mercoledì 5 maggio 2010

Il blog cambia casa.

Dopo aver miracolosamente capito come si trasferiscono tutti i post da una piattaforma all'altra (c'è un tasto che Wordpress chiama il bottone magico), ho deciso di spostare il mio modesto blog su detta piattaforma, per una questione di maggiore resa personale. Contenuti e stile sono ovviamente gli stessi. 
Volevo comunicare a tutti i miei affezionati che, a partire da Lunedì prossimo, mi potrete leggere (e spero iscrivervi su:
http://gianlucamonti.wordpress.com

Oh, io sono di là, se qualcuno mi cerca!

martedì 4 maggio 2010

Sacconi, ministro non costituzionale.


In aperta polemica (e come potrebbe essere altrimenti, fatto da me) con il vecchio, decrepito, inutile ed autoreferenziale mondo dei politici italiani, vi spiego brevemente perchè il ministro con delega per lo stato sociale, Maurizio Sacconi, andrebbe sfiduciato per palese incostituzionalità della persona e del suo pensiero stesso (magari si potesse licenziare un politico perchè dice e fa cose contrarie all'ordinamento supremo del nostro Stato). Prima però due brevi indicazioni, che apriranno la strada ad una più facile comprensione del mio punto di vista. 
Tante volte abbiamo sentito il ministro fare delle dichiarazioni deliranti circa la situazione lavorativa degli italiani, con particolare ed insistente riferimento a ciò che, secondo il suo illuminato parere, dovrebbero fare i giovani precari del nostro sistema Paese. Al grido di "arrangiatevi a fare quello che c'è", "rimboccatevi le maniche e prendete quello che passa il convento", Sacconi contravviene ai suoi doveri in quanto ministro del lavoro e dello stato sociale (riuniti nel termine welfare) e commette due errori gravi, uno che potremmo definire meritocratico ed uno metodologico. 
Il primo è abbastanza evidente: in Italia, non esistendo alcun tipo di meritocrazia e di consequenzialità dell'ingresso nel mondo del lavoro rispetto al grado di istruzione raggiunto da ciascuno, i politici tirano a dire che tutti devono fare tutto e pazienza se non è il proprio ambito. Che una persona debba imparare a destreggiarsi un po' su tutte le cose della vita, è un assunto che mi trova d'accordo, ma credo appartenga più ad una specie di tradizione popolare sulle doti che si portano in una unione di tipo matrimoniale, piuttosto che ad una questione di crescita professionale ed economica in un ambito lavorativo. Non vado contro chi non ha studiato, perché magari non ne aveva voglia o non aveva la possibilità economica o fisica di accedere a studi superiori, ma è palese che fra un laureato con specialistica (o con master di primo e secondo livello) ed uno con la licenza media  o diploma superiore ci debba essere una differenza anche nell'attribuzione di ruoli specifici in campo professionale. Cosa che in Italia non solo non esiste, ma viene addirittura ulteriormente disincentivata dall'atteggiamento irresponsabile di privati datori di lavoro e dello Stato stesso, spettando a quest'ultimo la regolamentazione e la normativa sull'occupazione, ivi comprese le trattative con le rappresentanze sindacali per trattamenti più equi e certamente differenziati fra ruoli diversi.
La linea metodologica erronea la potrei spiegare con un esempio, sempre partendo dall'affermazione secondo la quale ci si deve arrangiare. Se io vado a fare un lavoro sottoqualificato rispetto alle mie competenze, così come se qualcuno occupa una posizione al di sopra delle proprie specifiche abilità, grazie ad una sanatoria, o peggio ancora, ad una raccomandazione, rubo il posto a qualcun altro (o qualcuno lo ruba a me), che potrebbe e dovrebbe fare quel lavoro al posto mio, magari con maggior profitto. Poi magari ci sta anche che io impari il mestiere meglio di chi lo fa per professione da tempo o per tradizione, ma non è l'argomento in ballo.
E veniamo alle motivazioni di incostituzionalità del ruolo ministeriale di Sacconi e della sua opera come servitore dello stato, che saranno chiare non appena leggerete le due seguenti citazioni: 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Li avete riconosciuti? Ebbene sì, sono l'articolo 3 e 4 della nostra Costituzione, nelle disposizioni generali. Tralascio le indicazioni nei Titoli specifici, perché sarebbero un carico da novanta. Ma mi sembrano sufficienti questi due aspetti citati per fare chiaro quanto lontano siamo dal rispetto della dignità individuale di ogni cittadino italiano. 

giovedì 29 aprile 2010

Poesia d'amore e di vita (ode a Pablo Neruda)



Non sono un grande appassionato di poesia. Se devo leggere un testo, preferisco un romanzo, una biografia, un saggio d'inchiesta. Non è questione di snobbare il genere, non credo neanche dipenda da una mia personale ignoranza. Credo che il fatto di non preferire i testi poetici a quelli in prosa dipenda, per ciò che mi riguarda, da una forma di rispetto della meccanica complessa e raffinata dei primi, che invece meritano a mio avviso una rivisitazione in chiave analitica e tecnica, forse apparentemente più fredda e distaccata, ma che in realtà è il frutto di uno studio appassionato ed approfondito di ciò che sta dietro e dentro ogni singolo verso di una poesia. Detto in parole semplici, il testo poetico è altamente denso, pieno nella sua schematicità, ricco di contenuti nel suo ermetismo e quindi meno facile da fruire, senza doversi soffermare spesso e volentieri a riflettere, prendere appunti, ripartire da capo (o anche leggerne i versi in ordine sparso, per vedere se esista davvero l'equilibrio perfetto che una struttura cristallina come la poesia possiede per natura).
Mi è capitato di recente di avvicinarmi alla poetica di Pablo Neruda e devo confessare immediatamente che lo avevo sottovalutato: di lui avevo l'impressione che fosse uno scrittore scontato, nel senso che da quello che sentivo da persone che conosco, tutti avevano letto almeno un libro di composizioni dell'artista cileno. Un pregiudizio sbagliatissimo, almeno nella sostanza della poetica del Nostro. Neruda è uno scrittore profondo, attento alle sfumature dell'animo umano, in particolare a quelle che riguardano l'amore ed i suoi effetti sull'essere umano. E' un poeta carnale, nel senso che riesce a descrivere con estrema finezza e con grande coinvolgimento personale il battito del cuore, il fremito della carne, lo stupore degli occhi dinanzi alla scoperta delle passioni amorose di ciascuno di noi. Ma il suo modo di scrivere non tralascia mai di dire la verità sulla sofferenza, dove per verità si può intendere la tristezza dell'abbandono, la nostalgia dell'illusione, la falsa gioia di una promessa fatta e non mantenuta. Due quartine che ho letto ieri notte, e con le quali voglio concludere questo post, lasciando a voi la possibilità di rifletterci, mi sembrano essere il sunto dell'intensità di Neruda, della sua estrema capacità di essere presente su ogni singolo granello delle emozioni del cuore. Giudicate voi.
Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e stellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perchè sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Poi basta una parola, un sorriso.
E sono felice, felice che non sia vero.

sabato 24 aprile 2010

Evidenze.


Ognuno nella vita ha quello che si merita. Niente di meno e niente di più. Ovviamente un discorso simile noi non possiamo riferirlo ad aspetti non controllabili della nostra esistenza, come ad esempio tutta la serie delle piccole e grandi questioni che riguardano la salute del nostro corpo.
No, io intendo dire che, per quello che riguarda il lavoro, i soldi, i sentimenti, ciascuno di noi stringe nel pugno, in ogni singolo, determinato, esatto istante della propria vita non di più e non di meno di ciò che riesce per se stesso a garantire, che guadagna con la fatica di maturare e con il rispetto che è obbligatorio mostrare nei confronti del resto del mondo e con la volontà, tutta quella di cui si è capaci, di modificare le istanze esistenziali a proprio favore. Quindi, se in questo momento, chi legge sente che qualcosa manca alla sua vita, sappia che è un (de)merito suo, che è una scelta che non ha fatto oppure una occasione che non ha colto a tempo debito. E per quanto questa affermazione possa sembrare abbastanza scontata, nel momento in cui essa venga razionalizzata e messa in prosa come in queste poche righe, è tutt'altro che certa nel momento in cui ci si lamenta per quello che pare ci manchi quotidianamente nel nostro tessuto vitale.
Se non lo abbiamo ce lo meritiamo. Ugualmente, se lo abbiamo, lo meritiamo. Punto e a capo.

martedì 13 aprile 2010

Il cortocircuito dell'ideologia.



