, ma quando le luci abbaglianti delle speranze ti avvolgono, non ci fai caso, cominci a scambiare ciò che è vero per quello che non esiste e non è certo colpa di nessuno, solo che ti attacchi a quel poco che hai. Uno sguardo, una parola, una espressione, vista attraverso il diaframma di un film in tempo reale, di quello che siamo e di quello che progettiamo di essere un giorno insieme. E' un paradosso che si risolve molto presto: la distanza ci ha tenuti uniti, legati a doppio filo, perchè distanza fa rima con speranza. Speranza di cosa? Speranza di accorciare quella lontananza, che ci costringe ad immaginarci come in realtà non siamo, a creare delle proiezioni di noi e del nostro amore lontano dai nostri cuori, che sono rimasti fermi al palo, fidandosi solo di quell'immensa emozione che hanno provato la prima volta che ci siamo guardati negli occhi, per due interminabili ore. La distanza genera la virtualità, una seconda esistenza di cui non possiamo in alcun modo essere padroni fino in fondo, perchè è più simile ad un sogno o ad una allucinazione. Qualcosa che non controlliamo e che a volte, come adesso ci sfugge dalle mani. Ha così tanta importanza essere vicini? Toccarsi, sentirsi respirare, provarsi a vicenda la febbre per questa passione? Non lo so, anche seduto sulla mia sedia e tu sul tuo divano noi eravamo qualcosa insieme, perchè sentivamo insieme, perchè ridevamo insieme, perchè i nostri cuori cantavano la stessa canzone, sera dopo sera, notte dopo notte, senza sosta. Eravamo nello stesso posto, in un'anima che avevamo creato insieme per ripararci dalle tempeste che la vita ci metteva di fronte, giorno dopo giorno. Eravamo vicini, così vicini da sentire le nostre parole sussurrate piano dalle pieghe delle nostre menti. Allora quello che ci ha fatti perdere non è stata la distanza dei nostri corpi, persi nella nebbia che si forma nella rotazione dei nostri due pianeti, quelli su cui siamo seduti anche adesso. Ho voltato le spalle al mio cuore, l'unico che sapesse come affrontare quella abbondanza di spazio che c'è fra di noi, abbondanza di spazio che è mancanza di sostanza. E' il vuoto. I miei occhi si sono lentamente persi nel vuoto dell'aria, si sono riempiti della lontananza, hanno creato personaggi di un presepe vivente, pieno di contraddizioni e di passanti ignari, che lasciano un'impronta e se ne vanno, a volte senza accorgersene, ma che nella mia mente sono come fosse, buche, scavate sul cammino che avevo preparato per te. La distanza che mi separava da te si è ricoperta di una folla che non sopportavo, che ti rendeva ancora più remota, irrecuperabile. E ad ogni tuo sorriso nella mia direzione, qualche astante lo intercettava e lo faceva un po' suo. Ed io ne perdevo la bellezza, o imaginavo solo fosse così. Ma non ci si può aggrappare ad una giustificazione così inconsistente come "gli altri". Gli altri non sono niente, se io e te siamo una sola cosa. Ma io ti ho tenuta a distanza, ancora di più, mentre con una mano imploravo il tuo aiuto, con l'altra ti scacciavo. E i chilometri sono diventati anni luce, il tuo cuore ha ceduto alla paura, all'impressione, calpestato dalla folla dei fantasmi che adesso occupano i miei pensieri a frotte. Ed ecco, per paura di essere screditato dal resto del mondo, per paura che il mondo ti tenesse lontano da me, ho riempito la distanza con i miei spettri e loro ti hanno spaventata. Ed ora che guardo la Terra, in questa sera così nebbiosa e dolcemente malinconica, vedo il tuo sguardo sperduto, che neanche cerca più la strada su cui eravamo. E mi stringo nelle ginocchia, seduto. Chissà se sarò mai capace di ripercorrere all'indietro tutti questi anni luce che mi dividono da te.


