giovedì 29 aprile 2010

Poesia d'amore e di vita (ode a Pablo Neruda)



Non sono un grande appassionato di poesia. Se devo leggere un testo, preferisco un romanzo, una biografia, un saggio d'inchiesta. Non è questione di snobbare il genere, non credo neanche dipenda da una mia personale ignoranza. Credo che il fatto di non preferire i testi poetici a quelli in prosa dipenda, per ciò che mi riguarda, da una forma di rispetto della meccanica complessa e raffinata dei primi, che invece meritano a mio avviso una rivisitazione in chiave analitica e tecnica, forse apparentemente più fredda e distaccata, ma che in realtà è il frutto di uno studio appassionato ed approfondito di ciò che sta dietro e dentro ogni singolo verso di una poesia. Detto in parole semplici, il testo poetico è altamente denso, pieno nella sua schematicità, ricco di contenuti nel suo ermetismo e quindi meno facile da fruire, senza doversi soffermare spesso e volentieri a riflettere, prendere appunti, ripartire da capo (o anche leggerne i versi in ordine sparso, per vedere se esista davvero l'equilibrio perfetto che una struttura cristallina come la poesia possiede per natura).
Mi è capitato di recente di avvicinarmi alla poetica di Pablo Neruda e devo confessare immediatamente che lo avevo sottovalutato: di lui avevo l'impressione che fosse uno scrittore scontato, nel senso che da quello che sentivo da persone che conosco, tutti avevano letto almeno un libro di composizioni dell'artista cileno. Un pregiudizio sbagliatissimo, almeno nella sostanza della poetica del Nostro. Neruda è uno scrittore profondo, attento alle sfumature dell'animo umano, in particolare a quelle che riguardano l'amore ed i suoi effetti sull'essere umano. E' un poeta carnale, nel senso che riesce a descrivere con estrema finezza e con grande coinvolgimento personale il battito del cuore, il fremito della carne, lo stupore degli occhi dinanzi alla scoperta delle passioni amorose di ciascuno di noi. Ma il suo modo di scrivere non tralascia mai di dire la verità sulla sofferenza, dove per verità si può intendere la tristezza dell'abbandono, la nostalgia dell'illusione, la falsa gioia di una promessa fatta e non mantenuta. Due quartine che ho letto ieri notte, e con le quali voglio concludere questo post, lasciando a voi la possibilità di rifletterci, mi sembrano essere il sunto dell'intensità di Neruda, della sua estrema capacità di essere presente su ogni singolo granello delle emozioni del cuore. Giudicate voi.
Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e stellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perchè sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Poi basta una parola, un sorriso.
E sono felice, felice che non sia vero.

sabato 24 aprile 2010

Evidenze.


Ognuno nella vita ha quello che si merita. Niente di meno e niente di più. Ovviamente un discorso simile noi non possiamo riferirlo ad aspetti non controllabili della nostra esistenza, come ad esempio tutta la serie delle piccole e grandi questioni che riguardano la salute del nostro corpo.
No, io intendo dire che, per quello che riguarda il lavoro, i soldi, i sentimenti, ciascuno di noi stringe nel pugno, in ogni singolo, determinato, esatto istante della propria vita non di più e non di meno di ciò che riesce per se stesso a garantire, che guadagna con la fatica di maturare e con il rispetto che è obbligatorio mostrare nei confronti del resto del mondo e con la volontà, tutta quella di cui si è capaci, di modificare le istanze esistenziali a proprio favore. Quindi, se in questo momento, chi legge sente che qualcosa manca alla sua vita, sappia che è un (de)merito suo, che è una scelta che non ha fatto oppure una occasione che non ha colto a tempo debito. E per quanto questa affermazione possa sembrare abbastanza scontata, nel momento in cui essa venga razionalizzata e messa in prosa come in queste poche righe, è tutt'altro che certa nel momento in cui ci si lamenta per quello che pare ci manchi quotidianamente nel nostro tessuto vitale.
Se non lo abbiamo ce lo meritiamo. Ugualmente, se lo abbiamo, lo meritiamo. Punto e a capo.

martedì 13 aprile 2010

Il cortocircuito dell'ideologia.