Mi dispiace essere sempre controcorrente. Mi dispiace anche che qualcuno possa pensare che lo faccio apposta. Non è così: tengo a precisare che non sono politicamente schierato o formato in qualche gabinetto partitico esistente. Cerco di osservare i fenomeni per quelli che sono, nella loro interezza e soprattutto ascoltando ciò che affermano le persone. E chiaramente ci metto anche del mio, la mia esperienza privata.
Il fatto è il seguente: come avrete sicuramente sentito, tre persone appartenenti all'associazione di soccorso medico volontario Emergency (progetto tutto italiano, fondato dal dottor Gino Strada), sono stati arrestati dai servizi segreti afghani e sono tutt'ora detenuti (pare anche illegalmente), con l'accusa di aver complottato per uccidere il governatore della provincia di Helmand, Gulab Mangal. La provincia è attualmente sotto la supervisione militare dell'esercito americano e britannico, ma l'ospedale di Emergency era controllato dai militari italiani. 
Partiamo con il dire che Helmand è l'ultimo baluardo della resistenza talebana: Barack Obama, consapevole del peso di questa striscia di terra per la sicurezza del mondo intero (la provincia è la prima produttrice mondiale di oppio), ha recentemente schierato 15000 soldati sulle montagne della zona, per un'operazione di controllo, offensiva e ricerca a tutto campo. Helmand è una zona anomala e la sopravvivenza dei contingenti militari dipende anche dalla continua discesa a patti con la popolazione locale, vicina alla resistenza dei terroristi. In un clima del genere, chiunque voglia assicurarsi un minimo di sicurezza, deve concludere una qualsiasi sorta di accordo di non belligeranza con questa gente. Questo ovviamente comprende anche il personale civile. I governatorati afghani sono chiaramente filogovernativi e comunque le elezioni hanno portato ai risultati attuali. Resta il fatto che Helmand è il punto di equilibrio dell'intera nazione, su cui si giocano le partite più importanti dal punto di vista diplomatico e militare. Ciò dovrebbe teoricamente comportare una maggiore attenzione nel modo di muoversi da parte di tutti, militari e civili. E qua passiamo alla mia considerazione personale.
Io sono un volontario in una associazione di soccorso medico, faccio parte del dipartimento della Protezione Civile ed ho svolto sempre con grande attenzione i miei compiti ed il mio lavoro. Credo, dopo quattro anni di intensa attività, di avere imparato cosa significhi essere a disposizione della gente. Per di più, l'associazione di cui ho fatto parte ha una grande tradizione di anonimato nella carità (il vestito tradizionale dei volontari prevedeva un cappuccio nero con i soli due buchi per gli occhi ed una buffa nera legata in vita da un rosario, il massimo dell'ignoto). Parliamoci con molta franchezza: io non condivido affatto la linea di Emergency rispetto al proprio lavoro ed alle dichiarazioni imprudenti, più volte proferite dal suo fondatore, il dottor Gino Strada. Emergency dovrebbe portare a termine il proprio compito nel silenzio e nell'umiltà, pensando a mettere in pratica la laica carità del soccorritore medico. Invece no. Comizi politici, manifestazioni, dichiarazioni deliranti (Strada che, messo di fronte alla scelta, si chiedeva retoricamente chi fossero i terroristi fra i talebani e gli americani, mah.). E non mi si venga a dire che il compito di una organizzazione non governativa a scopo benefico e medico sia quella di insegnare la politica globale al mondo che guarda. Della vita ho imparato questo: ciascuno al proprio posto. Il medico faccia il medico e, se la sua è una vera missione, non mostri l'occhio allucinato o il muscolo della resistenza all'Impero del Male. Faccia il medico, come il soldato fa il soldato, il politico fa il politico ed il terrorista fa quel che ritiene giusto. Quando ero volontario avvertivo le istanze politiche all'interno dell'associazione, ma dal momento in cui indossavo la mia uniforme, al momento in cui la rimettevo nell'armadio, il mio unico pensiero era la gente che soffriva. La politica la lasciavo fare ad altri.
Venendo nello specifico al caso dei tre operatori arrestati ci troviamo di fronte al classico caso nel quale l'ideologia, che dovrebbe stare fuori da un ospedale e dalla logica di un volontario del soccorso medico, crea un cortocircuito per il quale si sospetta di persone che potrebbero essere innocenti dei fatti a loro attribuiti, ma che in qualche modo sono colpevoli, soprattutto dinanzi alla propria coscienza di volontari, avendo fatto del proprio lavoro una battaglia ideologica (neanche politica o sociale), facendosi degradare essi stessi da un pensiero o un'idea che non dovrebbe appartenergli, in una parola "fiancheggiando". Il fiancheggiamento, la chiusura di un occhio, lo schierarsi anche se non apertamente non già dalla parte di una popolazione, ma di una resistenza territoriale dichiaratamente fondamentalista e terrorista, nel tentativo di affermare le istanze di cui altri dovrebbero essere portatori (il popolo per la propria terra, che non appartiene neanche a quei talebani che la occupano, se vogliamo dirla tutta) è un gioco pericoloso e le conseguenze sono chiare. Ma bisognerebbe essere abbastanza maturi e responsabili del proprio ruolo per capire che col fuoco non si scherza. La guerra è guerra. Ognuno faccia il suo.

giovedì 8 aprile 2010

Fervono i preparativi.


Oh. Mi scusino i miei lettori (non sapevo di averne tanti e soprattutto non pensavo che per alcuni di loro fosse così importante leggere sempre o quasi qualcosa di fresco proveniente dalle mie dita). Motivo della mia assenza? Ho avuto un po' da fare: alcune questioni di lavoro mi hanno tenuto occupato nei giorni di Pasqua e dintorni e ho dovuto pensare soprattutto a quello, poi mi sono dedicato un po' al riposo in famiglia e, come alcuni di voi già sapranno, sto "impacchettando" un po' di effetti personali per fare la mia "discesa dello scemo" (come avrebbe detto il mitico Lello Arena, solo che lui aveva fatto una salita, andando da Napoli a Firenze per trovare l'amico Troisi). Mi auguro che tanto da scemo non sia, visto che in questo esperimento a valigie aperte ci ho riposto qualche piccola speranza. Se non altro mi godrò la tiepida primavera romana, il bollente traffico romano, la calorosa accoglienza romana...va bene, la smetto.
Ogni tanto, mentre arrotolo i calzini da portare via, penso: "Chissà come andrà". Qualche mese fa, intorno a Febbraio, ero piuttosto scettico circa un probabile trasferimento per motivi di lavoro (che è da trovare). Mi dicevo che avrei solo speso inutilmente i miei risparmi, andando a parare in luoghi non certo messi meglio da un punto di vista economico. Il mio umore è decisamente cambiato, non solo per questa cosa. Sento però un maggiore ottimismo, una migliore predisposizione all'impegno ed alla ricerca ed un cauto, positivo sentore che qualcosa al fine sbuchi e mi consenta di rimanere in loco.
L'avrete capito anche voi. Faccio una specie di scommessa. Molti mi hanno già detto che tanto è inutile, a Roma sono messi peggio, non trovi niente, che vai a fare nel casino...perchè invece a Milano non c'è traffico, non c'è casino e non c'è crisi, giusto? Solo che io a Milano ci sono già stato e per il momento è decisamente fuori budget. Ma al di là delle motivazioni economiche, questa cosa la faccio soprattutto per me. Per testarmi un po', rimettermi in gioco, darmi una, dieci, cento, mille possibilità. Ritrovare un po' me stesso, lontano da quelle famose vocette di cui avevo parlato non molto tempo fa.
Oh, ben inteso, affezionati. Se passate da Roma fate un fischio, sicuramente un caffè insieme non ce lo toglie nessuno. Non so se fino al giorno prima della partenza scriverò molto. Come ho già detto, ho una serie di impegni importanti che devo portare a termine prima di partire. E poi devo legare la valigia con lo spago, aspettare che mia madre, vestita a lutto stretto e col fazzoletto in testa, smetta di battersi il petto (non lo farebbe, ma faceva scena), prendere la coppola e la giacca di velluto a coste color tortora e partire, cercando di non perdere la corriera (vado in macchina, tranquilli). Sono un emigrante al contrario, come al solito io faccio le cose diversamente dal resto della gente. Tutti salgono, io scendo. Mi porterà fortuna la contromossa? Staremo a vedere. In ogni caso passerò a dare un saluto a tutti voi e darò l'annuncio di una cosa, un'idea che mi è venuta ieri notte. Potrebbe rivelarsi un'idea carina. A presto, eh.

giovedì 1 aprile 2010

Dipingere col cuore (impressioni di Aprile).



Adesso lo so...un uomo cerca, accumula tenta di completare sé stesso. 

Un lavoro, una casa e una macchina. Dei soldi.

E poi cerca ancora di più e non è mai contento. 

Va sempre più lontano, viaggia, vive. Stravive. 

La sera, guardando fuori dalla finestra, vede il riflesso di un letto freddo e vuoto. 

Sente il suono del silenzio di una casa che non esiste. 

Un uomo senza amore è niente.