venerdì 4 dicembre 2009

Giorno 3: Comprensione

Da quando sono su questa Luna, qua da solo e guardo da lontano la Terra, avvolta nel suo manto azzurro, ho riflettuto tante volte sul significato della comprensione. Quante volte ci siamo chiesti: "Cerca di capire", oppure: "Perchè non mi capisci?", senza trovare una risposta, anzi, continuando ad insultarci, a vomitarci addosso l'uno con l'altra inutili ed incomprensibili alfabeti, differenti fra di loro. Non ci siamo compresi, ma questo non vuol dire soltanto che io non abbia capito quello che mi dicevi o tu non mi abbia ascoltato. Significa anche che, a causa della nostra meschinità, ci siamo sapientemente evitati, elusi, fraintesi. Il tutto con estrema razionalità, perchè proprio non ci andava di stare ad ascoltare. Comprendere: prendere insieme. Il significato di una parola può essere tanto vicino al significato di impegno? Che cosa dovremmo prendere insieme, cioè capire, come una squadra affiatata? Comprendere è l'anima del percorrere una strada, ovviamente insieme. Sì, perchè prendiamo insieme un cammino, mano nella mano, ci muoviamo lungo direttrici che si incrociano ogni secondo, lasciandoci il piacere di guardarci negli occhi ogni tanto, di fondere i nostri corpi e di continuare a camminare, capire e capire. Poi, all'improvviso, lungo questa strada in mezzo ai deserti degli altri, una grande nuvola di polvere ci investe, le nostre mani scivolano, mollano la presa. I nostri percorsi diventano dapprima paralleli, poi cominciano a divergere, finchè ci perdiamo fra i sassi e la sabbia, senza vedere più le tracce del cammino che abbiamo farlo. E comincia la danza dei nomi, urlati, ma l'eco non rimbalza, non si sentono voci, nessuno accorre, nessuno sente. E ti cominci a chiedere, perchè? Perchè è successo tutto questo? E' forse colpa della tempesta, che ci ha divisi? La tempesta è come la vita, arriva, spazza e ti lascia a guardare. Ma quello che realmente ci ha divisi è il fatto di aver incolpato l'altro della nuvola di polvere, senza capire, comprendere, che l'unico rifugio contro il vortice eravamo proprio noi, le nostre mani legate, il nostro respiro all'unisiono, il nostro camminare incrociandoci. Abbiamo smesso di ascoltarci, abbiamo ascoltato il vento. Il vento sono gli altri, le vite che si mettono in mezzo, come i granelli di polvere, che otturano le orecchie, filtrano le informazioni, non ci permettono di ascoltare e di capire. Ed ora che ci cerchiamo in questo mare bianco, in questa distesa infinita, non vediamo altro che desolazione, paura, non sentiamo che silenzio. Comprendere significa accettare una diversità, come un aiuto e non come un ostacolo, ma noi ce lo siamo dimenticati, seguendo le sirene delle nostre paure, delle cose facili. Quelle che si comprendono meglio, perchè non necessitano di un lavoro di accettazione. Non devi accettare niente, se non devi costruire niente. Devi solo prendere prendere e prendere. Nessun compromesso, nessuna difficoltà. Ma ora che ti guardo da quassù e vedo ogni tuo singolo passo, vorrei riuscire a prenderti e comprenderti. Ancora una volta, solo una. Ma non posso. E così comincio a comprendere me stesso, quello che sono e dove ti ho lasciata. E all'improvviso rivedo le nostre impronte incrociate. Sono là, dove le avevamo lasciate. Torna con me nel deserto, la tempesta non mi spaventa più.



giovedì 3 dicembre 2009

Giorno 2: Bisogno

Ho bisogno di capire, di vivere le cose nella loro carne, di guardarle scorrere davanti ai miei occhi. Il bisogno, la mia necessità di essere trafitto, è come un morbo che mi perseguita, una malattia che si ripresenta ogni volta più forte, ogni volta più presente. Il bisogno nasce da una mancanza, è un desiderio primordiale, non un sogno, non una aspettativa, ma solo la primitiva pulsione a nutrirsi, a cibarsi per non morire, fare scorte per i lunghi inverni ed attendere il risveglio con pazienza.

