martedì 30 marzo 2010

Amare è vagare.


Ribelle. Sempre contro corrente. Quando gli altri infrangevano le regole, io le rispettavo fino in fondo. Quando gli altri si omologavano, io mi distinguevo. Quando vedevo solo male, cercavo le cose buone. Quando mi ferivano, io sorridevo.
Ribelle, perchè ho sempre amato a modo mio. Senza condizionamenti, senza indicazioni sommarie, fuori dai denti e dai consigli degli altri. Guardando sempre chi avessi di fronte e non alle mie spalle. Non cedendo al borbottìo rumoroso della mia ragionevolezza.

Perché amare è vagare. Mai in linea retta.
Significa cercare, trovare e già dover andarsene.
Vuol dire incontrare un'altra vita e viverla in un giorno solo.
Amare è svegliarsi accanto a qualcuno per tre anni ogni giorno e meravigliarsi di quel sorriso che ti strappa sempre.
Non è un gioco, non è una convenzione, non ci sono regole.
Non è fare il bene di qualcuno, è creare il bene.
Non può essere arrendersi, deve essere una lotta.
Amare è sudare, di gioia e dolore.
Significa prendersi in un abbraccio o perdersi in uno sguardo.
Vuol dire parlare, curiosando fra le lettere di un discorso.
Non è appartenere a qualcuno, né possedere. E' condividere.
Amare non è attendere, è agire.
Amare non è un numero, un'età, un limite. E' una opportunità.

Ed io, che ho già visto tutto questo, mi stupisco e commuovo, pensando a quanto altro ancora io possa scoprire di me, di te che ancora non esisti, di noi che neanche siamo nati. E l'attesa mi rende gioioso, impaziente, fiducioso. Perché le cose belle hanno bisogno di tempo e sole per maturare.
Ama. Sìì sincero. Sempre libero. Abbraccia. Lascia andare.

domenica 28 marzo 2010

Eros e Thanatos.


Venerdì pomeriggio è successa una cosa grave, proprio qua sotto casa mia. Mentre parlavo con un'amica, sento provenire dalla strada un rumore sordo e fortissimo, chiaramente identificabile in quello di una macchina che ne colpisce un'altra. Ho pensato che fosse il solito incidente in Via Ferrucci, tristemente famosa per essere una strada nella quale accade un tamponamento al giorno. In realtà era qualcosa di un po' più serio e che coinvolgeva una sola persona. Questi, dopo aver avuto un malore, ha cominciato una carambola piuttosto devastante, colpendo cinque macchine in tutto, da entrambi i lati della strada. Fortunatamente, in questa strada sempre affollata, non passava nessun pedone, al momento dell'incidente. La persona che aveva provocato l'incidente era probabilmente deceduta ancor prima di arrestare la sua corsa, tanto che quasi cinquanta minuti di massaggio cardiaco non gli hanno fatto niente. 
Sempre nello stesso pomeriggio, ho avuto una bellissima conversazione con una persona e abbiamo parlato di tante cose, di cose belle di emozioni, di sensazioni, di vita e Amore. Una conversazione costruttiva, uno scambio di vedute armonico, che mi ha lasciato il sorriso sulla bocca. Perchè vi racconto questi due fatti, che non hanno apparentemente nessuna correlazione fra di loro? Ecco spiegato il mistero. Mentre ero affacciato al balcone a guardare l'evolversi della situazione sotto casa mia, ho notato una folla di persone attorno al personale dell'ambulanza intento a provvedere alla rianimazione. Le facce di queste persone erano calate il più possibile per osservare lo spettacolo della "morte". 
Il che mi ha fatto riflettere su le due pulsioni che muovono il nostro agire, che sono due ricerche parallele e allo stesso tempo complementari. L'essere umano sembra spinto dalla necessità di osservare la morte e di cercare l'amore, questo nonostante il fatto che entrambe le cose abbiano dei meccanismi talvolta repulsivi. Morire spaventa la maggior parte di noi, eppure ogni volta che qualcuno viene a mancare, la nostra tendenza è quella di andare ad osservare il corpo morto o morente, di fissarlo con meticolosa curiosità, di interrogarlo quasi. E' una attrazione verso l'unica cosa che non possiamo evitare, cerchiamo attraverso chi ne fa esperienza (è una condizione ovviamente paradossale) di capire come possa essere, che cosa ci possa aspettare. Quanto all'amore esso spesso ci delude, o agisce per delle vie che fiaccano il nostro entusiasmo, provano la nostra resistenza, ci inducono a pensare che una volta perso quello che si pensa essere il compagno o la compagna della vita, non ci sia più niente. Ma immancabilmente il nostro istinto ci rimette sulla via della ricerca, del conseguimento di quella felicità che solo i sentimenti condivisi possono darci. E' un istinto quasi naturale, il cercare frontalmente l'Amore, la metà esatta, il completamento della nostra esistenza. Perchè siamo esseri tagliati a metà e così come è ineluttabile la nostra dipartita, così è impossibile vivere senza che ci si ricomponga come un unico essere vivente, quello originale.

mercoledì 24 marzo 2010

Raccontami una favola.