Sono sempre stato convinto, e lo sono tutt'ora, che l'essere umano viva all'interno di una porzione di realtà fatta di una quantità infinita di fotogrammi, creati dalla propria mente. Come un artista, che immortala le cose che lo circondano, anche noi abbiamo la tendenza a creare dei quadri ad hoc per le nostre sensazioni, come se il riempire uno spazio non fisico di oggetti, odori e colori immaginati, ci aiutasse a strutturare l'impercettibile (o appena percettibile) impulso di una sensazione. 
Spesso mi hanno chiesto: "Perché scrivi?". La mia risposta principale è che la scrittura, per me è tale e quale a qualsiasi altro meccanismo istintivo finalizzato alla sopravvivenza, come bere, mangiare e stare lontano dai temporali con fulmini se hai oggetti metallici addosso. Io scrivo perché dentro di me ho tante di quelle cose che l'unico modo per metterle in ordine e, talvolta, darmi pace è quello di buttarle fuori, di farle apparire nero su bianco. Ma questa cosa l'ho già spiegata.
Una seconda motivazione, meno evidente e che può apparire scontata o simile alla prima è che scrivere serve a ricostruire i processi emotivi che ci sconvolgono interiormente e dai quali ci facciamo trasportare (giustamente). Attenzione: non significa che io ne cerchi il controllo attraverso la scrittura, questo non sarebbe possibile per definizione (il che mi ricorda un interessante studio di C.S. Peirce su emozione e sensazione): l'unica cosa che mi preme fare è fermare l'attimo, dipingerlo, per poterlo guardare ogni volta che voglio, per restarne ammirato, stupito od anche schifato (mica è detto che tutto ciò che partorisce la mia mente sia di gusto). Io creo dei quadri viventi, cerco di entrare nelle stanze della memoria e di prendere da là le sensazioni che mi hanno attraversato. Dopo di che ne faccio colori, persone, oggetti, luoghi. Che non è detto che siano realmente esistenti od esistiti. Ma l'efficacia di questo meccanismo, io credo che stia nell'essere autentici, nel seguire con rispetto e devozione il filo delle emozioni, portando alla luce una parte di sé stessi e renderla una favola, unica, originale, vivente.

martedì 30 marzo 2010

Amare è vagare.


Ribelle. Sempre contro corrente. Quando gli altri infrangevano le regole, io le rispettavo fino in fondo. Quando gli altri si omologavano, io mi distinguevo. Quando vedevo solo male, cercavo le cose buone. Quando mi ferivano, io sorridevo.
Ribelle, perchè ho sempre amato a modo mio. Senza condizionamenti, senza indicazioni sommarie, fuori dai denti e dai consigli degli altri. Guardando sempre chi avessi di fronte e non alle mie spalle. Non cedendo al borbottìo rumoroso della mia ragionevolezza.

Perché amare è vagare. Mai in linea retta.
Significa cercare, trovare e già dover andarsene.
Vuol dire incontrare un'altra vita e viverla in un giorno solo.
Amare è svegliarsi accanto a qualcuno per tre anni ogni giorno e meravigliarsi di quel sorriso che ti strappa sempre.
Non è un gioco, non è una convenzione, non ci sono regole.
Non è fare il bene di qualcuno, è creare il bene.
Non può essere arrendersi, deve essere una lotta.
Amare è sudare, di gioia e dolore.
Significa prendersi in un abbraccio o perdersi in uno sguardo.
Vuol dire parlare, curiosando fra le lettere di un discorso.
Non è appartenere a qualcuno, né possedere. E' condividere.
Amare non è attendere, è agire.
Amare non è un numero, un'età, un limite. E' una opportunità.

Ed io, che ho già visto tutto questo, mi stupisco e commuovo, pensando a quanto altro ancora io possa scoprire di me, di te che ancora non esisti, di noi che neanche siamo nati. E l'attesa mi rende gioioso, impaziente, fiducioso. Perché le cose belle hanno bisogno di tempo e sole per maturare.
Ama. Sìì sincero. Sempre libero. Abbraccia. Lascia andare.

domenica 28 marzo 2010

Eros e Thanatos.


Venerdì pomeriggio è successa una cosa grave, proprio qua sotto casa mia. Mentre parlavo con un'amica, sento provenire dalla strada un rumore sordo e fortissimo, chiaramente identificabile in quello di una macchina che ne colpisce un'altra. Ho pensato che fosse il solito incidente in Via Ferrucci, tristemente famosa per essere una strada nella quale accade un tamponamento al giorno. In realtà era qualcosa di un po' più serio e che coinvolgeva una sola persona. Questi, dopo aver avuto un malore, ha cominciato una carambola piuttosto devastante, colpendo cinque macchine in tutto, da entrambi i lati della strada. Fortunatamente, in questa strada sempre affollata, non passava nessun pedone, al momento dell'incidente. La persona che aveva provocato l'incidente era probabilmente deceduta ancor prima di arrestare la sua corsa, tanto che quasi cinquanta minuti di massaggio cardiaco non gli hanno fatto niente. 
Sempre nello stesso pomeriggio, ho avuto una bellissima conversazione con una persona e abbiamo parlato di tante cose, di cose belle di emozioni, di sensazioni, di vita e Amore. Una conversazione costruttiva, uno scambio di vedute armonico, che mi ha lasciato il sorriso sulla bocca. Perchè vi racconto questi due fatti, che non hanno apparentemente nessuna correlazione fra di loro? Ecco spiegato il mistero. Mentre ero affacciato al balcone a guardare l'evolversi della situazione sotto casa mia, ho notato una folla di persone attorno al personale dell'ambulanza intento a provvedere alla rianimazione. Le facce di queste persone erano calate il più possibile per osservare lo spettacolo della "morte". 
Il che mi ha fatto riflettere su le due pulsioni che muovono il nostro agire, che sono due ricerche parallele e allo stesso tempo complementari. L'essere umano sembra spinto dalla necessità di osservare la morte e di cercare l'amore, questo nonostante il fatto che entrambe le cose abbiano dei meccanismi talvolta repulsivi. Morire spaventa la maggior parte di noi, eppure ogni volta che qualcuno viene a mancare, la nostra tendenza è quella di andare ad osservare il corpo morto o morente, di fissarlo con meticolosa curiosità, di interrogarlo quasi. E' una attrazione verso l'unica cosa che non possiamo evitare, cerchiamo attraverso chi ne fa esperienza (è una condizione ovviamente paradossale) di capire come possa essere, che cosa ci possa aspettare. Quanto all'amore esso spesso ci delude, o agisce per delle vie che fiaccano il nostro entusiasmo, provano la nostra resistenza, ci inducono a pensare che una volta perso quello che si pensa essere il compagno o la compagna della vita, non ci sia più niente. Ma immancabilmente il nostro istinto ci rimette sulla via della ricerca, del conseguimento di quella felicità che solo i sentimenti condivisi possono darci. E' un istinto quasi naturale, il cercare frontalmente l'Amore, la metà esatta, il completamento della nostra esistenza. Perchè siamo esseri tagliati a metà e così come è ineluttabile la nostra dipartita, così è impossibile vivere senza che ci si ricomponga come un unico essere vivente, quello originale.

mercoledì 24 marzo 2010

Raccontami una favola.


Ci sono quelle sere, quelle sere d'inverno, fredde e pungenti, immerse nelle metropoli nebbiose e piene di decorazioni di Natale, quelle sere in cui di uscire proprio non ti va. E allora che facciamo? Stiamo insieme, questa ultima sera, prima che domani il treno ci separi ancora una volta. 
Ecco, scendo io un attimo al supermercato e vado a prendere qualcosa da mangiare e un grande vasetto di gelato, ce lo mangiamo insieme e parliamo un po', abbracciati. Spegneremo tutte le luci, così nessuno saprà di noi prima dell'alba, solo qualche candela. Mentre aspetto l'ascensore penso a quanto già mi mancherà tutto questo calore, tutta questa familiarità, questo fare casa in una casa che neanche ci appartiene, su di un letto che altri hanno comprato e che alla tua partenza, probabilmente venderanno. 
Nel supermercato mi fermo davanti ad ogni singolo scaffale e cerco sorridendo le cose che ti piacciono di più. Penso ai tuoi occhi felici quando mangi, come una bambina piccola che pranza con i genitori in una assolata domenica di primavera. E penso che il tuo sorriso per me vale doppio, in questo gelido martedì d'inverno. E mentre io pago, tu sei lassù, che fingi di impegnarti nelle tue cose per non sentire la malinconia e la tristezza che un po' ci prende sempre in sere come queste. Quando torno su non fai che abbracciarmi,  ridere,  venirmi dietro in tutte le stanze, per vedere ogni singolo gesto che compio, ogni cosa che tu possa imprimere nella tua mente. Ma sai che se incontrerai i miei occhi piangerai ed io non voglio. 
Adesso vieni qua, fra le mie braccia. Sei stanca, lo vedo. Voglio raccontarti una favola, come si fa con i bambini che non prendono sonno. Ma la tua testa, appoggiata su di me, è già pesante. Sei crollata, alla fine. Non abbiamo avuto neanche il tempo di salutarci. Speriamo che domani all'alba tu possa sentire il mio bacio, anche se starai ancora dormendo. Un bacio ed un arrivederci a presto.

Pirella? 10 e lode. (arrivederci Genio).