Come posso giustificare a me stesso tutto questo bisogno di averti vicina? Io non lo so, ma quando non ti sento, il dolore della mancanza valica ogni confine, esonda dagli argini e si porta via tutto ciò che trova. Il bisogno è come una voragine, scavata dalla mancanza. Ma non è forse una parte di me che manca, per diventare un uomo, l'uomo che dovrei essere, l'uomo che vorrei? E' solo per questo che ti perseguito? Solo per questo che ti cerco in ogni istante fuori e dentro le mie giornate, fuori e dentro i miei gesti, le mie parole, le mie risate? Poi il mio bisogno ha creato un mostro, che ti ha divorato, lentamente, ha cancellato con un colpo la tua gioia, la tua spontaneità. Ed io ho parlato con il mostro, gli ho creduto, ho pensato che lui fosse te. E di colpo il bisogno di te è diventato il bisogno di essere quello che io volevo che tu fossi per me.
Bisogna temere le necessità? Perchè sembra che esse portino solo a chiedere senza dare, come gli animali che hanno fame e che non vedono altra ragione che la loro sopravvivenza. Ecco come ci rende il bisogno: animaleschi. Aver bisogno non significa essere felici, significa solamente cercare un riparo dalle proprie manchevolezze. Per essere felici non si deve necessitare di null'altro che di sè stessi. Fintantochè cederò al bisogno di un'altra persona io vivrò come un infelice, perchè ciò che sono e che voglio essere sta solo dentro di me.

mercoledì 2 dicembre 2009

Giorno 1: Amore



Comincio con stasera un ciclo di riflessioni su alcuni temi che ho particolarmente a cuore. Come dicevo, mi piacerebbe condividerle con tutte le persone che mi leggono, (non so se e quante siano, ma va bene lo stesso). Userò 21 giorni esatti, tanti quante sono le lettere del nostro alfabero e, curiosa coicindenza, i giorni che ci separano dalla Vigilia di Natale. Sarà come aprire un calendario dell'Avvento, uno di quelli che si comprano nei supermercati, con i cioccolatini nelle finestrelle. E lo farò usando la forma del diario, come se scrivessi ad una persona immaginaria e le confidassi i miei stati d'animo. Cominciamo.
Sono giorni che non ti sento. Giorni che non ascolto me stesso, che non provo a dare delle risposte alle mille domande che mi ronzano in testa. Da dove partire? Dall' Amore. Perchè parte sempre tutto da là. Sull'Amore tante parole si sono sprecate e così anche le mie, adesso. Che significato dai all'Amore? Io non lo so, perchè davanti all'amore sono come un bimbo, sono capriccioso, piango e mi agito, rido a crepapelle e non capisco il perchè. Lo vivo come se non ne avessi coscienza, come se l'Amore fosse mio padrone, in quei momenti in cui si affaccia alla porta del mio cuore. Ma adesso che sono grande e che ancora piango se qualcuno si bacia dopo settant'anni di matrimonio, adesso che sono adulto mi chiedo troppe volte il perchè di tutta questa agitazione dentro di me. E non ho ancora risposto alla domanda: che cos'è l'Amore? Probabilmente niente, solo una reazione chimica prolungata all'interno del nostro corpo, che ci fa stare bene quando le materie interagiscono e male quando invece siamo lontani dalle persone che amiamo. Oppure l'Amore è un ricordo, una memoria di ciò che abbiamo fatto insieme a qualcuno e che ci ha resi felici per un momento? Oppure forse l'Amore è il disperato desiderio di essere presente nella vita di qualcun altro e di lasciare una traccia indelebile, perchè ci sentiamo fragili e proprio per questo necessitiamo di essere riconosciuti come vivi? Non lo so. Per me amare è stata una conquista e l'ho capito molto tardi. Non ho mai amato nessuno, per tanti e tanti anni. Mi sono limitato a sorridere ed invidiare, senza cogliere essenze. Quando poi ho capito che avevo bisogno di amare ed essere amato, ho cominciato la mia ricerca e tante cose ho trovato. Ho sofferto, sono stato tradito, buttato, preso in giro. Ma ho anche gioito. E proprio per quei vividi momenti di allegrezza non ho mai smesso di credere all'Amore ed ancora ci credo. Mi fido di quel che sento, mi lascio trasportare, perchè è così che voglio vivere il mio Amore. Sicuramente sbagliando, contraddicendomi, ferendo le persone a cui tengo. Ma forse fa parte del gioco, forse per raggiungere la perfezione, si deve commettere una serie infinita di errori e ripartire, ogni volta da zero. Ma non è qualcosa che si fa per gli altri, assolutamente. Costruire un Amore è un lavoro complesso, che richiede un investimento su sé stessi prima di tutto e poi sugli altri. È sudore, fatica, revisione continua. Questo è l'amore dei grandi, quello che ho conosciuto da poco. Ma niente mai mi toglierà la voglia di essere fanciullo e nudo, di fronte a te, perchè solo così potrai cogliere il battito del cuore attraverso la carne. Impegno e dedizione non bastano da soli, ho bisogno di credere che quello che sento sia un sogno da condividere. Così attendo, Amore, che il sogno venga condiviso, che le paure cedano il posto allo spirito di battaglia. Amare da soli è un esercizio di stile, io voglio una vita vera.