Ci sono quelle sere, quelle sere d'inverno, fredde e pungenti, immerse nelle metropoli nebbiose e piene di decorazioni di Natale, quelle sere in cui di uscire proprio non ti va. E allora che facciamo? Stiamo insieme, questa ultima sera, prima che domani il treno ci separi ancora una volta. 
Ecco, scendo io un attimo al supermercato e vado a prendere qualcosa da mangiare e un grande vasetto di gelato, ce lo mangiamo insieme e parliamo un po', abbracciati. Spegneremo tutte le luci, così nessuno saprà di noi prima dell'alba, solo qualche candela. Mentre aspetto l'ascensore penso a quanto già mi mancherà tutto questo calore, tutta questa familiarità, questo fare casa in una casa che neanche ci appartiene, su di un letto che altri hanno comprato e che alla tua partenza, probabilmente venderanno. 
Nel supermercato mi fermo davanti ad ogni singolo scaffale e cerco sorridendo le cose che ti piacciono di più. Penso ai tuoi occhi felici quando mangi, come una bambina piccola che pranza con i genitori in una assolata domenica di primavera. E penso che il tuo sorriso per me vale doppio, in questo gelido martedì d'inverno. E mentre io pago, tu sei lassù, che fingi di impegnarti nelle tue cose per non sentire la malinconia e la tristezza che un po' ci prende sempre in sere come queste. Quando torno su non fai che abbracciarmi,  ridere,  venirmi dietro in tutte le stanze, per vedere ogni singolo gesto che compio, ogni cosa che tu possa imprimere nella tua mente. Ma sai che se incontrerai i miei occhi piangerai ed io non voglio. 
Adesso vieni qua, fra le mie braccia. Sei stanca, lo vedo. Voglio raccontarti una favola, come si fa con i bambini che non prendono sonno. Ma la tua testa, appoggiata su di me, è già pesante. Sei crollata, alla fine. Non abbiamo avuto neanche il tempo di salutarci. Speriamo che domani all'alba tu possa sentire il mio bacio, anche se starai ancora dormendo. Un bacio ed un arrivederci a presto.

Pirella? 10 e lode. (arrivederci Genio).


Muore a 70 anni un genio del mio secolo: Emanuele Pirella. Molti di coloro che mi leggono non conosceranno il nome di questa persona, come è comprensibile che sia. Pirella, oltre ad essere stato un grande creativo nel campo della pubblicità, è stato un autentico artista, per cui il suo nome e cognome vivranno a lungo nelle sue opere, onore che spetta soltanto ai più grandi. Scrivo di lui non perchè lo conoscessi personalmente o perchè sia stato un suo fan sfegatato, tanto da seguirne la vita professionale e personale con ossessiva metodicità; questo post lo compongo per due motivi. 
Il primo è che Pirella seguì un percorso che, in parte, somiglia al mio ed in parte rappresenta ciò che io avrei voluto fare, ma che per una serie di motivi si è fermato ed è provvisoriamente in stand by. Si è laureato in Lettere a Bologna e dopo un breve periodo in una agenzia minore, ha fatto il salto, ovviamente nella grande Milano, fino alla direzione artistica di Bbdo Com. 
Ma scrivo di lui soprattutto perchè è grazie a lui che il mio immaginario creativo si è nutrito a profusione, essendo da sempre appassionato ai meccanismi di fruizione dei messaggi pubblicitari e a tutte le implicazioni, psicologiche, emotive, sociali, culturali, che la creazione di uno spot porta con sé fin dal momento della sua creazione. Essendo figlio degli anni '80 e '90, sono cresciuto a pane e pubblicità e non credo sia necessariamente da considerare un male, se poi mi sono trovato a studiare il fenomeno in maniera scientifica, grazie al mio percorso universitario.
E' vero, ancora non vi ho dato indizi per capire chi fosse questo mago della fascinazione. Un uomo come gli altri, forse. Ma se vi dicessi: "Chiquita. 10 e lode", andrebbe meglio? Oppure passo a "O così o Pomì"?. Non  li voglio scrivere tutti, divertitevi a cercare voi il resto. Ma se vi ho fatto due esempi di questo calibro, potrete senz'altro immaginare a quale genio io mi stia riferendo e quanto egli, senza che molti di noi lo sapessero, abbia fatto parte della nostra vita.

lunedì 22 marzo 2010

Perchè adoro Leonardo Pieraccioni (e i suoi film).



