sabato 27 febbraio 2010

Per diventare libero, cambiare.



Il mio non è un blog "istituzionale", e quanti mi leggono se ne saranno accorti. Io metto dentro a questo contenitore tutto ciò che mi tocca, più o meno in profondità, che abbia a che fare con la mia vita privata o con gli incontri che il "sociale" ha con le mie idee ed i miei pensieri. Volevo concedermi una parentesi molto personale sul coraggio di ricominciare e cambiare. Non vi nascondo che le mie riflessioni prendono spunto da un periodo piuttosto turbolento, che ho deciso di concludere partendo per qualche tempo, andando lontano da casa ed amici e da una serie di situazioni che, per cause di forza maggiore, vanno a coincidere con luoghi e volti che frequento ogni giorno. Può essere la partenza un buon modo di cominciare da sè stessi? O è piuttosto un modo di fuggire da quello che non ci piace, ci mette angoscia o tristezza, ci spaventa? Io ritengo che a volte sia utile guardare i propri problemi dall'esterno, senza esservi necessariamente immersi come in un limo putrescente.
Il problema essenziale è che trovare lavoro qua dove abito è un'impresa particolarmente difficile. Forse, provando a moltiplicare gli input in una città come Milano, avrò più possibilità. La seconda questione, come dicevo oggi alla mia amica Cecilia, è che ho la sindrome dell'uomo nella campana, e badate bene che intendo una campana di bronzo: io sono dentro e vengo frastornato dalle martellate che ognuno ci dà sopra. Sono inebetito, sento mille voci che mi parlano, mi consigliano, mi consolano, ma nonostante tutto io rimango sempre nello stesso identico punto, non faccio un passo avanti nè uno indietro. In terzo luogo ci sono le delusioni, quelle che solo l'essere umano riesce a dare in maniera così potente e prepotente. Se penso a quanti cammini ho incrociato, a quante mani ho simbolicamente stretto in segno di patto, a quante parole (come sapete, io ritengo il linguaggio e con esso il pensiero correlato, ciò che ci distingue dalle bestie) ho sentito, compreso, accettato giustificato e quante volte questi accordi siano stati violati, in maniera rude, insensibile, inumana, dunque animale, penso che andarsene per un po' lontano da questa umanità un po' bislacca, dai luoghi che sono caratterizzati dagli incontri con essi, sia una cosa tutt'altro che concepibile come una fuga.
Stanotte l'ho passata in bianco, pensando a chi sono io e a cosa credo di meritare in questo attimo della mia esistenza. Non celo un senso di superiorità presente in me, quanto alla mia educazione morale, perchè l'onestà è sempre stata l'unica regola che mi ha condotto sicuro fin dove sono arrivato. Non concepisco il tradimento, quello spirituale in particolare, quello che coinvolge due anime che vorrebbero sentirsi affini, ma che devono riconoscere in una delle due un fallo, un difetto, che porta sempre e solo sofferenza. E, durante questa ultima nottata, dopo aver fatto un breve excursus di quanto appena detto, ho pensato che, in linea di massima, sia meglio cambiare aria. Non so se lo farò a breve, non so in che termini avverrà questo cambiamento; quel che è sicuro è che da oggi cambia il mio atteggiamento nei confronti delle cose che vivo. Riappropriarmi di Gianluca, smettere di correre dietro ai desideri altrui, smettere di sperare di veder risolto un mio problema attraverso un'altra persona. Per un momento ci vorrei essere solo io. Magari nel silenzio di una campagna del Nord, o nel frastuono anonimo e confortante di una scintillante metropoli. Ovunque il mio sorriso ritrovato mi faccia riacquistare consapevolezza del mio valore, mentre respiro a pieni polmoni l'aria di una primavera che sta arrivando e che si annuncia al mondo.

venerdì 26 febbraio 2010

Dagli al motore di ricerca!!!