Muore a 70 anni un genio del mio secolo: Emanuele Pirella. Molti di coloro che mi leggono non conosceranno il nome di questa persona, come è comprensibile che sia. Pirella, oltre ad essere stato un grande creativo nel campo della pubblicità, è stato un autentico artista, per cui il suo nome e cognome vivranno a lungo nelle sue opere, onore che spetta soltanto ai più grandi. Scrivo di lui non perchè lo conoscessi personalmente o perchè sia stato un suo fan sfegatato, tanto da seguirne la vita professionale e personale con ossessiva metodicità; questo post lo compongo per due motivi. 
Il primo è che Pirella seguì un percorso che, in parte, somiglia al mio ed in parte rappresenta ciò che io avrei voluto fare, ma che per una serie di motivi si è fermato ed è provvisoriamente in stand by. Si è laureato in Lettere a Bologna e dopo un breve periodo in una agenzia minore, ha fatto il salto, ovviamente nella grande Milano, fino alla direzione artistica di Bbdo Com. 
Ma scrivo di lui soprattutto perchè è grazie a lui che il mio immaginario creativo si è nutrito a profusione, essendo da sempre appassionato ai meccanismi di fruizione dei messaggi pubblicitari e a tutte le implicazioni, psicologiche, emotive, sociali, culturali, che la creazione di uno spot porta con sé fin dal momento della sua creazione. Essendo figlio degli anni '80 e '90, sono cresciuto a pane e pubblicità e non credo sia necessariamente da considerare un male, se poi mi sono trovato a studiare il fenomeno in maniera scientifica, grazie al mio percorso universitario.
E' vero, ancora non vi ho dato indizi per capire chi fosse questo mago della fascinazione. Un uomo come gli altri, forse. Ma se vi dicessi: "Chiquita. 10 e lode", andrebbe meglio? Oppure passo a "O così o Pomì"?. Non  li voglio scrivere tutti, divertitevi a cercare voi il resto. Ma se vi ho fatto due esempi di questo calibro, potrete senz'altro immaginare a quale genio io mi stia riferendo e quanto egli, senza che molti di noi lo sapessero, abbia fatto parte della nostra vita.

lunedì 22 marzo 2010

Perchè adoro Leonardo Pieraccioni (e i suoi film).



Vi è mai capitato di guardare un film almeno una volta al mese? Perchè lo trovate commovente, irresistibilmente divertente o per qualsiasi altra ragione? A me capita spesso con i film di Leonardo Pieraccioni, non tutti, ma sicuramente i primi tre, con "Il paradiso all'improvviso" e in misura minore con "Ti amo in tutte le lingue del mondo". Al di là dell'indubbia vena comica che contraddistingue i lavori del regista toscano, mi sono sempre chiesto come mai i suoi film abbiano attirato una così ampia fetta di pubblico, creando una fidelizzazione, successiva alla prima visione nelle sale cinematografiche. Insomma, come mai guardiamo e riguardiamo film come "Il ciclone"? Io non sono un "toscano ad oltranza", cioè uno di quelli che dice che qualsiasi cosa venga dalla regione in cui abito, sia un esempio di virtù o un capolavoro di arte, ma devo ammettere che i lavori di Pieraccioni sono riusciti a conquistare in maniera continua anche chi toscano non è, ovvero chi non sia particolarmente affezionato al genere della commedia romantica all'italiana. Credo che Pieraccioni abbia essenzialmente tre meriti nella costruzione delle sue storie cinematografiche.
Il primo è che non fa politica, né demagogia sui temi sociali, né si attacca a situazioni pretestuose per fare discorsi etici o morali. Racconta delle favole, in maniera pura e scanzonata, con l'ausilio sempre ben riuscito, di ottimi temi musicali e composizioni che rimangono in testa come fossero delle canzoncine per bambini; sono anch'esse giocose, spensierate, leggere e leggiadre.
Il secondo merito è senz'altro quello di rendere "familiare" il campo dell'azione entro il quale si svolgono le vicende narrate: sarà che, ad esempio, "I laureati" offre scorci di Firenze ben noti a chi vi abita o a chi la frequenta, ma in genere il regista riesce comunque a farci stare a nostro agio all'interno delle cornici che sceglie per raccontare le sue favole. Non c'è mai un luogo brutto alla vista, sono tutti dotati di un calore accogliente e di un fascino romantico. In questo si deve senza dubbio ammettere una complicità della stagione in cui Pieraccioni gira i film (solitamente le riprese vengono fatte nel periodo di Maggio e Giugno, sfruttando quindi la primavera, il sole quasi perenne, le giornate che durano molto a lungo).
La terza caratteristica importante sono i personaggi che lui crea: sono figure vicine al nostro vissuto, gente normale, che fa mestieri normali e che è in cerca di emozioni normali. Non c'è un personaggio dei suoi film che vada all'inseguimento di fantasmi nefasti del passato, di situazioni sentimentali guaste o impossibili da gestire. La semplicità dei sentimenti in gioco è un valore fondante della tecnica narrativa di Pieraccioni. Il tutto condito da volti noti, un'atmosfera familiare sui set, a detta degli stessi protagonisti dei film, una scelta sempre ben azzeccata delle protagoniste femminili, spesso (o sempre) latino americane, e comunque straniere (sarà una passione di Pieraccioni?). Insomma, la leggerezza che ci vuole, ogni tanto. La capacità di pensare che certe volte le storie che viviamo siano più romantiche e più "incarnate" di quanto questo nuovo mondo, fatto di connessioni impalpabili, ci consenta di vedere e comprendere. Un mix affascinante, che diventa una specie di festosa ricorrenza, nelle sere tiepide di tarda primavera, quando la mente cerca il sogno e il sogno è l'amore.

mercoledì 17 marzo 2010

Non sarà un giorno perfetto, ma è il mio! (in foto il mio amore).



Sublime, avrebbe detto l'ispettore Callaghan, il mai troppo tosto Clint Eastwood di quasi quarant'anni fa. La giornata si è aperta con una gradita conversazione telefonica. Per rimanere in tema di film, credo si sia svolta sempre sull'onda del famoso motto di Charles Kane in "Quarto potere", che amava ricordarci che: "C'è un'unica persona che può decidere il mio destino e quella persona sono io". Fortunatamente, almeno per adesso, dall'altro capo del telefono c'era una persona davvero cortese e disponibile. Bene. La giornata prosegue con una session selvaggia di pulizie casalinghe, che hanno come risultato quello di vedere splendere superfici vitree e lignee (stasera mi assaporo ogni singolo termine, come fosse un cioccolatino) sotto i colpi possenti del mio panno in microfibra. Sono l'uomo ideale, mamma me lo dice sempre. Il tutto, ovviamente condito dall'immancabile Ipod nelle orecchie, al ritmo de "La dura legge del gol".
Noi, abbiam capito tutto, è un po' come nel calcio. E' la dura legge del gol, gli altri segneranno, però che spettacolo quando giochiamo noi, non molliamo mai.
Perchè sarà anche da crisi post-adolescenziale, ma fanculo, è superbamente vero. Gli altri pensano di fare i furbi e di avere tutto facile, ma se la sognano la mia classe quando mi metto in testa una cosa. C'è poco da fare: la vita è questione di stile. Anche nel fare le pulizie. Ed io di classe ne ho da stravendere. Il mio panno ve lo può assolutamente confermare. Dopodichè (che il mio correttore segna come errore se lo scrivo tutto attaccato, io non me lo ricordo e per questo ringrazio sentitamente per anni ed anni di studi il sistema scolastico italiano) mi sono dato al bricolage estremo, riportando alla vita un tavolino di legno ed un orcio portavasi in argilla grezza. E la soddisfazione è tanta, anche là. So fare tutto, la donna che mi becca dovrà piangere di gioia (lo sapete che io sono vagamente autocelebrativo, no? Quindi non fate quelle facce snob).
Poi, grazie al cielo, notiziona alle ore 19.00: il comune di Roma ha ricevuto la mia domanda per il concorso, anche se ho dovuto aspettare solo 13 giorni per la ricevuta di ritorno della raccomandata, ma d'altra parte la posta la consegnano col cavallo in Italia, no? Chissene, ho il pezzo di carta, il resto conta zero o numero negativo a vostra scelta. E come si conclude questa giornata sensazionale? Con il mio amore che mi canta il suo grido di libertà, con la sua bellissima bocca ed il suo temperamento catalano di fuoco. No, non sto con una spagnola ed anche se notoriamente mi piacciono le donne un po' più grandi di me, Monserrat Caballe è del 1933 e forse sono un po' fuori portata. Fa lo stesso, lei è in grado di eccitarmi e farmi commuovere, ergo io la amo. Altre donne, imparate.
Dice, ma in tutto questo stai dando un senso alla tua vita? Progetti, fai, brighi o sbrighi?
Eccome. 
Ho persino un biglietto ferroviario nella tasca interna del cappotto, comprato oggi pomeriggio. 
Chissà dove porta. Chissà.

lunedì 15 marzo 2010

Il mio film mentale.