sabato 3 ottobre 2009

Il paese di pietra.


Rubo per un attimo il mestiere alla mia collega cinefila Giulia. Ieri sono andato al Cinema a vedere Baària di Giuseppe Tornatore, film di recente uscita, che ha calamitato su di sè l'attenzione di giornalisti e critici di ogni sorta. La pellicola racconta la storia (o quella che fino alla fine si pensa essere tale) di Peppino Torrenuova, un bambino di Bagheria che in quella città, nasce, cresce, lavora, fa politica e mette su famiglia. Il contesto della storia è offerto dalla politica e dagli avvenimenti che, dalla proclamazione della Repubblica, arrivano fino ai giorni nostri. Parto con il dire che il fatto di raccontare l'intera trama del film è pressochè inutile, perchè (ed in questo c'è un merito enorme del regista) sarebbe come raccontare la vita di ciascuno di noi, quasi in ogni particolare quotidiano. Farò allora, in maniera molto spicciola e che Giulia mi perdoni, un'analisi di pregi e difetti in stile rivista di automobili. Partiamo con i pregi.
Baària è un meraviglioso quadro vivente. Tornatore è riuscito in maniera sopraffina a ricostruire un presepe dinamico, centrando in pieno tutte le figure tipiche, epoca per epoca e non dimenticando mai di inserire personaggi che di fatto sono eterni (un mitico Beppe Fiorello, fermo all'angolo di una strada, che anno dopo anno non invecchia mai). Ha messo tutto il sentimento possibile per raccontarci un'Italia che apparentemente non c'è più, ma che in fondo non è mai cambiata. Un paese nel quale la virtù è sacrificata alla necessità (si diventa comunisti talvolta non per le idee che la dottrina esprime, ma semplicemente perchè si è ostili ai mafiosi o ad un sistema di potere stabilito). Tornatore è anche molto attento a raccontare quel modo di fare, insito nei piccoli gesti, tipico della mentalità del "tanto poi ci rifacciamo a fine mese", mentalità che non ha pagato, rendendo poveri i creditori e ricchi i debitori. C'è poi l'assurda prepotenza dei mafiosi, quella sì rimasta immutata così come l'entita e la specie dei suoi legami col potere politico. Il regista compie un miracoloso tuffo nel passato, constatando amaramente che le cose nel nostro Belpaese sono cambiate ben poco, forse peggiorate. L'unico segno di speranza sarà affidato alla fine del film ad un piccolo insetto, che mostra la tenacia di un popolo, visssuto per anni subendo ingiustizie di ogni sorta. Forse è l'unica vera forza che abbiamo per riprenderci in questi momenti difficili.
Per quello che riguarda i difetti, credo ce ne siano sostanzialmente due: il dare per scontato alcuni fatti storici os e vogliamo, il passarvici sopra in maniera troppo veloce e tirata e la pletora di cammei di personaggi celebri (in quel film c'è tutta la classe attoriale italiana, siciliana e non), che secondo me hanno l'ingrato compito di fare come il miele per le mosche, ma in alcuni casi sono inspiegabili e francamente risibili. Molto probabilmente l'idea di Tornatore era quella di rendere ancora più evidente il fatto che quel film fosse della e per la gente comune e che in fondo quelle stelle non avessero che il compito di illuminare il resto.
E' un film che va visto, in ogni caso, perchè racconta un pezzo di noi, di ciò che siamo e di ciò che a volte vorremmo essere, senza però riuscirci. Un ritratto potente di un Paese eternamente in manutenzione, ma che deve necessariamente provare ad uscire dal limbo di pietre e sabbia in cui lo hanno immerso per decenni.