Vi è mai capitato di guardare un film almeno una volta al mese? Perchè lo trovate commovente, irresistibilmente divertente o per qualsiasi altra ragione? A me capita spesso con i film di Leonardo Pieraccioni, non tutti, ma sicuramente i primi tre, con "Il paradiso all'improvviso" e in misura minore con "Ti amo in tutte le lingue del mondo". Al di là dell'indubbia vena comica che contraddistingue i lavori del regista toscano, mi sono sempre chiesto come mai i suoi film abbiano attirato una così ampia fetta di pubblico, creando una fidelizzazione, successiva alla prima visione nelle sale cinematografiche. Insomma, come mai guardiamo e riguardiamo film come "Il ciclone"? Io non sono un "toscano ad oltranza", cioè uno di quelli che dice che qualsiasi cosa venga dalla regione in cui abito, sia un esempio di virtù o un capolavoro di arte, ma devo ammettere che i lavori di Pieraccioni sono riusciti a conquistare in maniera continua anche chi toscano non è, ovvero chi non sia particolarmente affezionato al genere della commedia romantica all'italiana. Credo che Pieraccioni abbia essenzialmente tre meriti nella costruzione delle sue storie cinematografiche.
Il primo è che non fa politica, né demagogia sui temi sociali, né si attacca a situazioni pretestuose per fare discorsi etici o morali. Racconta delle favole, in maniera pura e scanzonata, con l'ausilio sempre ben riuscito, di ottimi temi musicali e composizioni che rimangono in testa come fossero delle canzoncine per bambini; sono anch'esse giocose, spensierate, leggere e leggiadre.
Il secondo merito è senz'altro quello di rendere "familiare" il campo dell'azione entro il quale si svolgono le vicende narrate: sarà che, ad esempio, "I laureati" offre scorci di Firenze ben noti a chi vi abita o a chi la frequenta, ma in genere il regista riesce comunque a farci stare a nostro agio all'interno delle cornici che sceglie per raccontare le sue favole. Non c'è mai un luogo brutto alla vista, sono tutti dotati di un calore accogliente e di un fascino romantico. In questo si deve senza dubbio ammettere una complicità della stagione in cui Pieraccioni gira i film (solitamente le riprese vengono fatte nel periodo di Maggio e Giugno, sfruttando quindi la primavera, il sole quasi perenne, le giornate che durano molto a lungo).
La terza caratteristica importante sono i personaggi che lui crea: sono figure vicine al nostro vissuto, gente normale, che fa mestieri normali e che è in cerca di emozioni normali. Non c'è un personaggio dei suoi film che vada all'inseguimento di fantasmi nefasti del passato, di situazioni sentimentali guaste o impossibili da gestire. La semplicità dei sentimenti in gioco è un valore fondante della tecnica narrativa di Pieraccioni. Il tutto condito da volti noti, un'atmosfera familiare sui set, a detta degli stessi protagonisti dei film, una scelta sempre ben azzeccata delle protagoniste femminili, spesso (o sempre) latino americane, e comunque straniere (sarà una passione di Pieraccioni?). Insomma, la leggerezza che ci vuole, ogni tanto. La capacità di pensare che certe volte le storie che viviamo siano più romantiche e più "incarnate" di quanto questo nuovo mondo, fatto di connessioni impalpabili, ci consenta di vedere e comprendere. Un mix affascinante, che diventa una specie di festosa ricorrenza, nelle sere tiepide di tarda primavera, quando la mente cerca il sogno e il sogno è l'amore.

mercoledì 17 marzo 2010

Non sarà un giorno perfetto, ma è il mio! (in foto il mio amore).