Oggi mi sono preso una pausa dalla mia ormai full time activity di ricerca e mi sono fatto una bella, grande passeggiata per la città. L'immancabile I-pod nelle orecchie, gli occhiali da sole e le mani in tasca. Oh, e a proposito di sole, era anche l'ora! Questa aria tiepida stravolge la consuetudine delle malinconie invernali, ridona un po' di tono alle nostre anime tormentate dalle mille fatiche di una stagione fredda che sembrava non finire mai (speriamo di non aver tirato la classica gufata e che questo miglioramento sia definitivamente progressivo). Ma non volevo scrivere sul tempo, non sono mica Giuliacci.
Mentre camminavo per strada, pensavo che ciascuno di noi vive la propria vita come se fosse un film, con tanto di colonna sonora. E questo romantico modo di vedere le cose, ci aiuta a ricordare le cose belle, quelle meno belle, ma soprattutto ciò che siamo e in quale modo viviamo le nostre esperienze. I nostri corpi sono meravigliosi collettori di suoni, profumi, sensazioni tattili, sapori di altre carni e ce li portiamo dentro tutte, da quando sperimentiamo le prime passioni, da quando cominciamo a  profondere le nostre energie in qualcosa che ci fa star bene (ma anche male), che ci fa sentire, come si dice, vivi. Ma è anche vero che quando ci guardiamo indietro, per fare i famosi bilanci, tutte le sensazioni rivengono a galla, l'aria che respiriamo si carica dei ricordi di pelli e corpi che abbiamo conosciuto e che non fanno più parte fisicamente della nostra esistenza. Ed i bilanci, almeno per me, servono per capire oggi, 15 Marzo 2010, che siamo quel che siamo, in ogni caso. E' vero, possiamo imparare a mediare, ad essere meno spigolosi, meno egoisti, ma il modo in cui impariamo ad amare, ad essere parte di qualcosa e la via per mettere il cuore nelle mani di qualcuno è sempre lo stesso. Con le eventuali pene che ne derivano. Per quello che mi riguarda, oggi ho capito che è inutile darmi consigli sulle tipologie di affetti che dovrei imparare a vivere, che sono proprio le donne che sono transitate per di qua e quelle che ho amato (con ciò intendendo una vasta gamma di sensazioni ed emozioni, non tutte allo stesso livello, fortunatamente) che hanno contribuito, ciascuna a modo proprio, a costruire la mia sensibilità, le mie opinioni, la mia attenzione ed anche la mia sana diffidenza per le promesse vane. Salvo caderci in maniera matematica ogni volta. Ma anche questo ha il suo bello, no? In fondo esprime una speranza (mi auguro non così remota nella sua realizzazione) che esista davvero la semplice gioia di un abbraccio senza condizioni.

venerdì 12 marzo 2010

Scrivo, quindi sono (e di certo non cambio).



Post d'alleggerimento, dato che è Venerdì ed anche questa settimana è finita (ma non vi illudete, sarà un post autocelebrativo, autoincensante, a tratti insopportabile per la boria che mostrerò, ma tant'è, uno può anche non leggerlo). Ogni tanto mi rileggo. Ebbene sì, nonostante la velata presunzione di perfezione che trapela dal mio modo di scrivere, anche io ho un cuore e ultimamente si è dovuto pure dare da fare a causa, come sempre, di persone totalmente inaffidabili, che hanno voglia di giocare a nascondino alla loro veneranda età. Pazienza, non sono fatti miei e manco voglio che lo diventino, se stanno male si possono far curare e porre rimedio alla propria inettitudine adolescenziale (il prossimo che mi dice "Ah, ma come sei giovane!", giuro, l'ammazzo). Dice, ma che c'entra tutto questo papocchio col post? Niente, o meglio, era uno sfogo estemporaneo e mi collega automaticamente a ciò che ho detto del mio modo di fare blog ed in genere scrittura e a quello che proprio l'avvenente essere in crisi di identità mi ha fatto notare. "Tu non sei comprensibile a tutti, dovresti trovare un modo più commerciale di esprimere le cose, altrimenti non arrivi". Le parole non sono testuali, ma il senso è quello: mi dovrei vendere, anzi, svendere, per vendere (mamma mia, che orribile gioco di parole!). Rispondo con un certo aplombe, tipico del mio modo di fare: ma col cavolo!!! A lei e a tutti quelli che mi giudicano difficile o pesante come un pezzo di piombo farcito di cemento armato posso solo dire che IO SONO QUELLO CHE SCRIVO. E non vi preoccupate per me, di spazio per la leggerezza ce n'è nella mia vita, ma non quando scrivo. Non scrivo per far piacere a qualcuno e, stenterete a crederci, non scrivo per diventare il nuovo Fabio Volo. Non me ne potrebbe fregare di meno. Scrivo perchè per me è come mangiare, bere o dormire (l'altra cosa a cui state pensando tutti non la metto, altrimenti toglierei credibilità al mio essere così zelantemente celebrale); scrivere è la via di elezione per esprimermi e fidatevi, qualsiasi cosa io produca non è frutto di alcuna mediazione, nè linguistica nè concettuale. E' uno schizzo, una raffigurazione della mia realtà in quel dato momento. Il resto sono favole. Non sono un romanziere, non sono uno scrittore. Sono uno "scrivente", un "diarista", chiamatemi come accidenti vi pare. Ma non chiedetemi di cambiare, in nome di grette leggi del commercio o per i soldi. Se quelli arrivano, ben vengano e me li godrò alla faccia vostra. Altrimenti continuerò imperterrito a riempire fogli (cartacei ed elettronici) di tutto ciò che sono e che vivo. E tanti saluti.

mercoledì 10 marzo 2010

Sull'impossibilità di avere (e l'importanza di essere).



Mentre leggevo "Lezioni americane", di Italo Calvino, ho incontrato, nella lezione dedicata alla molteplicità, un brano, tratto da "Alla ricerca del tempo perduto", di Marcel Proust, nel capitolo intitolato "La prigioniera". Lo vorrei riproporre, dapprima per intero e poi analizzarne i punti chiave, perchè ritengo sia, oltre ad un pezzo di mirabile bellezza e di notevole spessore sull'amore e sulla gelosia, qualcosa che precorre di molto il nostro mondo, quello delle infinite connessioni che ci legano e che spesso ci danneggiano nell'impossibilità di coglierle tutte.
Et je comprenais l'impossibilitè où se heurte l'amour. Nous nous imaginons qu'il a pour objet un être qui peut être couche devant nous, enfermè dans un corps. Hèlas! Il est l'extension de cet être à tous les points de l'espace et du temps que cet être a occupès et occupera. Si nous ne possèdons pas son contact avec tel lieu, avec telle heure, nous non le possèdons pas. Or nous ne pouvons toucher tous ces points. Si encore ils nous ètaient dèsignes, peut-être pourrions-nous ètendre jusqu'à eux. Mais nous tatonnons sans les trouver. De là dèfiance, la jalousie, les persècutions. Nous perdons un temps sur une piste absurde et nous passons sans le soupçonner a côtè du vrai.
Proust si rende conto di un insanabile contrasto fra due dimensioni inconciliabili della vita: il corpo e lo spazio infinito delle possibilità. Esse sono tanto più inconciliabili, quanto più ci si avvicina al possedere una cosa o una persona, in definitiva al sentimento d'amore. Leggiamo:
E comprendevo l'impossibilità contro la quale urta l'amore. Noi ci figuriamo che esso abbia come oggetto un essere che può star coricato davanti a noi, chiuso in un corpo. Ahimè l'amore è l'estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e che occuperà.
L'uomo ama, tenendo in considerazione solamente la dimensione qui-ora dei sentimenti. Cerca, per paura di perdersi i momenti e le gioie, di convogliare tutta l'energia nel corpo che gli sta di fronte, dimenticandosi che quello stesso corpo non è che una proiezione al contrario di esperienze di vita vissuta, di luoghi visitati e altre persone amate. Dico "proiezione al contrario", connettendomi alla metafora di Proust circa l'esplosione del corpo destinatario dell'amore in infiniti punti nello spazio. In questo caso l'esigenza primaria sembra quella di convogliare tutto in uno spazio ristretto. Proseguiamo.
Se non possediamo il suo contatto con il tale luogo, con la tale ora, noi non lo possediamo. Ma tutti quei punti non possiamo toccarli. Forse, se ci venissero indicati, potremmo arrivare sino ad essi; ma noi procediamo a tentoni senza trovarli.
E' nel momento in cui il corpo materia diviene proiezione astratta delle esperienze di vita passata e del dinamismo futuro, che colui che "ama", sente di stare perdendo il controllo della situazione. Si ha come la sensazione di avere un palloncino pieno di acqua in mano e che sesso abbia dei microfori su tutta la propria superficie, cosicchè le perdite sono inarrestabili. Ci vengono indicate delle vie per esercitare il controllo sull'espansione della materia, ma purtroppo queste soluzioni non sono che una parziale copertura delle perdite. 
Di qui la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni. Perdiamo un tempo prezioso su di una pista assurda e passiamo senza accorgercene accanto alla verità.
Mirabile, quanto impietosa è la conclusione a cui Albertine, che sta parlando, arriva nel suo ragionamento. Proust anticipa una lettura dei nostri tempi, non solo a proposito delle mille connessioni, oggi tutte virtuali, che disperdono l'integrità di una personalità con la quale ci troviamo a confronto. L'essere umano vive soffocato dall'esigenza di porre al suo servizio ogni tipo di notizia conoscibile su altri esseri umani, al fine di placare il senso di angoscia cosmica, provocato dalla perdita di punti di riferimento concreti. Il mondo virtuale, se da un lato incentiva le conoscenze, il fare gruppo, lo stare uniti, dall'altro è l'espressione più tagliente di un individuo la cui materialità si espande in un universo inifinito, la rete, e che egli stesso cerca di tenere a bada, autoincasellandosi in strutture sociali e comunità di vario genere. Chi sente la necessità di possedere qualcuno è a sua volta posseduto dall'incessante desiderio di porre sotto il proprio controllo l'altro, attraverso una continua ricognizione delle informazioni a tutti disponibili. E quando accade che si trovino le porte chiuse,  nasce l'insanabile conflitto fra il fremito di un pezzo di carne e l'etereo non-essere di un universo di bit.

martedì 9 marzo 2010

Il silenzio delle stelle.