sabato 5 settembre 2009

Colpi di vento.


Ti ho incontrata, una notte. Eri vestita di bianco ed io di fronte a te. Non ho capito, non ti ho sentita. Perchè il bianco acceca, brilla perchè non è vuoto, è lo sposalizio di ogni colore che splende sotto questo cielo di luce.

Non ho capito e non ti ho sentita, perchè siamo piccoli e fragili come i fili d'erba sotto un piede umano, perchè lo scricchiolìo delle nostre anime si perde con la propria memoria, nell'istante in cui esse muoiono per dar vita all'amore.

Una cosa ho visto, i tuoi occhi ed il loro azzuro. Illuminavano il tuo cammino, quello che sei e che siamo. Cosa avrei chiesto alla vita di essere e che non ho potuto chiedere, ciò che sogni di fare, correndo a perdifiato lungo i campi di fiori dentro al tuo cuore.

Ti ho vista ed ho taciuto. Perchè queste mie parole sono la neve che incontra il sole di Marzo e di loro rimane il malinconico ricordo di un profumo, quello dei fiori che aprono nuovamente i loro occhi alla vita dopo il lungo sonno.

Ed io non ho armi, non ho scelta e non voglio averla. Voglio solo capire, voglio solo sentirti. Perchè io non abbia il rimpianto solitario di un occhio muto e di uno sguardo fugacemente estasiato.

Sei tu.

martedì 1 settembre 2009

Sogno di una notte di fine estate.


Un po' di musica mentre leggete. http://www.youtube.com/watch?v=164jS1qnCU0
Sono stato indeciso fino ad ora sull'opportunità o meno di fare e pubblicare un post del genere. Un po' perchè è il frutto di una riflessione disordinata, di quelle che mi piacciono così tanto, un po' perchè ritengo che questi miei pensieri appartengano ad una dimensione molto personale. Poi ho pensato a quello che ribadisco spesso circa la vera essenza di questo blog e cioè che tutte le cose che vi scrivo non sono altro che mie rappresentazioni e parti di me che amo condividere, non certo per un senso malcelato di esibizionismo, ma solo perchè ho sempre rilevato dentro di me l'esigenza di venire compreso attraverso quello che riesco a dire e questa era l'occasione. In realtà il motivo scatenante di tutto questo turbine di pensieri è stato un sogno, fatto una delle ultime notti in cui mi trovavo al mare. Racconto brevemente il sogno. Mi trovavo ad una festa in una baita all'interno di un bosco. A questa festa partecipavano tante persone, sia conosciute che estranee, che appena conosciute. Ma nessuno mi considerava, sebbene io fossi l'unico a muoversi in mezzo alla folla. La cosa curiosa è che io camminavo piangendo, con un libro di favole per bambini sotto il braccio. Dentro questo libro era contenuta una cosa che io stesso avevo scritto. Ero in cerca di qualcuno che leggesse con me questa cosa, ma purtroppo alla fine del sogno mi son trovato da solo su una enorme impalcatura di legno che dominava una valle completamente vuota.

