Questa che pubblico è una novella breve che scrissi per un concorso. E' già apparsa su Facebook, ma volevo condividerla sul mio blog, con voi che così assiduamente mi leggete e riflettete con me. Spero vi piaccia.
La nostra è la storia di un uomo folle, o almeno così potrebbe sembrare all'occhio attento di chi sa ( o pensa, sbagliando) di essere sano. Egli era folle poichè vedeva, vedeva meglio di chi guardava il mondo distrattamente, vedeva di più. E in questi sguardi profondi c'erano cose e persone che gli altri, i "normali", affermavano non esistere.
Il nostro piccolo amico (perchè oltre ad essere folle, era anche molto piccolo, tanto da somigliare ad un nano da giardino, di quelli di plastica che i ragazzi "normali", figli di persone "normali" cercano di liberare dalla schiavitù degli orti) aveva tanti amici che lo seguivano in ogni passo che faceva durante la giornata, consigliandolo sulle cose fa fare e le persone con le quali parlare. Perchè gli amici del nostro uomo conoscevano i cuori della gente a memoria, leggevano alla perfezione le menti meschine di tutti coloro che si sentono al riparo dalle cose strane, che pensano sia un sollievo vedere meno cose possibili.
Purtroppo i "normali" hanno anche un altro bruttissimo vizio: quello di camminare per strada con il naso per aria, senza guardare avanti, nè tanto meno in basso. Succedeva così che, oltre ad essere deriso per tutto quel mondo che gli altri apparentemente non percepivano o ignoravano volutamente per non sembrare pazzi a loro volta, il nostro piccolo folle uomo venisse ripetutamente calpestato mentre si recava a lavoro ogni mattina, lungo la strada.
Sì, perchè il nostro PFU (che era il nome spaziale che si era dato e che stava per piccolo folle uomo) aveva anche un lavoro, che era tutta la sua passione: dipingeva le vetrate delle case dei "normali". Il che, detto per inciso, lo faceva sembrare più "normale", perchè se lui dipingeva sui cristalli i personaggi del suo mondo, riusciva a compiere delle opere meravigliose, piene di bellissimi colori, semplicemente incantevoli. Per questa sua abilità lo pagavano pure bene, salvo poi tornare a calpestarlo mentre lui tornava per strada, mentre tornava solo soletto a casa sua.
Era anche solo il piccolo uomo e forse non perchè nessuna donna lo volesse, ma solo perchè lui pensava di non poter trovare la persona che lo avrebbe capito fino in fondo, che avrebbe potuto accettare di vivere insieme a lui ed ai suoi amici, che tanto immaginari non dovevano essere, visto che ci parlava spesso e che mangiavano e dormivano insieme a lui. Lo accompagnavano persino a lavoro e a volte lui li usava come soggetti delle sue fantasmagoriche storie dipinte. Fatto sta che, sempre secondo i "normali", il nostro piccolo folle uomo si addormentava sempre solo nel suo freddo lettino, la notte, consapevole che il giorno dopo non avrebbe potuto comunque sfoggiare la sua bella giacca di lino bianca, visto che gli scarponi degli "spilungoni" (era il nome che aveva dato ai calpestatori da marciapiede) gliela avrebbero irrimediabilmente macchiata e sgualcita. Quindi, sempre e solo vestiti grigi, senza lode e senza infamia e soprattutto senza la scocciatura di doverli stare a lavare ogni santo giorno.
Un giorno però capitò una cosa imprevedibile. Mentre dipingeva la vetrata di una chiesa, accadde che nell'altra navata vide una piccolissima donna che stava facendo il suo stesso lavoro e, guarda caso, con uno stile molto simile. Non chiese spiegazioni al parroco, pensò che la chiesa fosse comunque molto grande e che in ogni caso fosse un luogo di condivisione e non di concorrenza, quindi se c'era qualcuno o qualcuna che faceva il suo stesso lavoro come e meglio di lui, andava bene. Ed andò anche meglio, perchè i due cominciarono a parlare, dapprima solo di cose di lavoro, ma una sera si trovarono a tornare a casa insieme, immersi in una fitta conversazione sulla bellezza dei colori e sulla meravigliosa curva dell'arcobaleno, ma soprattutto sull'estrema disponibilità a conversare da parte dei folletti della pentola d'oro. Ciò lo stupì, perchè voleva dire che anche lei aveva degli amici che i "normali" non vedevano. La cosa gli piacque.
I due si frequentarono per molto tempo e vissero insieme per anni, crescendo ed invecchiando abbracciati, notte dopo notte. Intanto però un dottore, venuto a conoscenza della storia del piccolo folle (ed ora vecchio) uomo, decise di aiutarlo a non parlare più con i suoi amici, grazie a dei piccoli confettini rosa, che li avrebbero fatti evaporare. Il nostro amico dapprima si rifiutò, perchè quelle presenze a lui non davano noia, e pianse amaramente, abbracciato alla sua piccola donna. La quale però, gli consigliò di stare a sentire il medico e di prendere i confetti, così nessuno lo avrebbe preso più in giro. Così fece. Un giorno triste, la sua piccola donna si ammalò. Peggiorava di giorno in giorno ed il piccolo uomo non sapeva che fare. Una mattina lei lo chiamò al suo capezzale. Accorsero anche gli amici "immaginari" di lui. Lei gli disse: "Amore mio, non piangere per me. Questi anni insieme ci hanno regalato tanta gioia e tanto amore. Adesso io vado, ma tu sai che non ti lascerò mai, perchè abito nel tuo cuore che è la cosa più reale che tu abbia". Appena ebbe finito di parlare chiuse gli occhi e sorrise. In un attimo evaporò e con lei tutti i piccoli amici del piccolo uomo, come aveva detto il dottore. Lui forse lo aveva sempre saputo, ma non scordò mai la lezione della sua piccola donna: l'amore è la cosa che rende questo mondo più reale possibile e la vita degna di essere vissuta.

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