Sublime, avrebbe detto l'ispettore Callaghan, il mai troppo tosto Clint Eastwood di quasi quarant'anni fa. La giornata si è aperta con una gradita conversazione telefonica. Per rimanere in tema di film, credo si sia svolta sempre sull'onda del famoso motto di Charles Kane in "Quarto potere", che amava ricordarci che: "C'è un'unica persona che può decidere il mio destino e quella persona sono io". Fortunatamente, almeno per adesso, dall'altro capo del telefono c'era una persona davvero cortese e disponibile. Bene. La giornata prosegue con una session selvaggia di pulizie casalinghe, che hanno come risultato quello di vedere splendere superfici vitree e lignee (stasera mi assaporo ogni singolo termine, come fosse un cioccolatino) sotto i colpi possenti del mio panno in microfibra. Sono l'uomo ideale, mamma me lo dice sempre. Il tutto, ovviamente condito dall'immancabile Ipod nelle orecchie, al ritmo de "La dura legge del gol".
Noi, abbiam capito tutto, è un po' come nel calcio. E' la dura legge del gol, gli altri segneranno, però che spettacolo quando giochiamo noi, non molliamo mai.
Perchè sarà anche da crisi post-adolescenziale, ma fanculo, è superbamente vero. Gli altri pensano di fare i furbi e di avere tutto facile, ma se la sognano la mia classe quando mi metto in testa una cosa. C'è poco da fare: la vita è questione di stile. Anche nel fare le pulizie. Ed io di classe ne ho da stravendere. Il mio panno ve lo può assolutamente confermare. Dopodichè (che il mio correttore segna come errore se lo scrivo tutto attaccato, io non me lo ricordo e per questo ringrazio sentitamente per anni ed anni di studi il sistema scolastico italiano) mi sono dato al bricolage estremo, riportando alla vita un tavolino di legno ed un orcio portavasi in argilla grezza. E la soddisfazione è tanta, anche là. So fare tutto, la donna che mi becca dovrà piangere di gioia (lo sapete che io sono vagamente autocelebrativo, no? Quindi non fate quelle facce snob).
Poi, grazie al cielo, notiziona alle ore 19.00: il comune di Roma ha ricevuto la mia domanda per il concorso, anche se ho dovuto aspettare solo 13 giorni per la ricevuta di ritorno della raccomandata, ma d'altra parte la posta la consegnano col cavallo in Italia, no? Chissene, ho il pezzo di carta, il resto conta zero o numero negativo a vostra scelta. E come si conclude questa giornata sensazionale? Con il mio amore che mi canta il suo grido di libertà, con la sua bellissima bocca ed il suo temperamento catalano di fuoco. No, non sto con una spagnola ed anche se notoriamente mi piacciono le donne un po' più grandi di me, Monserrat Caballe è del 1933 e forse sono un po' fuori portata. Fa lo stesso, lei è in grado di eccitarmi e farmi commuovere, ergo io la amo. Altre donne, imparate.
Dice, ma in tutto questo stai dando un senso alla tua vita? Progetti, fai, brighi o sbrighi?
Eccome. 
Ho persino un biglietto ferroviario nella tasca interna del cappotto, comprato oggi pomeriggio. 
Chissà dove porta. Chissà.

lunedì 15 marzo 2010

Il mio film mentale.



Oggi mi sono preso una pausa dalla mia ormai full time activity di ricerca e mi sono fatto una bella, grande passeggiata per la città. L'immancabile I-pod nelle orecchie, gli occhiali da sole e le mani in tasca. Oh, e a proposito di sole, era anche l'ora! Questa aria tiepida stravolge la consuetudine delle malinconie invernali, ridona un po' di tono alle nostre anime tormentate dalle mille fatiche di una stagione fredda che sembrava non finire mai (speriamo di non aver tirato la classica gufata e che questo miglioramento sia definitivamente progressivo). Ma non volevo scrivere sul tempo, non sono mica Giuliacci.
Mentre camminavo per strada, pensavo che ciascuno di noi vive la propria vita come se fosse un film, con tanto di colonna sonora. E questo romantico modo di vedere le cose, ci aiuta a ricordare le cose belle, quelle meno belle, ma soprattutto ciò che siamo e in quale modo viviamo le nostre esperienze. I nostri corpi sono meravigliosi collettori di suoni, profumi, sensazioni tattili, sapori di altre carni e ce li portiamo dentro tutte, da quando sperimentiamo le prime passioni, da quando cominciamo a  profondere le nostre energie in qualcosa che ci fa star bene (ma anche male), che ci fa sentire, come si dice, vivi. Ma è anche vero che quando ci guardiamo indietro, per fare i famosi bilanci, tutte le sensazioni rivengono a galla, l'aria che respiriamo si carica dei ricordi di pelli e corpi che abbiamo conosciuto e che non fanno più parte fisicamente della nostra esistenza. Ed i bilanci, almeno per me, servono per capire oggi, 15 Marzo 2010, che siamo quel che siamo, in ogni caso. E' vero, possiamo imparare a mediare, ad essere meno spigolosi, meno egoisti, ma il modo in cui impariamo ad amare, ad essere parte di qualcosa e la via per mettere il cuore nelle mani di qualcuno è sempre lo stesso. Con le eventuali pene che ne derivano. Per quello che mi riguarda, oggi ho capito che è inutile darmi consigli sulle tipologie di affetti che dovrei imparare a vivere, che sono proprio le donne che sono transitate per di qua e quelle che ho amato (con ciò intendendo una vasta gamma di sensazioni ed emozioni, non tutte allo stesso livello, fortunatamente) che hanno contribuito, ciascuna a modo proprio, a costruire la mia sensibilità, le mie opinioni, la mia attenzione ed anche la mia sana diffidenza per le promesse vane. Salvo caderci in maniera matematica ogni volta. Ma anche questo ha il suo bello, no? In fondo esprime una speranza (mi auguro non così remota nella sua realizzazione) che esista davvero la semplice gioia di un abbraccio senza condizioni.

venerdì 12 marzo 2010

Scrivo, quindi sono (e di certo non cambio).