Credo di sapere il significato di quel sogno, anche senza avere una laurea in psichiatria. Ma vorrei diventasse una riflessione comune a tutti. Ciascuno di noi, nel bene e nel male sa di avere un carattere ben determinato, delle attitudini, dei desideri e, per l'appunto, dei sogni. Ma quello che forse ci rende malinconici è il fatto che queste nostre aspirazioni dovrebbero essere condivise, in uno sguardo, in un sorriso, in una parola. E' così difficile e così importante sapere che c'è qualcuno in grado di leggere quella parte di noi che rimane nascosta da ciò che dobbiamo fare, da quello che dobbiamo sembrare per sopravvivere. Ma è altrettanto vivida la sensazione che, al fondo delle cose si trova anche quell'anima affine in grado di reggere il colpo insieme a noi. Non parlo solo dell'amore fra due persone, sarebbe riduttivo. Le cose che abbiamo dentro devono potersi catalizzare attraverso uno sguardo ed un pensiero che non sia sempre il nostro. E' necessario l'altro, il diverso da noi, il nuovo. E' indispensabile per vivere. E forse sognare di camminare soli è il segno che è venuto il momento di ricominciare a cercare, a sperare, a sognare.

mercoledì 26 agosto 2009

Legittima incompetenza.


Stamane mi trovavo nel mio borghese ritiro vacanziero, intento a leggere il quotidiano, quando mi imbatto in una notizia apparentemente positiva: la Corte di Giustizia europea ha riconosciuto che il carabiniere Mario Placanica, esplodendo il fatidico colpo di pistola che uccise Carlo Giuliani durante il G8 di Genova lo fece per legittima difesa. Alla buona ora. Peccato che questo articolo continuasse. Oltre al comprensibile (per loro) sdegno dei familiari di Giuliani, vi si leggeva che la Suprema Corte avrebbe di fatto riconosciuto che tale avvenimento sia stato causato dalla mancanza di organizzazione in fatto di ordine pubblico. La prima parola che mi è venuta in mente è stata squilibrati. E parlo dei magistrati e dei giudici che hanno concorso a questa immonda stesura che hanno il coraggio di chiamare sentenza. In questa vicenda i fatti sono essenzialmente due: che Carlo Giuliani sia morto e che Genova sia stato un campo di battaglia. Il resto sono tutte chiacchiere. In pratica la Corte Europea riconosce che la morte di Giuliani sia da attribuire non al singolo rappresentante dello stato, ma allo Stato impreparato e incompetente. Ma lasciate che io ricordi il fatto in sè. Un camionetta dei carabinieri viene incastrata fra un cassonetto ed un muro in Piazza Alimonda. Due compagni di giochi di Giuliani attraversano un vetro posteriore con una trave lunga tre metri, colpendo Placanica alla testa (immaginate che male fa una trave in testa). A Placanica sfugge per questo un fumogeno, che cade dentro la macchina. Un compagno di Placanica comincia a vomitare e sta per svenire, mentre dal lato destro della camionetta penetra ancora una trave. Placanica tiene bassa la testa del compagno per proteggerlo e chiaramente non vede niente al di sopra della sua testa. In tutto questo, il ragazzo Carlo Giuliani, uscito di casa quel giorno non per andare a fare le chiacchiere con gli amici al bar, ma con un passamontagna (era il 20 di Luglio, secondo voi aveva freddo? No.), vede il macello dentro la macchina, si guarda intorno, nota un estintore forse vuoto, lo raccoglie e tenta di buttarlo in faccia ai Carabinieri. Cosciente di tutto quel macello che stava avvenendo sul retro della camionetta. Lui ha visto due ragazzi lottare per non soffocare ed ha pensato bene di schiantare loro in faccia un estintore. Un esempio di lotta civile, questo ragazzo.
Passi la insipienza delle autorità, passi la non preparazione di Placanica, passi anche la buonafede di Casarini e compagni, non si può continuare a dire ad otto anni di distanza che Giuliani fu vittima delle circostanze. Giuliani ha tentato di ammazzare a sangue freddo un suo coetaneo semisvenuto e ferito gravemente. Il quale, forse in un impeto di egoismo, ha tentato di tenersi stretta la vita. Non scordiamoci mai, come hanno fatto questi giudici da commedia, da quale parte stia il bene e da quale il male. Un ragazzo morto è una cosa seria, ed è proprio per questo che una sentenza sulla sua morte deve esserlo altrettanto. Riconoscendo semplicemente che quel giovane sia morto nel tentativo deliberato e ponderato di togliere la vita ad altri esseri umani. Il reato di Giuliani si chiama tentato omicidio. La reazione di Placanica istinto di sopravvivenza. Fine dei giochi.