Questione spinosissima, ma tema assai attuale, per cui non mi posso esimere dal tentare una riflessione. Il fatto puro e semplice è il seguente: un tribunale italiano ha condannato Google, proprietaria di Youtube, per aver messo on line il video di sevizie ad un disabile. Condanna della comunità internazionale, fischi, tre dirigenti giudicati colpevoli e così via. Come al solito, la partita si gioca sui confini, su quelli che noi chiamiamo limiti. Dove finisce la libertà di ciascuno ad esibire quanto ritiene in volere di esibire e dove comincia fattivamente il reato configurato, l'istigazione alla violenza, la produzione e diffusione di immagini e video a carattere di aggressione contro un essere umano?
Riflettiamo un momento su una cosa, anzi, ci rifletto io e me ne prendo la totale responsabilità. Convenendo sul fatto che i disabili hanno meno capacità di difendersi e sono biologicamente più fragili di noialtri cosiddetti "abili", non vedo perchè le violenze fra pari non suscitino il medesimo sdegno. E' una questione etica? Cioè, Golia che strapazza Davide è sempre una cosa che fa orrore? D'accordo, ma allora tutte le situazioni nelle quali chi subisce non è abile a reagire dovrebbero essere condannate. Faccio un paio di esempi estremi e in valore assoluto, ma che secondo me sono abbastanza calzanti. Così come un ragazzo Down fa fatica a rispondere alle botte di un suo coetaneo non disabile, accade anche che il disarmato non si possa difendere dall'armato, poichè il suo essere privo di strumenti di offesa, lo rende disabile o inabile. E allora? Dovrebbero essere tirati via dal web tutti i video che mostrano esecuzioni di ostaggi, prigionieri politici? Ancora: un poliziotto in tenuta antisommossa che per sbaglio becca un giornalista e lo scambia per un black block, menandolo di santa ragione, non è un altro esempio di abuso di posizione di forza? Cosa facciamo, leviamo anche tutti questi video dalla rete? Ho preso ad esempio queste due situazioni, perchè spesso queste situazioni sono addirittura colte ad esempio, tutt'altro che censurate come violenze, diventando titoli da prima di un qualsiasi Tg. Allora interroghiamoci sulla funzione (sempre assoluta) di queste immagini. Forse che le mettiamo in rete perchè siano di insegnamento? E a chi, di grazia? La violenza è violenza. Punto. Facciamone una questione di intenzionalità, ma la volontà di ferire non possiamo certo attribuirla ad un motore di ricerca. Piuttosto ci si dovrebbe interessare di chi commette questi atti e a questi comminare una pena. In questo senso il web non fa altro che rispecchiare ciò che la nostra società vive, come rovesciamento di valori, che è certo deprecabile, ma che non è di sicuro colpa di Youtube.
E se vi dicessi che ritengo violenti certi cartoni animati? Leviamo anche quelli? No, mi limito a non guardarli o a sanzionarli col mio disinteresse. Ripeto, il web è come un coltello da cucina. Punirlo perchè, anzichè essere usato per tagliare i pomodori, viene utilizzato per fare a fette un intestino umano è un eccesso di zelo.

lunedì 22 febbraio 2010

Il decalogo di Amelie (Certezze, parte Seconda).




Pubblico di seguito una arguta, divertente e puntuale risposta di una cara amica, che leggendomi, ha così commentato con me questo giocoso decalogo delle certezze in età adulta. Vi consiglio di leggerlo e magari di prendere spunto dalla sua risposta. A me ha colpito. Piacevolmente. La ringrazio, perchè è stata sincera (come sempre), divertente (come sempre), presente in spirito. E perchè è il genere di conversazione che lei sa io ami avere con anime preziose. Grazie.