Post d'alleggerimento, dato che è Venerdì ed anche questa settimana è finita (ma non vi illudete, sarà un post autocelebrativo, autoincensante, a tratti insopportabile per la boria che mostrerò, ma tant'è, uno può anche non leggerlo). Ogni tanto mi rileggo. Ebbene sì, nonostante la velata presunzione di perfezione che trapela dal mio modo di scrivere, anche io ho un cuore e ultimamente si è dovuto pure dare da fare a causa, come sempre, di persone totalmente inaffidabili, che hanno voglia di giocare a nascondino alla loro veneranda età. Pazienza, non sono fatti miei e manco voglio che lo diventino, se stanno male si possono far curare e porre rimedio alla propria inettitudine adolescenziale (il prossimo che mi dice "Ah, ma come sei giovane!", giuro, l'ammazzo). Dice, ma che c'entra tutto questo papocchio col post? Niente, o meglio, era uno sfogo estemporaneo e mi collega automaticamente a ciò che ho detto del mio modo di fare blog ed in genere scrittura e a quello che proprio l'avvenente essere in crisi di identità mi ha fatto notare. "Tu non sei comprensibile a tutti, dovresti trovare un modo più commerciale di esprimere le cose, altrimenti non arrivi". Le parole non sono testuali, ma il senso è quello: mi dovrei vendere, anzi, svendere, per vendere (mamma mia, che orribile gioco di parole!). Rispondo con un certo aplombe, tipico del mio modo di fare: ma col cavolo!!! A lei e a tutti quelli che mi giudicano difficile o pesante come un pezzo di piombo farcito di cemento armato posso solo dire che IO SONO QUELLO CHE SCRIVO. E non vi preoccupate per me, di spazio per la leggerezza ce n'è nella mia vita, ma non quando scrivo. Non scrivo per far piacere a qualcuno e, stenterete a crederci, non scrivo per diventare il nuovo Fabio Volo. Non me ne potrebbe fregare di meno. Scrivo perchè per me è come mangiare, bere o dormire (l'altra cosa a cui state pensando tutti non la metto, altrimenti toglierei credibilità al mio essere così zelantemente celebrale); scrivere è la via di elezione per esprimermi e fidatevi, qualsiasi cosa io produca non è frutto di alcuna mediazione, nè linguistica nè concettuale. E' uno schizzo, una raffigurazione della mia realtà in quel dato momento. Il resto sono favole. Non sono un romanziere, non sono uno scrittore. Sono uno "scrivente", un "diarista", chiamatemi come accidenti vi pare. Ma non chiedetemi di cambiare, in nome di grette leggi del commercio o per i soldi. Se quelli arrivano, ben vengano e me li godrò alla faccia vostra. Altrimenti continuerò imperterrito a riempire fogli (cartacei ed elettronici) di tutto ciò che sono e che vivo. E tanti saluti.

mercoledì 10 marzo 2010

Sull'impossibilità di avere (e l'importanza di essere).