mercoledì 17 giugno 2009

Alla ricerca dell'essenza.


Pieter Cornelis Mondriaan è senza dubbio uno degli artisti la cui opera, sebbene sottoposta a critiche continue e minimizzazioni dovute all'apparente semplicità schematica di alcuni suoi lavori, rappresenta un percorso articolato e complesso di ricerca della quarta dimensione dell'immagine pittorica. La sua fama proviene principalmente da una serie di tele, definite non rappresentative, nelle quali si incrociano forme e linee rette, che si distinguono le une dalle altre per l'utilizzo del colore, uniforme, semplificato da una stesura senza sfumature e nettamente delimitato entro ciascun settore di pertinenza, senza misture nè contaminazioni verso le zone di confine delle campiture. Un lavoro apparentemente semplice, quindi, che fece inizialmente pensare che non necessitasse neanche di essere "criticato", perchè privo di progettualità intrinseca e comunque non certo ricco di spunti per letture significanti.

Solo dopo anni fu chiaro alla gran parte degli addetti ai lavori e di riflesso al grande pubblico che i quadri del pittore olandese erano il frutto di una vera e propria ricerca dell'essenza cruda della realtà, un lavoro sempre e comunque ispirato dalla natura, come Mondriaan amava asserire spesso; questa schematizzazione proviene dall'inquadramento complesso di alcune caratteristiche peculiari della vita che circonda l'uomo, una riduzione all'osso che sicuramente aveva richiesto molti anni di procedimenti per prove ed errori. La chiave di volta di questa ricerca è sicuramente nascosta nello sviluppo artistico di Mondriaan durante il suo periodo parigino, esattamente negli anni fra il 1912 ed il 1914. In questo lasso di tempo egli completa in un certo senso il suo avvicinamento al cubismo, ispirato dalle opere dei due padri fondatori del movimento, Pablo Picasso e Georges Braque, senza mai abbandonare la sua esigenza di rappresentare l'anima delle cose, la loro parte essenziale, costitutiva, perciò irrinunciabile. Ma un cambiamento è indubitabilmente avvenuto nell'artista fiammingo. Lo provano alcune tele datate 1912, che hanno tutte per soggetto l'elemento principe di un paesaggio naturale: l'albero. Esse sono tutte identiche se si fa eccezione per la modalità compositiva. Come detto l'oggetto delle opere è una pianta, in posizione centrale, unico elemento interamente riconoscibile e nominabile a partire da una analisi dei formanti figurativi. L'irruzione e la sedimentazione del cubismo nell'animo rappresentativista di Mondriaan, genera l'interesse e la necessità di riflettere a partire dal dato dell'evoluzione biologica della natura come processo di crescita. L'albero perde importanza come oggetto qualificato e qualificabile in sè, ma ne guadagna dal punto di vista della complessificazione della sua vita, rappresentata dall'allungamento e dall'intreccio delle ramificazioni. Ecco quindi che l'elemento naturale va dissolvendosi nel fondale, facendo emergere la spina dorsale concettuale di questa riflessione perpetua; in questo la maniera cubista aiuta il pittore. In quale modo?Il cubismo astrae dalla realtà nominabile la purezza degli aspetti dinamici, il movimento che genera vita e lo rende il vero protagonista della rappresentazione. I soggetti cubisti sono percepiti in quanto mobili, e risultano percipienti in quanto partecipano direttamente della vita dell'osservatore. A Mondriaan non interessa più che noi si possa riconoscere che nel suo quadro vi sia o meno un albero, ma che si possa andare oltre, riconoscendo a quella immagine il valore di oggetto vivente, ma soprattutto in continua, persistente crescita. Due sono le parole d'ordine: ritmo ed armonia, che sono le stesse con le quali ogni essere dei tre Regni esprime il significato della propria esistenza sulla Madre Terra.

venerdì 8 maggio 2009

Castelli di carta.


