
Stamane mi trovavo nel mio borghese ritiro vacanziero, intento a leggere il quotidiano, quando mi imbatto in una notizia apparentemente positiva: la Corte di Giustizia europea ha riconosciuto che il carabiniere Mario Placanica, esplodendo il fatidico colpo di pistola che uccise Carlo Giuliani durante il G8 di Genova lo fece per legittima difesa. Alla buona ora. Peccato che questo articolo continuasse. Oltre al comprensibile (per loro) sdegno dei familiari di Giuliani, vi si leggeva che la Suprema Corte avrebbe di fatto riconosciuto che tale avvenimento sia stato causato dalla mancanza di organizzazione in fatto di ordine pubblico. La prima parola che mi è venuta in mente è stata squilibrati. E parlo dei magistrati e dei giudici che hanno concorso a questa immonda stesura che hanno il coraggio di chiamare sentenza. In questa vicenda i fatti sono essenzialmente due: che Carlo Giuliani sia morto e che Genova sia stato un campo di battaglia. Il resto sono tutte chiacchiere. In pratica la Corte Europea riconosce che la morte di Giuliani sia da attribuire non al singolo rappresentante dello stato, ma allo Stato impreparato e incompetente. Ma lasciate che io ricordi il fatto in sè. Un camionetta dei carabinieri viene incastrata fra un cassonetto ed un muro in Piazza Alimonda. Due compagni di giochi di Giuliani attraversano un vetro posteriore con una trave lunga tre metri, colpendo Placanica alla testa (immaginate che male fa una trave in testa). A Placanica sfugge per questo un fumogeno, che cade dentro la macchina. Un compagno di Placanica comincia a vomitare e sta per svenire, mentre dal lato destro della camionetta penetra ancora una trave. Placanica tiene bassa la testa del compagno per proteggerlo e chiaramente non vede niente al di sopra della sua testa. In tutto questo, il ragazzo Carlo Giuliani, uscito di casa quel giorno non per andare a fare le chiacchiere con gli amici al bar, ma con un passamontagna (era il 20 di Luglio, secondo voi aveva freddo? No.), vede il macello dentro la macchina, si guarda intorno, nota un estintore forse vuoto, lo raccoglie e tenta di buttarlo in faccia ai Carabinieri. Cosciente di tutto quel macello che stava avvenendo sul retro della camionetta. Lui ha visto due ragazzi lottare per non soffocare ed ha pensato bene di schiantare loro in faccia un estintore. Un esempio di lotta civile, questo ragazzo.
Passi la insipienza delle autorità, passi la non preparazione di Placanica, passi anche la buonafede di Casarini e compagni, non si può continuare a dire ad otto anni di distanza che Giuliani fu vittima delle circostanze. Giuliani ha tentato di ammazzare a sangue freddo un suo coetaneo semisvenuto e ferito gravemente. Il quale, forse in un impeto di egoismo, ha tentato di tenersi stretta la vita. Non scordiamoci mai, come hanno fatto questi giudici da commedia, da quale parte stia il bene e da quale il male. Un ragazzo morto è una cosa seria, ed è proprio per questo che una sentenza sulla sua morte deve esserlo altrettanto. Riconoscendo semplicemente che quel giovane sia morto nel tentativo deliberato e ponderato di togliere la vita ad altri esseri umani. Il reato di Giuliani si chiama tentato omicidio. La reazione di Placanica istinto di sopravvivenza. Fine dei giochi.
Passi la insipienza delle autorità, passi la non preparazione di Placanica, passi anche la buonafede di Casarini e compagni, non si può continuare a dire ad otto anni di distanza che Giuliani fu vittima delle circostanze. Giuliani ha tentato di ammazzare a sangue freddo un suo coetaneo semisvenuto e ferito gravemente. Il quale, forse in un impeto di egoismo, ha tentato di tenersi stretta la vita. Non scordiamoci mai, come hanno fatto questi giudici da commedia, da quale parte stia il bene e da quale il male. Un ragazzo morto è una cosa seria, ed è proprio per questo che una sentenza sulla sua morte deve esserlo altrettanto. Riconoscendo semplicemente che quel giovane sia morto nel tentativo deliberato e ponderato di togliere la vita ad altri esseri umani. Il reato di Giuliani si chiama tentato omicidio. La reazione di Placanica istinto di sopravvivenza. Fine dei giochi.