Mentre leggevo "Lezioni americane", di Italo Calvino, ho incontrato, nella lezione dedicata alla molteplicità, un brano, tratto da "Alla ricerca del tempo perduto", di Marcel Proust, nel capitolo intitolato "La prigioniera". Lo vorrei riproporre, dapprima per intero e poi analizzarne i punti chiave, perchè ritengo sia, oltre ad un pezzo di mirabile bellezza e di notevole spessore sull'amore e sulla gelosia, qualcosa che precorre di molto il nostro mondo, quello delle infinite connessioni che ci legano e che spesso ci danneggiano nell'impossibilità di coglierle tutte.
Et je comprenais l'impossibilitè où se heurte l'amour. Nous nous imaginons qu'il a pour objet un être qui peut être couche devant nous, enfermè dans un corps. Hèlas! Il est l'extension de cet être à tous les points de l'espace et du temps que cet être a occupès et occupera. Si nous ne possèdons pas son contact avec tel lieu, avec telle heure, nous non le possèdons pas. Or nous ne pouvons toucher tous ces points. Si encore ils nous ètaient dèsignes, peut-être pourrions-nous ètendre jusqu'à eux. Mais nous tatonnons sans les trouver. De là dèfiance, la jalousie, les persècutions. Nous perdons un temps sur une piste absurde et nous passons sans le soupçonner a côtè du vrai.
Proust si rende conto di un insanabile contrasto fra due dimensioni inconciliabili della vita: il corpo e lo spazio infinito delle possibilità. Esse sono tanto più inconciliabili, quanto più ci si avvicina al possedere una cosa o una persona, in definitiva al sentimento d'amore. Leggiamo:
E comprendevo l'impossibilità contro la quale urta l'amore. Noi ci figuriamo che esso abbia come oggetto un essere che può star coricato davanti a noi, chiuso in un corpo. Ahimè l'amore è l'estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e che occuperà.
L'uomo ama, tenendo in considerazione solamente la dimensione qui-ora dei sentimenti. Cerca, per paura di perdersi i momenti e le gioie, di convogliare tutta l'energia nel corpo che gli sta di fronte, dimenticandosi che quello stesso corpo non è che una proiezione al contrario di esperienze di vita vissuta, di luoghi visitati e altre persone amate. Dico "proiezione al contrario", connettendomi alla metafora di Proust circa l'esplosione del corpo destinatario dell'amore in infiniti punti nello spazio. In questo caso l'esigenza primaria sembra quella di convogliare tutto in uno spazio ristretto. Proseguiamo.
Se non possediamo il suo contatto con il tale luogo, con la tale ora, noi non lo possediamo. Ma tutti quei punti non possiamo toccarli. Forse, se ci venissero indicati, potremmo arrivare sino ad essi; ma noi procediamo a tentoni senza trovarli.
E' nel momento in cui il corpo materia diviene proiezione astratta delle esperienze di vita passata e del dinamismo futuro, che colui che "ama", sente di stare perdendo il controllo della situazione. Si ha come la sensazione di avere un palloncino pieno di acqua in mano e che sesso abbia dei microfori su tutta la propria superficie, cosicchè le perdite sono inarrestabili. Ci vengono indicate delle vie per esercitare il controllo sull'espansione della materia, ma purtroppo queste soluzioni non sono che una parziale copertura delle perdite. 
Di qui la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni. Perdiamo un tempo prezioso su di una pista assurda e passiamo senza accorgercene accanto alla verità.
Mirabile, quanto impietosa è la conclusione a cui Albertine, che sta parlando, arriva nel suo ragionamento. Proust anticipa una lettura dei nostri tempi, non solo a proposito delle mille connessioni, oggi tutte virtuali, che disperdono l'integrità di una personalità con la quale ci troviamo a confronto. L'essere umano vive soffocato dall'esigenza di porre al suo servizio ogni tipo di notizia conoscibile su altri esseri umani, al fine di placare il senso di angoscia cosmica, provocato dalla perdita di punti di riferimento concreti. Il mondo virtuale, se da un lato incentiva le conoscenze, il fare gruppo, lo stare uniti, dall'altro è l'espressione più tagliente di un individuo la cui materialità si espande in un universo inifinito, la rete, e che egli stesso cerca di tenere a bada, autoincasellandosi in strutture sociali e comunità di vario genere. Chi sente la necessità di possedere qualcuno è a sua volta posseduto dall'incessante desiderio di porre sotto il proprio controllo l'altro, attraverso una continua ricognizione delle informazioni a tutti disponibili. E quando accade che si trovino le porte chiuse,  nasce l'insanabile conflitto fra il fremito di un pezzo di carne e l'etereo non-essere di un universo di bit.

martedì 9 marzo 2010

Il silenzio delle stelle.


E' sera. Sul terrazzo di casa mia spira un vento freddo.
Lo respiro profondamente, cerco il silenzio della nebbia, che copre gentilmente le stelle.
I miei occhi guardano la Luna, la fissano con intensità.
So che anche lei la sta guardando, ne sono sicuro.
Sono sicuro che stia pensando le stesse cose che penso io.
Solo da una prospettiva diversa, ma le nostre prospettive non si incontrano.
Sono linee parallele che corrono disperatamente l'una a fianco dell'altra.
Così, in una fredda notte di Marzo vedo me stesso, lungo il mare, camminare e cercare i suoi occhi.
E lei dietro di me, insicura, piccola e fragile.


Lasciando alle spalle ciò che siamo stati, ricominciamo a vivere.
Ricordando ciò che ci lega e che ci ha tenuti stretti, sappiamo che non abbiamo sprecato il nostro tempo, siamo solo stati nello stesso luogo e nello stesso tempo per un po'.
Sognando che tutto fosse possibile, per un istante.
Ogni tanto la vita ci prende a schiaffi, ma ci sforziamo sempre di capirla, di giustificarla.