Dopo una estenuante giornata di lavoro, in cui hai fatto e dato tanto, in cui hai scherzato, riso, ma ti sei anche innervosito, arrabbiato, nella quale hai potuto parlare con le persone che lavorano fianco a fianco con te ogni giorno di quanto sia dura riuscire a portare avanti la carretta ogni giorno, torni a casa, apri Internet e leggi una notizia agghiacciante: una coppia di Milano, lui 50 anni disoccupato, lei 46 anni gravemente malata si uccidono in una desolata campagna, tramite una camera a gas fai da te, la loro automobile collegata con il più classico tubo di gomma allo scappamento. Di colpo sparisce tutto quello che hai in testa, tutta la frustrazione, la tua banale stanchezza, di colpo devi tacere e renderti conto del fatto che sei uno di quelli con l'oro fra le mani. Hai la salute, sei giovane ed in forma ed hai un lavoro, che sarà anche sottopagato e sottostimato dagli sguardi beffardi di alcuni clienti, ma ce l'hai. Non sei costretto a pensare di non farcela proprio a vivere in questo mondo. Perchè la tristezza di quella morte va oltre un discorso economico, anche oltre un discorso di salute in senso stretto. Arrivare a progettare ed attuare la propria fine è il segno che non rimane null'altro che il buio, che la speranza è concretamente cancellata dal tuo dizionario. Non è egoismo, è davvero disperazione. Questa coppia ha voluto dire a modo proprio "qua non ce la facciamo proprio, nessuno ci dà una mano, siamo soli e senza una via d'uscita". Lungi da me avallare o giustificare un tale atto, che per la mia etica è sempre da condannare e nella mia anima continua ad apparire come un gesto privo di qualsiasi senso. Non lo giustifico, forse però ne comprendo le umane motivazioni. Ma come in un remoto gesto di speranza, come se effettivamente fossero fiduciosi di avere un'altra vita oltre la vita, questi due compagni sono morti mano nella mano, chiedendo di essere sepolti vicini, per dormire insieme il sonno eterno. Da profondo credente quale credo di essere spero che il buon Dio, nella sua infinità magnanimità accolga la loro implicita, silenziosa richiesta. Un giorno, magari, nell'eternità.

venerdì 24 aprile 2009

Comunicazione di servizio.


Una nota di servizio, anche se non è mio costume farne. Chi frequenta questo blog, sa che è più che libero di fare o dire ciò che crede, di arrabbiarsi, compiacersi, indignarsi, protestare. Sempre e comunque nel rispetto della collettività. Questo blog l'ho creato perchè chiunque vi passasse sapesse chi sono. Non mi nascondo dietro i fuscelli, perchè so di avere la coscienza pulita di non aver nessun segreto, nessuno. Io non nego, nè ometto parti di me che esistono. I lati oscuri di me sono il risvolto di quelli chiari ed è come se uno maneggiasse una moneta. Per quanto veda una sola faccia sa sempre che ne esiste un'altra e può girarla quando vuole. Per me fare mistero di questo equivale a fuggire, è un atto di viltà che non tollero negli altri, men che meno in me. Chi entra in questo blog deve avere la coscienza di stare andando a conoscere molto di me e deve averne rispetto. Il che significa non banalizzare ciò che, con sforzo, io cerco di esprimere. Ma se uno sa di essere una persona onesta in tutti gli aspetti della propria vita, troverà agio e magari conforto nel confrontare con me e con altri le proprie idee. Alle persone immorali, cioè quelle profondamente disoneste, bugiarde, che mentono sapendo di mentire su sè stesse e agli altri, è fatto espresso divieto di leggermi. Abbiano la bontà di evitarlo.