E' sera. Sul terrazzo di casa mia spira un vento freddo.
Lo respiro profondamente, cerco il silenzio della nebbia, che copre gentilmente le stelle.
I miei occhi guardano la Luna, la fissano con intensità.
So che anche lei la sta guardando, ne sono sicuro.
Sono sicuro che stia pensando le stesse cose che penso io.
Solo da una prospettiva diversa, ma le nostre prospettive non si incontrano.
Sono linee parallele che corrono disperatamente l'una a fianco dell'altra.
Così, in una fredda notte di Marzo vedo me stesso, lungo il mare, camminare e cercare i suoi occhi.
E lei dietro di me, insicura, piccola e fragile.


Lasciando alle spalle ciò che siamo stati, ricominciamo a vivere.
Ricordando ciò che ci lega e che ci ha tenuti stretti, sappiamo che non abbiamo sprecato il nostro tempo, siamo solo stati nello stesso luogo e nello stesso tempo per un po'.
Sognando che tutto fosse possibile, per un istante.
Ogni tanto la vita ci prende a schiaffi, ma ci sforziamo sempre di capirla, di giustificarla.


Cosa fosse quel mare che si agitasse dentro di lei, io non lo so.
Quale fosse l'emozione che incendiava le mie urla di dolore, non la conoscerò mai.
E forse è giusto che sia così.
Perchè se questa vita incrocerà nuovamente le due linee parallele, noi dovremo essere pronti a ricominciare dall'inizio, senza timore di commettere gli stessi errori.
Dopo tutto è solo una notte, domani tutto passerà.

sabato 6 marzo 2010

L'amore è un'invenzione.


Questa che pubblico è una novella breve che scrissi per un concorso. E' già apparsa su Facebook, ma volevo condividerla sul mio blog, con voi che così assiduamente mi leggete e riflettete con me. Spero vi piaccia.
La nostra è la storia di un uomo folle, o almeno così potrebbe sembrare all'occhio attento di chi sa ( o pensa, sbagliando) di essere sano. Egli era folle poichè vedeva, vedeva meglio di chi guardava il mondo distrattamente, vedeva di più. E in questi sguardi profondi c'erano cose e persone che gli altri, i "normali", affermavano non esistere.
Il nostro piccolo amico (perchè oltre ad essere folle, era anche molto piccolo, tanto da somigliare ad un nano da giardino, di quelli di plastica che i ragazzi "normali", figli di persone "normali" cercano di liberare dalla schiavitù degli orti) aveva tanti amici che lo seguivano in ogni passo che faceva durante la giornata, consigliandolo sulle cose fa fare e le persone con le quali parlare. Perchè gli amici del nostro uomo conoscevano i cuori della gente a memoria, leggevano alla perfezione le menti meschine di tutti coloro che si sentono al riparo dalle cose strane, che pensano sia un sollievo vedere meno cose possibili.
Purtroppo i "normali" hanno anche un altro bruttissimo vizio: quello di camminare per strada con il naso per aria, senza guardare avanti, nè tanto meno in basso. Succedeva così che, oltre ad essere deriso per tutto quel mondo che gli altri apparentemente non percepivano o ignoravano volutamente per non sembrare pazzi a loro volta, il nostro piccolo folle uomo venisse ripetutamente calpestato mentre si recava a lavoro ogni mattina, lungo la strada.
Sì, perchè il nostro PFU (che era il nome spaziale che si era dato e che stava per piccolo folle uomo) aveva anche un lavoro, che era tutta la sua passione: dipingeva le vetrate delle case dei "normali". Il che, detto per inciso, lo faceva sembrare più "normale", perchè se lui dipingeva sui cristalli i personaggi del suo mondo, riusciva a compiere delle opere meravigliose, piene di bellissimi colori, semplicemente incantevoli. Per questa sua abilità lo pagavano pure bene, salvo poi tornare a calpestarlo mentre lui tornava per strada, mentre tornava solo soletto a casa sua.
Era anche solo il piccolo uomo e forse non perchè nessuna donna lo volesse, ma solo perchè lui pensava di non poter trovare la persona che lo avrebbe capito fino in fondo, che avrebbe potuto accettare di vivere insieme a lui ed ai suoi amici, che tanto immaginari non dovevano essere, visto che ci parlava spesso e che mangiavano e dormivano insieme a lui. Lo accompagnavano persino a lavoro e a volte lui li usava come soggetti delle sue fantasmagoriche storie dipinte. Fatto sta che, sempre secondo i "normali", il nostro piccolo folle uomo si addormentava sempre solo nel suo freddo lettino, la notte, consapevole che il giorno dopo non avrebbe potuto comunque sfoggiare la sua bella giacca di lino bianca, visto che gli scarponi degli "spilungoni" (era il nome che aveva dato ai calpestatori da marciapiede) gliela avrebbero irrimediabilmente macchiata e sgualcita. Quindi, sempre e solo vestiti grigi, senza lode e senza infamia e soprattutto senza la scocciatura di doverli stare a lavare ogni santo giorno.
Un giorno però capitò una cosa imprevedibile. Mentre dipingeva la vetrata di una chiesa, accadde che nell'altra navata vide una piccolissima donna che stava facendo il suo stesso lavoro e, guarda caso, con uno stile molto simile. Non chiese spiegazioni al parroco, pensò che la chiesa fosse comunque molto grande e che in ogni caso fosse un luogo di condivisione e non di concorrenza, quindi se c'era qualcuno o qualcuna che faceva il suo stesso lavoro come e meglio di lui, andava bene. Ed andò anche meglio, perchè i due cominciarono a parlare, dapprima solo di cose di lavoro, ma una sera si trovarono a tornare a casa insieme, immersi in una fitta conversazione sulla bellezza dei colori e sulla meravigliosa curva dell'arcobaleno, ma soprattutto sull'estrema disponibilità a conversare da parte dei folletti della pentola d'oro. Ciò lo stupì, perchè voleva dire che anche lei aveva degli amici che i "normali" non vedevano. La cosa gli piacque.
I due si frequentarono per molto tempo e vissero insieme per anni, crescendo ed invecchiando abbracciati, notte dopo notte. Intanto però un dottore, venuto a conoscenza della storia del piccolo folle (ed ora vecchio) uomo, decise di aiutarlo a non parlare più con i suoi amici, grazie a dei piccoli confettini rosa, che li avrebbero fatti evaporare. Il nostro amico dapprima si rifiutò, perchè quelle presenze a lui non davano noia, e pianse amaramente, abbracciato alla sua piccola donna. La quale però, gli consigliò di stare a sentire il medico e di prendere i confetti, così nessuno lo avrebbe preso più in giro. Così fece. Un giorno triste, la sua piccola donna si ammalò. Peggiorava di giorno in giorno ed il piccolo uomo non sapeva che fare. Una mattina lei lo chiamò al suo capezzale. Accorsero anche gli amici "immaginari" di lui. Lei gli disse: "Amore mio, non piangere per me. Questi anni insieme ci hanno regalato tanta gioia e tanto amore. Adesso io vado, ma tu sai che non ti lascerò mai, perchè abito nel tuo cuore che è la cosa più reale che tu abbia". Appena ebbe finito di parlare chiuse gli occhi e sorrise. In un attimo evaporò e con lei tutti i piccoli amici del piccolo uomo, come aveva detto il dottore. Lui forse lo aveva sempre saputo, ma non scordò mai la lezione della sua piccola donna: l'amore è la cosa che rende questo mondo più reale possibile e la vita degna di essere vissuta.

venerdì 5 marzo 2010

La terra dei cachi (e di quelli che mangiano invece di lavorare).



Dopo aver letto quanto scrive Sergio Romano sul Corriere della Sera di oggi, non posso che concordare con lui circa i due punti salienti messi in luce dall'illustre politologo, riguardo alla vicenda della mancata consegna delle firme per la presentazione delle liste elettorali. In primo luogo, Romano sostiene che le regole vadano rispettate, attribuendo alle scadenze e ai vari meccanismi di funzionamento del tessuto normativo un'importanza sacrale. Non è possibile o non è pensabile scavalcare dette leggi con altre leggi ad hoc, con altre norme che cancellano le precedenti, ne ritardano momentaneamente l'effetto o le modificano nella loro sostanza funzionale. Romano sostiene altresì che una consultazione elettorale, svolta senza poter tenere conto delle liste afferenti al più grande partito di maggioranza relativa è come fare una partita di calcio senza che si presenti una delle due squadre, il che inficia pesantemente il valore e il lavoro dell'altra compagine, anche se correttamente presentatasi alla sfida. Fare le regionali senza Pdl potrebbe confondere notevolmente le acque già torbide della nostra politica, quasi facendo risultare una percentuale di astenuti vicina all'80%. Insomma un po' una buffonata in stile italiano.Fin qua la precisa analisi di Romano, al quale non sfugge mai il peso ed il contrappeso, in un perfetto equilibrio descrittivo. Parliamo però del problema principale di questa situazione. La non presentazione delle candidature è il segno ultimo di una marcescenza totale della figura del politico italiano, che affida compiti assai delicati a mangiapanini a tradimento o galoppini figli dei figli, senza curarsi delle regole, pensando che se si è in Parlamento, tutto sommato si possono violare scadenze e coprifuochi. La politica sta impazzendo sul serio e questa è la scia di un comportamento anormale che coinvolge anche le abitudini sessuali, il pagamento di tangenti in mezzo ad una piazza ed altre pinzillacchere simili. Tutto alla luce del sole, neanche la fatica di nascondere vizi ed irregolarità, tutto gridato, tutto scoperto, perchè sei politico e ti è tutto concesso. Anche di violare la legge e di legiferare per rendere legale la violazione appena compiuta. E' un teatrino dell'assurdo in cui il cittadino, che Romano definirebbe azionista dello Stato, paga il prezzo ultimo. Perchè vedersi tolta la possibilità di votare, sebbene per persone evidentemente irresponsabili, è comunque la privazione di un diritto sostanziale di partecipazione alla vita politica di questo Paese. Io prendo sempre come riferimento l'America e qualcuno mi deve scusare per questo mio affetto incondizionato. Ma guardate cosa succede ad un senatore che sbaglia. Sono i cittadini del suo stato che, a gran voce, lo sollevano di peso e lo buttano fuori dalla politica, senza che nessuno tenti di salvarlo con leggi finte. Quel pizzico in più di coscienza civile che manca a noi e da dove nasce il deletereo disinteresse, ma anche un sistema politico che non ha nessun interesse a coprire le magagne dei rappresentanti. Un'utopia? Speriamo di no. 

sabato 27 febbraio 2010

Per diventare libero, cambiare.