Mi dispiace essere sempre controcorrente. Mi dispiace anche che qualcuno possa pensare che lo faccio apposta. Non è così: tengo a precisare che non sono politicamente schierato o formato in qualche gabinetto partitico esistente. Cerco di osservare i fenomeni per quelli che sono, nella loro interezza e soprattutto ascoltando ciò che affermano le persone. E chiaramente ci metto anche del mio, la mia esperienza privata.
Il fatto è il seguente: come avrete sicuramente sentito, tre persone appartenenti all'associazione di soccorso medico volontario Emergency (progetto tutto italiano, fondato dal dottor Gino Strada), sono stati arrestati dai servizi segreti afghani e sono tutt'ora detenuti (pare anche illegalmente), con l'accusa di aver complottato per uccidere il governatore della provincia di Helmand, Gulab Mangal. La provincia è attualmente sotto la supervisione militare dell'esercito americano e britannico, ma l'ospedale di Emergency era controllato dai militari italiani. 
Partiamo con il dire che Helmand è l'ultimo baluardo della resistenza talebana: Barack Obama, consapevole del peso di questa striscia di terra per la sicurezza del mondo intero (la provincia è la prima produttrice mondiale di oppio), ha recentemente schierato 15000 soldati sulle montagne della zona, per un'operazione di controllo, offensiva e ricerca a tutto campo. Helmand è una zona anomala e la sopravvivenza dei contingenti militari dipende anche dalla continua discesa a patti con la popolazione locale, vicina alla resistenza dei terroristi. In un clima del genere, chiunque voglia assicurarsi un minimo di sicurezza, deve concludere una qualsiasi sorta di accordo di non belligeranza con questa gente. Questo ovviamente comprende anche il personale civile. I governatorati afghani sono chiaramente filogovernativi e comunque le elezioni hanno portato ai risultati attuali. Resta il fatto che Helmand è il punto di equilibrio dell'intera nazione, su cui si giocano le partite più importanti dal punto di vista diplomatico e militare. Ciò dovrebbe teoricamente comportare una maggiore attenzione nel modo di muoversi da parte di tutti, militari e civili. E qua passiamo alla mia considerazione personale.
Io sono un volontario in una associazione di soccorso medico, faccio parte del dipartimento della Protezione Civile ed ho svolto sempre con grande attenzione i miei compiti ed il mio lavoro. Credo, dopo quattro anni di intensa attività, di avere imparato cosa significhi essere a disposizione della gente. Per di più, l'associazione di cui ho fatto parte ha una grande tradizione di anonimato nella carità (il vestito tradizionale dei volontari prevedeva un cappuccio nero con i soli due buchi per gli occhi ed una buffa nera legata in vita da un rosario, il massimo dell'ignoto). Parliamoci con molta franchezza: io non condivido affatto la linea di Emergency rispetto al proprio lavoro ed alle dichiarazioni imprudenti, più volte proferite dal suo fondatore, il dottor Gino Strada. Emergency dovrebbe portare a termine il proprio compito nel silenzio e nell'umiltà, pensando a mettere in pratica la laica carità del soccorritore medico. Invece no. Comizi politici, manifestazioni, dichiarazioni deliranti (Strada che, messo di fronte alla scelta, si chiedeva retoricamente chi fossero i terroristi fra i talebani e gli americani, mah.). E non mi si venga a dire che il compito di una organizzazione non governativa a scopo benefico e medico sia quella di insegnare la politica globale al mondo che guarda. Della vita ho imparato questo: ciascuno al proprio posto. Il medico faccia il medico e, se la sua è una vera missione, non mostri l'occhio allucinato o il muscolo della resistenza all'Impero del Male. Faccia il medico, come il soldato fa il soldato, il politico fa il politico ed il terrorista fa quel che ritiene giusto. Quando ero volontario avvertivo le istanze politiche all'interno dell'associazione, ma dal momento in cui indossavo la mia uniforme, al momento in cui la rimettevo nell'armadio, il mio unico pensiero era la gente che soffriva. La politica la lasciavo fare ad altri.
Venendo nello specifico al caso dei tre operatori arrestati ci troviamo di fronte al classico caso nel quale l'ideologia, che dovrebbe stare fuori da un ospedale e dalla logica di un volontario del soccorso medico, crea un cortocircuito per il quale si sospetta di persone che potrebbero essere innocenti dei fatti a loro attribuiti, ma che in qualche modo sono colpevoli, soprattutto dinanzi alla propria coscienza di volontari, avendo fatto del proprio lavoro una battaglia ideologica (neanche politica o sociale), facendosi degradare essi stessi da un pensiero o un'idea che non dovrebbe appartenergli, in una parola "fiancheggiando". Il fiancheggiamento, la chiusura di un occhio, lo schierarsi anche se non apertamente non già dalla parte di una popolazione, ma di una resistenza territoriale dichiaratamente fondamentalista e terrorista, nel tentativo di affermare le istanze di cui altri dovrebbero essere portatori (il popolo per la propria terra, che non appartiene neanche a quei talebani che la occupano, se vogliamo dirla tutta) è un gioco pericoloso e le conseguenze sono chiare. Ma bisognerebbe essere abbastanza maturi e responsabili del proprio ruolo per capire che col fuoco non si scherza. La guerra è guerra. Ognuno faccia il suo.