Cosa fosse quel mare che si agitasse dentro di lei, io non lo so.
Quale fosse l'emozione che incendiava le mie urla di dolore, non la conoscerò mai.
E forse è giusto che sia così.
Perchè se questa vita incrocerà nuovamente le due linee parallele, noi dovremo essere pronti a ricominciare dall'inizio, senza timore di commettere gli stessi errori.
Dopo tutto è solo una notte, domani tutto passerà.

sabato 6 marzo 2010

L'amore è un'invenzione.


Questa che pubblico è una novella breve che scrissi per un concorso. E' già apparsa su Facebook, ma volevo condividerla sul mio blog, con voi che così assiduamente mi leggete e riflettete con me. Spero vi piaccia.
La nostra è la storia di un uomo folle, o almeno così potrebbe sembrare all'occhio attento di chi sa ( o pensa, sbagliando) di essere sano. Egli era folle poichè vedeva, vedeva meglio di chi guardava il mondo distrattamente, vedeva di più. E in questi sguardi profondi c'erano cose e persone che gli altri, i "normali", affermavano non esistere.
Il nostro piccolo amico (perchè oltre ad essere folle, era anche molto piccolo, tanto da somigliare ad un nano da giardino, di quelli di plastica che i ragazzi "normali", figli di persone "normali" cercano di liberare dalla schiavitù degli orti) aveva tanti amici che lo seguivano in ogni passo che faceva durante la giornata, consigliandolo sulle cose fa fare e le persone con le quali parlare. Perchè gli amici del nostro uomo conoscevano i cuori della gente a memoria, leggevano alla perfezione le menti meschine di tutti coloro che si sentono al riparo dalle cose strane, che pensano sia un sollievo vedere meno cose possibili.
Purtroppo i "normali" hanno anche un altro bruttissimo vizio: quello di camminare per strada con il naso per aria, senza guardare avanti, nè tanto meno in basso. Succedeva così che, oltre ad essere deriso per tutto quel mondo che gli altri apparentemente non percepivano o ignoravano volutamente per non sembrare pazzi a loro volta, il nostro piccolo folle uomo venisse ripetutamente calpestato mentre si recava a lavoro ogni mattina, lungo la strada.
Sì, perchè il nostro PFU (che era il nome spaziale che si era dato e che stava per piccolo folle uomo) aveva anche un lavoro, che era tutta la sua passione: dipingeva le vetrate delle case dei "normali". Il che, detto per inciso, lo faceva sembrare più "normale", perchè se lui dipingeva sui cristalli i personaggi del suo mondo, riusciva a compiere delle opere meravigliose, piene di bellissimi colori, semplicemente incantevoli. Per questa sua abilità lo pagavano pure bene, salvo poi tornare a calpestarlo mentre lui tornava per strada, mentre tornava solo soletto a casa sua.
Era anche solo il piccolo uomo e forse non perchè nessuna donna lo volesse, ma solo perchè lui pensava di non poter trovare la persona che lo avrebbe capito fino in fondo, che avrebbe potuto accettare di vivere insieme a lui ed ai suoi amici, che tanto immaginari non dovevano essere, visto che ci parlava spesso e che mangiavano e dormivano insieme a lui. Lo accompagnavano persino a lavoro e a volte lui li usava come soggetti delle sue fantasmagoriche storie dipinte. Fatto sta che, sempre secondo i "normali", il nostro piccolo folle uomo si addormentava sempre solo nel suo freddo lettino, la notte, consapevole che il giorno dopo non avrebbe potuto comunque sfoggiare la sua bella giacca di lino bianca, visto che gli scarponi degli "spilungoni" (era il nome che aveva dato ai calpestatori da marciapiede) gliela avrebbero irrimediabilmente macchiata e sgualcita. Quindi, sempre e solo vestiti grigi, senza lode e senza infamia e soprattutto senza la scocciatura di doverli stare a lavare ogni santo giorno.
Un giorno però capitò una cosa imprevedibile. Mentre dipingeva la vetrata di una chiesa, accadde che nell'altra navata vide una piccolissima donna che stava facendo il suo stesso lavoro e, guarda caso, con uno stile molto simile. Non chiese spiegazioni al parroco, pensò che la chiesa fosse comunque molto grande e che in ogni caso fosse un luogo di condivisione e non di concorrenza, quindi se c'era qualcuno o qualcuna che faceva il suo stesso lavoro come e meglio di lui, andava bene. Ed andò anche meglio, perchè i due cominciarono a parlare, dapprima solo di cose di lavoro, ma una sera si trovarono a tornare a casa insieme, immersi in una fitta conversazione sulla bellezza dei colori e sulla meravigliosa curva dell'arcobaleno, ma soprattutto sull'estrema disponibilità a conversare da parte dei folletti della pentola d'oro. Ciò lo stupì, perchè voleva dire che anche lei aveva degli amici che i "normali" non vedevano. La cosa gli piacque.
I due si frequentarono per molto tempo e vissero insieme per anni, crescendo ed invecchiando abbracciati, notte dopo notte. Intanto però un dottore, venuto a conoscenza della storia del piccolo folle (ed ora vecchio) uomo, decise di aiutarlo a non parlare più con i suoi amici, grazie a dei piccoli confettini rosa, che li avrebbero fatti evaporare. Il nostro amico dapprima si rifiutò, perchè quelle presenze a lui non davano noia, e pianse amaramente, abbracciato alla sua piccola donna. La quale però, gli consigliò di stare a sentire il medico e di prendere i confetti, così nessuno lo avrebbe preso più in giro. Così fece. Un giorno triste, la sua piccola donna si ammalò. Peggiorava di giorno in giorno ed il piccolo uomo non sapeva che fare. Una mattina lei lo chiamò al suo capezzale. Accorsero anche gli amici "immaginari" di lui. Lei gli disse: "Amore mio, non piangere per me. Questi anni insieme ci hanno regalato tanta gioia e tanto amore. Adesso io vado, ma tu sai che non ti lascerò mai, perchè abito nel tuo cuore che è la cosa più reale che tu abbia". Appena ebbe finito di parlare chiuse gli occhi e sorrise. In un attimo evaporò e con lei tutti i piccoli amici del piccolo uomo, come aveva detto il dottore. Lui forse lo aveva sempre saputo, ma non scordò mai la lezione della sua piccola donna: l'amore è la cosa che rende questo mondo più reale possibile e la vita degna di essere vissuta.