Il mio non è un blog "istituzionale", e quanti mi leggono se ne saranno accorti. Io metto dentro a questo contenitore tutto ciò che mi tocca, più o meno in profondità, che abbia a che fare con la mia vita privata o con gli incontri che il "sociale" ha con le mie idee ed i miei pensieri. Volevo concedermi una parentesi molto personale sul coraggio di ricominciare e cambiare. Non vi nascondo che le mie riflessioni prendono spunto da un periodo piuttosto turbolento, che ho deciso di concludere partendo per qualche tempo, andando lontano da casa ed amici e da una serie di situazioni che, per cause di forza maggiore, vanno a coincidere con luoghi e volti che frequento ogni giorno. Può essere la partenza un buon modo di cominciare da sè stessi? O è piuttosto un modo di fuggire da quello che non ci piace, ci mette angoscia o tristezza, ci spaventa? Io ritengo che a volte sia utile guardare i propri problemi dall'esterno, senza esservi necessariamente immersi come in un limo putrescente.
Il problema essenziale è che trovare lavoro qua dove abito è un'impresa particolarmente difficile. Forse, provando a moltiplicare gli input in una città come Milano, avrò più possibilità. La seconda questione, come dicevo oggi alla mia amica Cecilia, è che ho la sindrome dell'uomo nella campana, e badate bene che intendo una campana di bronzo: io sono dentro e vengo frastornato dalle martellate che ognuno ci dà sopra. Sono inebetito, sento mille voci che mi parlano, mi consigliano, mi consolano, ma nonostante tutto io rimango sempre nello stesso identico punto, non faccio un passo avanti nè uno indietro. In terzo luogo ci sono le delusioni, quelle che solo l'essere umano riesce a dare in maniera così potente e prepotente. Se penso a quanti cammini ho incrociato, a quante mani ho simbolicamente stretto in segno di patto, a quante parole (come sapete, io ritengo il linguaggio e con esso il pensiero correlato, ciò che ci distingue dalle bestie) ho sentito, compreso, accettato giustificato e quante volte questi accordi siano stati violati, in maniera rude, insensibile, inumana, dunque animale, penso che andarsene per un po' lontano da questa umanità un po' bislacca, dai luoghi che sono caratterizzati dagli incontri con essi, sia una cosa tutt'altro che concepibile come una fuga.
Stanotte l'ho passata in bianco, pensando a chi sono io e a cosa credo di meritare in questo attimo della mia esistenza. Non celo un senso di superiorità presente in me, quanto alla mia educazione morale, perchè l'onestà è sempre stata l'unica regola che mi ha condotto sicuro fin dove sono arrivato. Non concepisco il tradimento, quello spirituale in particolare, quello che coinvolge due anime che vorrebbero sentirsi affini, ma che devono riconoscere in una delle due un fallo, un difetto, che porta sempre e solo sofferenza. E, durante questa ultima nottata, dopo aver fatto un breve excursus di quanto appena detto, ho pensato che, in linea di massima, sia meglio cambiare aria. Non so se lo farò a breve, non so in che termini avverrà questo cambiamento; quel che è sicuro è che da oggi cambia il mio atteggiamento nei confronti delle cose che vivo. Riappropriarmi di Gianluca, smettere di correre dietro ai desideri altrui, smettere di sperare di veder risolto un mio problema attraverso un'altra persona. Per un momento ci vorrei essere solo io. Magari nel silenzio di una campagna del Nord, o nel frastuono anonimo e confortante di una scintillante metropoli. Ovunque il mio sorriso ritrovato mi faccia riacquistare consapevolezza del mio valore, mentre respiro a pieni polmoni l'aria di una primavera che sta arrivando e che si annuncia al mondo.

venerdì 26 febbraio 2010

Dagli al motore di ricerca!!!


Questione spinosissima, ma tema assai attuale, per cui non mi posso esimere dal tentare una riflessione. Il fatto puro e semplice è il seguente: un tribunale italiano ha condannato Google, proprietaria di Youtube, per aver messo on line il video di sevizie ad un disabile. Condanna della comunità internazionale, fischi, tre dirigenti giudicati colpevoli e così via. Come al solito, la partita si gioca sui confini, su quelli che noi chiamiamo limiti. Dove finisce la libertà di ciascuno ad esibire quanto ritiene in volere di esibire e dove comincia fattivamente il reato configurato, l'istigazione alla violenza, la produzione e diffusione di immagini e video a carattere di aggressione contro un essere umano?
Riflettiamo un momento su una cosa, anzi, ci rifletto io e me ne prendo la totale responsabilità. Convenendo sul fatto che i disabili hanno meno capacità di difendersi e sono biologicamente più fragili di noialtri cosiddetti "abili", non vedo perchè le violenze fra pari non suscitino il medesimo sdegno. E' una questione etica? Cioè, Golia che strapazza Davide è sempre una cosa che fa orrore? D'accordo, ma allora tutte le situazioni nelle quali chi subisce non è abile a reagire dovrebbero essere condannate. Faccio un paio di esempi estremi e in valore assoluto, ma che secondo me sono abbastanza calzanti. Così come un ragazzo Down fa fatica a rispondere alle botte di un suo coetaneo non disabile, accade anche che il disarmato non si possa difendere dall'armato, poichè il suo essere privo di strumenti di offesa, lo rende disabile o inabile. E allora? Dovrebbero essere tirati via dal web tutti i video che mostrano esecuzioni di ostaggi, prigionieri politici? Ancora: un poliziotto in tenuta antisommossa che per sbaglio becca un giornalista e lo scambia per un black block, menandolo di santa ragione, non è un altro esempio di abuso di posizione di forza? Cosa facciamo, leviamo anche tutti questi video dalla rete? Ho preso ad esempio queste due situazioni, perchè spesso queste situazioni sono addirittura colte ad esempio, tutt'altro che censurate come violenze, diventando titoli da prima di un qualsiasi Tg. Allora interroghiamoci sulla funzione (sempre assoluta) di queste immagini. Forse che le mettiamo in rete perchè siano di insegnamento? E a chi, di grazia? La violenza è violenza. Punto. Facciamone una questione di intenzionalità, ma la volontà di ferire non possiamo certo attribuirla ad un motore di ricerca. Piuttosto ci si dovrebbe interessare di chi commette questi atti e a questi comminare una pena. In questo senso il web non fa altro che rispecchiare ciò che la nostra società vive, come rovesciamento di valori, che è certo deprecabile, ma che non è di sicuro colpa di Youtube.
E se vi dicessi che ritengo violenti certi cartoni animati? Leviamo anche quelli? No, mi limito a non guardarli o a sanzionarli col mio disinteresse. Ripeto, il web è come un coltello da cucina. Punirlo perchè, anzichè essere usato per tagliare i pomodori, viene utilizzato per fare a fette un intestino umano è un eccesso di zelo.

lunedì 22 febbraio 2010

Il decalogo di Amelie (Certezze, parte Seconda).




Pubblico di seguito una arguta, divertente e puntuale risposta di una cara amica, che leggendomi, ha così commentato con me questo giocoso decalogo delle certezze in età adulta. Vi consiglio di leggerlo e magari di prendere spunto dalla sua risposta. A me ha colpito. Piacevolmente. La ringrazio, perchè è stata sincera (come sempre), divertente (come sempre), presente in spirito. E perchè è il genere di conversazione che lei sa io ami avere con anime preziose. Grazie.