giovedì 8 aprile 2010

Fervono i preparativi.


Oh. Mi scusino i miei lettori (non sapevo di averne tanti e soprattutto non pensavo che per alcuni di loro fosse così importante leggere sempre o quasi qualcosa di fresco proveniente dalle mie dita). Motivo della mia assenza? Ho avuto un po' da fare: alcune questioni di lavoro mi hanno tenuto occupato nei giorni di Pasqua e dintorni e ho dovuto pensare soprattutto a quello, poi mi sono dedicato un po' al riposo in famiglia e, come alcuni di voi già sapranno, sto "impacchettando" un po' di effetti personali per fare la mia "discesa dello scemo" (come avrebbe detto il mitico Lello Arena, solo che lui aveva fatto una salita, andando da Napoli a Firenze per trovare l'amico Troisi). Mi auguro che tanto da scemo non sia, visto che in questo esperimento a valigie aperte ci ho riposto qualche piccola speranza. Se non altro mi godrò la tiepida primavera romana, il bollente traffico romano, la calorosa accoglienza romana...va bene, la smetto.
Ogni tanto, mentre arrotolo i calzini da portare via, penso: "Chissà come andrà". Qualche mese fa, intorno a Febbraio, ero piuttosto scettico circa un probabile trasferimento per motivi di lavoro (che è da trovare). Mi dicevo che avrei solo speso inutilmente i miei risparmi, andando a parare in luoghi non certo messi meglio da un punto di vista economico. Il mio umore è decisamente cambiato, non solo per questa cosa. Sento però un maggiore ottimismo, una migliore predisposizione all'impegno ed alla ricerca ed un cauto, positivo sentore che qualcosa al fine sbuchi e mi consenta di rimanere in loco.
L'avrete capito anche voi. Faccio una specie di scommessa. Molti mi hanno già detto che tanto è inutile, a Roma sono messi peggio, non trovi niente, che vai a fare nel casino...perchè invece a Milano non c'è traffico, non c'è casino e non c'è crisi, giusto? Solo che io a Milano ci sono già stato e per il momento è decisamente fuori budget. Ma al di là delle motivazioni economiche, questa cosa la faccio soprattutto per me. Per testarmi un po', rimettermi in gioco, darmi una, dieci, cento, mille possibilità. Ritrovare un po' me stesso, lontano da quelle famose vocette di cui avevo parlato non molto tempo fa.
Oh, ben inteso, affezionati. Se passate da Roma fate un fischio, sicuramente un caffè insieme non ce lo toglie nessuno. Non so se fino al giorno prima della partenza scriverò molto. Come ho già detto, ho una serie di impegni importanti che devo portare a termine prima di partire. E poi devo legare la valigia con lo spago, aspettare che mia madre, vestita a lutto stretto e col fazzoletto in testa, smetta di battersi il petto (non lo farebbe, ma faceva scena), prendere la coppola e la giacca di velluto a coste color tortora e partire, cercando di non perdere la corriera (vado in macchina, tranquilli). Sono un emigrante al contrario, come al solito io faccio le cose diversamente dal resto della gente. Tutti salgono, io scendo. Mi porterà fortuna la contromossa? Staremo a vedere. In ogni caso passerò a dare un saluto a tutti voi e darò l'annuncio di una cosa, un'idea che mi è venuta ieri notte. Potrebbe rivelarsi un'idea carina. A presto, eh.