venerdì 5 marzo 2010

La terra dei cachi (e di quelli che mangiano invece di lavorare).



Dopo aver letto quanto scrive Sergio Romano sul Corriere della Sera di oggi, non posso che concordare con lui circa i due punti salienti messi in luce dall'illustre politologo, riguardo alla vicenda della mancata consegna delle firme per la presentazione delle liste elettorali. In primo luogo, Romano sostiene che le regole vadano rispettate, attribuendo alle scadenze e ai vari meccanismi di funzionamento del tessuto normativo un'importanza sacrale. Non è possibile o non è pensabile scavalcare dette leggi con altre leggi ad hoc, con altre norme che cancellano le precedenti, ne ritardano momentaneamente l'effetto o le modificano nella loro sostanza funzionale. Romano sostiene altresì che una consultazione elettorale, svolta senza poter tenere conto delle liste afferenti al più grande partito di maggioranza relativa è come fare una partita di calcio senza che si presenti una delle due squadre, il che inficia pesantemente il valore e il lavoro dell'altra compagine, anche se correttamente presentatasi alla sfida. Fare le regionali senza Pdl potrebbe confondere notevolmente le acque già torbide della nostra politica, quasi facendo risultare una percentuale di astenuti vicina all'80%. Insomma un po' una buffonata in stile italiano.Fin qua la precisa analisi di Romano, al quale non sfugge mai il peso ed il contrappeso, in un perfetto equilibrio descrittivo. Parliamo però del problema principale di questa situazione. La non presentazione delle candidature è il segno ultimo di una marcescenza totale della figura del politico italiano, che affida compiti assai delicati a mangiapanini a tradimento o galoppini figli dei figli, senza curarsi delle regole, pensando che se si è in Parlamento, tutto sommato si possono violare scadenze e coprifuochi. La politica sta impazzendo sul serio e questa è la scia di un comportamento anormale che coinvolge anche le abitudini sessuali, il pagamento di tangenti in mezzo ad una piazza ed altre pinzillacchere simili. Tutto alla luce del sole, neanche la fatica di nascondere vizi ed irregolarità, tutto gridato, tutto scoperto, perchè sei politico e ti è tutto concesso. Anche di violare la legge e di legiferare per rendere legale la violazione appena compiuta. E' un teatrino dell'assurdo in cui il cittadino, che Romano definirebbe azionista dello Stato, paga il prezzo ultimo. Perchè vedersi tolta la possibilità di votare, sebbene per persone evidentemente irresponsabili, è comunque la privazione di un diritto sostanziale di partecipazione alla vita politica di questo Paese. Io prendo sempre come riferimento l'America e qualcuno mi deve scusare per questo mio affetto incondizionato. Ma guardate cosa succede ad un senatore che sbaglia. Sono i cittadini del suo stato che, a gran voce, lo sollevano di peso e lo buttano fuori dalla politica, senza che nessuno tenti di salvarlo con leggi finte. Quel pizzico in più di coscienza civile che manca a noi e da dove nasce il deletereo disinteresse, ma anche un sistema politico che non ha nessun interesse a coprire le magagne dei rappresentanti. Un'utopia? Speriamo di no.