1) Pollice su per il sesso in macchina, fuori della macchina, su un letto, sotto un letto e ovunque possa sentirmi viva in ogni cellula;
2) Basta con le serate danzanti fino all'alba....sì ai concerti vissuti vicino alle casse, sentirsi vibrare la cassa toracica al ritmo di una canzone che, dio, quanto ti piace...sì alle serate a chiacchierare fino all'alba...meglio se con una buona birra in mano e il mare davanti;
3) Il lucertolamento è stato parte integrante della mia adolescenza...e sì, invecchio...ma questo nn cambierà mai. Sì alle vacanze sotto il sole cocente. a chi di di signorini gli diamo fuoco. si accettano solo wired, focus, vogue, ad, casabella, domus, qualsiasi cosa;
4)  Dio quanto adoro i mercati al'aperto. Ascoltarne i rumori, viverne i sapori. Frugare. Frugare frugare;
5) La neve è una bella sensazione sulla pelle, ma a piccole dosi..e sì, mi sono rotta di sciare..e BASTA...voglio solo girare e vedere più posti possibili. In settimana bianca a dargli un paio di millini di euro ci andate voi.
6) Salato tutta la vita. Assaggiare tutto. Anche quello che ha forme-odori strani. Si vive una volta sola. Dio non voglia che nn sappia che sapore ha una lumaca. Potrebbe illuminarmi la mente;
7) Sono infiammabile, ma non irascibile. C'è una sottile ma FONDAMENTALE differenza. Per farmi incazzare veramente vuol dire che ci avete VERAMENTE messo del vostro. In tal caso....vi consiglio di orbitarmi ad almeno un km di distanza. Mi giungono voci che da incazzata faccio veramente paura;
8) Sebbene il mio fisico sia decisamente votato al vizio..(ti ringrazioooo)..viva le storie serie....le robe sdolcinate e tutte le sfumature più o meno lievi dell'essere innamorati cronici. di qualsiasi cosa;
9) Se volete provare l'ebbrezza di un'altalena...gustatevi l'umore della mia fede. mi sbilancio dall'agnosticismo convinto al puritanesimo di madre teresa di calcutta. Di solito senza passare dal via, come al Monopoli;
10) L'unica volta che sono uscita dal mio corpo ho visto, vissuto e percepito che il mio compagno mi stesse sparando in testa. Credo che mi sia bastato. Da lì sono una salutista convinta. E me ne vanto.

Hey ma, look...it's me!



A 28 anni uno comincia ad avere un briciolo di certezze di vita, no? Ci pensavo ieri mentre guardavo Peter Griffin, impegnato nel colloquio di lavoro meno probabile della storia recente. Lui è disoccupato cronico, ma mantiene una famiglia ed ogni tanto si inventa delle cose improbabili, truffe comprese, per racimolare soldi. No, non voglio rapinare nessuno, tranquilli. In realtà Peter era solo lo spunto, ma ciò su cui riflettevo non ha niente a che vedere con le solite lamentazioni sul lavoro che manca, sul futuro incerto, che incerto è fargli un complimento eccetera, eccetera, eccetera...mi guardo ogni tanto e scopro che certe parti di me si stanno, come dire, cristallizzando, assumendo un aspetto definitivo e questa cosa mi piace. E' chiaro che altre rimangono piuttosto fluide e sono quelle componenti che devono fare da collante con le parti indurite, per cui le lascio molli e così sia. Ma la cosa veramente interessante è che questi benedetti cristalli si sono formati su cose appartenenti alla più bieca evidenza dei fatterelli, cioè a dire su cose che registrano una adulta percezione di quello che, comunemente, viene chiamato buon senso. Insomma, sono invecchiato. Sulle seguenti cose:

1) Basta con il sesso in macchina (Dio, sono davvero troppo anziano per incastrare ginocchia nei poggiatesta e preoccuparmi del freddo di inverno e del caldo d'estate, proprio no, voto 0). Il fatto che lo abbia messo per primo denota quanta importanza io dia alla pigra comodità;
2) Davvero basta con le serate danzanti fino all'alba (non che io ne sia mai stato un gran sostenitore e frequentatore, ma basta anche con il proporlo, si era capito, non mi piacciono). Vengano avanti graditissime cene con amici, magari su una terrazza, magari in primavera ed estate, magari cucino io e voi portate da bere;
3) Non sono mai stato il tipo da viaggi avventurosi d'estate. Ebbene sì, sono una lucertola. Per me le vacanze estive sono dedicate a riposo, Chi di Alfonso Signorini, nuotate, passeggiate in pineta e enormi piatti di pasta fresca romagnola. Per l'avventura c'è l'inverno e ne sono un grande estimatore. A Capodanno portatemi dove volete, ma guai a farmi muovere con 40° gradi ed un umidità che ci potresti lavare le mutande;
4) Detesto discoteche, centri commerciali e mercati all'aperto. Me ne piaceva solo uno, quello di Via Vespri Siciliani a Milano, perchè la via era grande e perchè c'era un sacco di roba buona da mangiare. Ma non sono il tipo da affollamento congestionato, preferirei giocare alla pentolaccia bendato con un alveare di vespe;
5) Non mi piace la neve, la montagna, le capre e le stelle alpine. Mi da un senso di soffocamento che mal sopporto. Sono fatto per gli spazi aperti, ma credo che lo si sia già capito;
6) Fra dolce e salato scelgo il salato. Quando sono all'estero è una festa, per me. Ma anche quando non ci vado, frugo sempre fra prosciutto e formaggi, conditi dall'immancabile spremuta d'arancia ed un caffè americano, rigorosamente nero;
7) Sono irascibile, altamente infiammabile. Difendo le mie idee con una veemenza spaventosa. Uno dice: "Questo cosa c'entra?" C'entra, perchè non sono mai stato così deciso in vita mia, e soprattutto perchè se adesso mi contraddici su una cosa di cui io sono certo, faccio fatica a non menarti;
8) Tra la scappatella e una relazione con una parvenza di serietà, scelgo tutta la vita la storia seria. Intendiamoci: non ho problemi con i diversivi, ma ultimamente sento la necessità di avere un dialogo mentale con la persona che ho accanto, abbiamo già ampiamente assodato che col corpo si dialoga bene, ora anche basta;
9) Ho un bel senso della fede. Ho cercato di custodirlo vivo e vivace fino alla soglia dei trent'anni e sono felice di esserci riuscito, con tutti gli errori e con tutte le manchevolezze tipiche dell'essere umano. Ma non ho perso la fiducia nelle cose alle prime difficoltà. Magari ancora non ho affrontato cose tanto toste da mettermi alla prova, magari ne ho viste un numero tale che mi hanno aiutato a pregare come non avevo mai fatto;
10) Sono uscito ed entrato dal mio corpo una quantità innumerevole di volte ed ho sempre constatato che quello che possiedo ha un valore inestimabile, per rovinarlo con alcool, droghe o quant'altro. Mi sono mantenuto sano non per un malcelato senso di superiorità o per puritanesimo, ma perchè rispetto profondamente la mia natura, anche se cenando con me non lo direste.

Beh, non c'è che dire. Un bel pacchettino.

sabato 20 febbraio 2010

L'Italia fa schifo.



Questo paese è semplicemente ridicolo. Parliamo di un paese indietro rispetto al resto del mondo di almeno cinquant'anni per quanto riguarda l'amministrazione della cosa pubblica, il mondo del lavoro e la giustizia. Poi, di Sabato mattina, subito dopo aver fatto colazione, apri il giornale e leggi che Omar, o come diavolo si chiama, esce dal carcere in regime di semi-libertà, dopo nove anni di prigione per aver commesso un reato atroce. La semi-libertà in Italia prevede che in carcere ci si dorma soltanto. Questo tizio va a lavoro, sotto regolare contratto per 700 euro mensili, mangia a casa con i suoi, si farà anche una partitella alla Play Station e poi torna in galera a dormire. A dormire. A spese di tutti voi che mi leggete ed anche a spese mie.
Dio, che schifo. Con un semplice sillogismo, posso senz'altro affermare che in Italia, più grossa la fai, più hai probabilità di vivere e lavorare in maniera normale. E non mi venite a parlare di giusta riabilitazione dei carcerati. Questo essere immondo ha fatto affogare un bambino di 11 anni nel suo sangue, dopo averlo ridotto come un colapasta con un coltello, tutto perchè la sua ex fidanzata (altro mostro) aveva promesso di dargliela se l'avesse aiutata a disfarsi di madre e fratello. E meno male che il padre era a lavoro.
E la gente che studia, che si comporta correttamente, che si sbatte come tanti di noi, cosa ha in cambio da questo Stato delle banane? Ve lo dico io, niente. Una pensione inesistente, lavoro nero, nessuna agevolazione su case da affittare o comprare, tasse da pagare. Altrimenti si va in galera e la chiave la buttano sul serio. In America, se finisci in carcere perdi i tuoi diritti civili. Quello è un paese con la spina dorsale. Qua, se vai in prigione (se ci vai) sei fuori dopo metà degli anni che ti devi scontare, tutti fanno a gara per offrirti un lavoro, così acquistano visibilità e per il resto della pena non devi neanche preoccuparti di dove dormire. Basta dire che hai incontrato Gesù. So che non dovrei dirlo, da credente quale sono, ma io non credo proprio che l'incontro con Dio finirebbe così bene per questa gente. Per non parlare di un sistema Paese che è orrendamente consegnato al sensazionalismo delle riviste-carta igenica, dove chi governa lo fa male e chi attua leggi è profondamente incompetente. Senza parlare della marea di parassiti che di queste situazioni ne approfittano come possono. Quindi, gente, armatevi di padella, come il buon Maso insegna, e colpite a più non posso i vostri cari. Vedrete che un lavoro, un pasto caldo ed un tetto non ve lo leva nessuno. L'ho già detto? Che schifo.