giovedì 1 aprile 2010

Dipingere col cuore (impressioni di Aprile).



Adesso lo so...un uomo cerca, accumula tenta di completare sé stesso. 

Un lavoro, una casa e una macchina. Dei soldi.

E poi cerca ancora di più e non è mai contento. 

Va sempre più lontano, viaggia, vive. Stravive. 

La sera, guardando fuori dalla finestra, vede il riflesso di un letto freddo e vuoto. 

Sente il suono del silenzio di una casa che non esiste. 

Un uomo senza amore è niente.


Sono sempre stato convinto, e lo sono tutt'ora, che l'essere umano viva all'interno di una porzione di realtà fatta di una quantità infinita di fotogrammi, creati dalla propria mente. Come un artista, che immortala le cose che lo circondano, anche noi abbiamo la tendenza a creare dei quadri ad hoc per le nostre sensazioni, come se il riempire uno spazio non fisico di oggetti, odori e colori immaginati, ci aiutasse a strutturare l'impercettibile (o appena percettibile) impulso di una sensazione. 
Spesso mi hanno chiesto: "Perché scrivi?". La mia risposta principale è che la scrittura, per me è tale e quale a qualsiasi altro meccanismo istintivo finalizzato alla sopravvivenza, come bere, mangiare e stare lontano dai temporali con fulmini se hai oggetti metallici addosso. Io scrivo perché dentro di me ho tante di quelle cose che l'unico modo per metterle in ordine e, talvolta, darmi pace è quello di buttarle fuori, di farle apparire nero su bianco. Ma questa cosa l'ho già spiegata.
Una seconda motivazione, meno evidente e che può apparire scontata o simile alla prima è che scrivere serve a ricostruire i processi emotivi che ci sconvolgono interiormente e dai quali ci facciamo trasportare (giustamente). Attenzione: non significa che io ne cerchi il controllo attraverso la scrittura, questo non sarebbe possibile per definizione (il che mi ricorda un interessante studio di C.S. Peirce su emozione e sensazione): l'unica cosa che mi preme fare è fermare l'attimo, dipingerlo, per poterlo guardare ogni volta che voglio, per restarne ammirato, stupito od anche schifato (mica è detto che tutto ciò che partorisce la mia mente sia di gusto). Io creo dei quadri viventi, cerco di entrare nelle stanze della memoria e di prendere da là le sensazioni che mi hanno attraversato. Dopo di che ne faccio colori, persone, oggetti, luoghi. Che non è detto che siano realmente esistenti od esistiti. Ma l'efficacia di questo meccanismo, io credo che stia nell'essere autentici, nel seguire con rispetto e devozione il filo delle emozioni, portando alla luce una parte di sé stessi e renderla una favola, unica, originale, vivente.