1) Pollice su per il sesso in macchina, fuori della macchina, su un letto, sotto un letto e ovunque possa sentirmi viva in ogni cellula;
2) Basta con le serate danzanti fino all'alba....sì ai concerti vissuti vicino alle casse, sentirsi vibrare la cassa toracica al ritmo di una canzone che, dio, quanto ti piace...sì alle serate a chiacchierare fino all'alba...meglio se con una buona birra in mano e il mare davanti;
3) Il lucertolamento è stato parte integrante della mia adolescenza...e sì, invecchio...ma questo nn cambierà mai. Sì alle vacanze sotto il sole cocente. a chi di di signorini gli diamo fuoco. si accettano solo wired, focus, vogue, ad, casabella, domus, qualsiasi cosa;
4)  Dio quanto adoro i mercati al'aperto. Ascoltarne i rumori, viverne i sapori. Frugare. Frugare frugare;
5) La neve è una bella sensazione sulla pelle, ma a piccole dosi..e sì, mi sono rotta di sciare..e BASTA...voglio solo girare e vedere più posti possibili. In settimana bianca a dargli un paio di millini di euro ci andate voi.
6) Salato tutta la vita. Assaggiare tutto. Anche quello che ha forme-odori strani. Si vive una volta sola. Dio non voglia che nn sappia che sapore ha una lumaca. Potrebbe illuminarmi la mente;
7) Sono infiammabile, ma non irascibile. C'è una sottile ma FONDAMENTALE differenza. Per farmi incazzare veramente vuol dire che ci avete VERAMENTE messo del vostro. In tal caso....vi consiglio di orbitarmi ad almeno un km di distanza. Mi giungono voci che da incazzata faccio veramente paura;
8) Sebbene il mio fisico sia decisamente votato al vizio..(ti ringrazioooo)..viva le storie serie....le robe sdolcinate e tutte le sfumature più o meno lievi dell'essere innamorati cronici. di qualsiasi cosa;
9) Se volete provare l'ebbrezza di un'altalena...gustatevi l'umore della mia fede. mi sbilancio dall'agnosticismo convinto al puritanesimo di madre teresa di calcutta. Di solito senza passare dal via, come al Monopoli;
10) L'unica volta che sono uscita dal mio corpo ho visto, vissuto e percepito che il mio compagno mi stesse sparando in testa. Credo che mi sia bastato. Da lì sono una salutista convinta. E me ne vanto.

Hey ma, look...it's me!



A 28 anni uno comincia ad avere un briciolo di certezze di vita, no? Ci pensavo ieri mentre guardavo Peter Griffin, impegnato nel colloquio di lavoro meno probabile della storia recente. Lui è disoccupato cronico, ma mantiene una famiglia ed ogni tanto si inventa delle cose improbabili, truffe comprese, per racimolare soldi. No, non voglio rapinare nessuno, tranquilli. In realtà Peter era solo lo spunto, ma ciò su cui riflettevo non ha niente a che vedere con le solite lamentazioni sul lavoro che manca, sul futuro incerto, che incerto è fargli un complimento eccetera, eccetera, eccetera...mi guardo ogni tanto e scopro che certe parti di me si stanno, come dire, cristallizzando, assumendo un aspetto definitivo e questa cosa mi piace. E' chiaro che altre rimangono piuttosto fluide e sono quelle componenti che devono fare da collante con le parti indurite, per cui le lascio molli e così sia. Ma la cosa veramente interessante è che questi benedetti cristalli si sono formati su cose appartenenti alla più bieca evidenza dei fatterelli, cioè a dire su cose che registrano una adulta percezione di quello che, comunemente, viene chiamato buon senso. Insomma, sono invecchiato. Sulle seguenti cose:

1) Basta con il sesso in macchina (Dio, sono davvero troppo anziano per incastrare ginocchia nei poggiatesta e preoccuparmi del freddo di inverno e del caldo d'estate, proprio no, voto 0). Il fatto che lo abbia messo per primo denota quanta importanza io dia alla pigra comodità;
2) Davvero basta con le serate danzanti fino all'alba (non che io ne sia mai stato un gran sostenitore e frequentatore, ma basta anche con il proporlo, si era capito, non mi piacciono). Vengano avanti graditissime cene con amici, magari su una terrazza, magari in primavera ed estate, magari cucino io e voi portate da bere;
3) Non sono mai stato il tipo da viaggi avventurosi d'estate. Ebbene sì, sono una lucertola. Per me le vacanze estive sono dedicate a riposo, Chi di Alfonso Signorini, nuotate, passeggiate in pineta e enormi piatti di pasta fresca romagnola. Per l'avventura c'è l'inverno e ne sono un grande estimatore. A Capodanno portatemi dove volete, ma guai a farmi muovere con 40° gradi ed un umidità che ci potresti lavare le mutande;
4) Detesto discoteche, centri commerciali e mercati all'aperto. Me ne piaceva solo uno, quello di Via Vespri Siciliani a Milano, perchè la via era grande e perchè c'era un sacco di roba buona da mangiare. Ma non sono il tipo da affollamento congestionato, preferirei giocare alla pentolaccia bendato con un alveare di vespe;
5) Non mi piace la neve, la montagna, le capre e le stelle alpine. Mi da un senso di soffocamento che mal sopporto. Sono fatto per gli spazi aperti, ma credo che lo si sia già capito;
6) Fra dolce e salato scelgo il salato. Quando sono all'estero è una festa, per me. Ma anche quando non ci vado, frugo sempre fra prosciutto e formaggi, conditi dall'immancabile spremuta d'arancia ed un caffè americano, rigorosamente nero;
7) Sono irascibile, altamente infiammabile. Difendo le mie idee con una veemenza spaventosa. Uno dice: "Questo cosa c'entra?" C'entra, perchè non sono mai stato così deciso in vita mia, e soprattutto perchè se adesso mi contraddici su una cosa di cui io sono certo, faccio fatica a non menarti;
8) Tra la scappatella e una relazione con una parvenza di serietà, scelgo tutta la vita la storia seria. Intendiamoci: non ho problemi con i diversivi, ma ultimamente sento la necessità di avere un dialogo mentale con la persona che ho accanto, abbiamo già ampiamente assodato che col corpo si dialoga bene, ora anche basta;
9) Ho un bel senso della fede. Ho cercato di custodirlo vivo e vivace fino alla soglia dei trent'anni e sono felice di esserci riuscito, con tutti gli errori e con tutte le manchevolezze tipiche dell'essere umano. Ma non ho perso la fiducia nelle cose alle prime difficoltà. Magari ancora non ho affrontato cose tanto toste da mettermi alla prova, magari ne ho viste un numero tale che mi hanno aiutato a pregare come non avevo mai fatto;
10) Sono uscito ed entrato dal mio corpo una quantità innumerevole di volte ed ho sempre constatato che quello che possiedo ha un valore inestimabile, per rovinarlo con alcool, droghe o quant'altro. Mi sono mantenuto sano non per un malcelato senso di superiorità o per puritanesimo, ma perchè rispetto profondamente la mia natura, anche se cenando con me non lo direste.

Beh, non c'è che dire. Un bel pacchettino.

sabato 20 febbraio 2010

L'Italia fa schifo.



Questo paese è semplicemente ridicolo. Parliamo di un paese indietro rispetto al resto del mondo di almeno cinquant'anni per quanto riguarda l'amministrazione della cosa pubblica, il mondo del lavoro e la giustizia. Poi, di Sabato mattina, subito dopo aver fatto colazione, apri il giornale e leggi che Omar, o come diavolo si chiama, esce dal carcere in regime di semi-libertà, dopo nove anni di prigione per aver commesso un reato atroce. La semi-libertà in Italia prevede che in carcere ci si dorma soltanto. Questo tizio va a lavoro, sotto regolare contratto per 700 euro mensili, mangia a casa con i suoi, si farà anche una partitella alla Play Station e poi torna in galera a dormire. A dormire. A spese di tutti voi che mi leggete ed anche a spese mie.
Dio, che schifo. Con un semplice sillogismo, posso senz'altro affermare che in Italia, più grossa la fai, più hai probabilità di vivere e lavorare in maniera normale. E non mi venite a parlare di giusta riabilitazione dei carcerati. Questo essere immondo ha fatto affogare un bambino di 11 anni nel suo sangue, dopo averlo ridotto come un colapasta con un coltello, tutto perchè la sua ex fidanzata (altro mostro) aveva promesso di dargliela se l'avesse aiutata a disfarsi di madre e fratello. E meno male che il padre era a lavoro.
E la gente che studia, che si comporta correttamente, che si sbatte come tanti di noi, cosa ha in cambio da questo Stato delle banane? Ve lo dico io, niente. Una pensione inesistente, lavoro nero, nessuna agevolazione su case da affittare o comprare, tasse da pagare. Altrimenti si va in galera e la chiave la buttano sul serio. In America, se finisci in carcere perdi i tuoi diritti civili. Quello è un paese con la spina dorsale. Qua, se vai in prigione (se ci vai) sei fuori dopo metà degli anni che ti devi scontare, tutti fanno a gara per offrirti un lavoro, così acquistano visibilità e per il resto della pena non devi neanche preoccuparti di dove dormire. Basta dire che hai incontrato Gesù. So che non dovrei dirlo, da credente quale sono, ma io non credo proprio che l'incontro con Dio finirebbe così bene per questa gente. Per non parlare di un sistema Paese che è orrendamente consegnato al sensazionalismo delle riviste-carta igenica, dove chi governa lo fa male e chi attua leggi è profondamente incompetente. Senza parlare della marea di parassiti che di queste situazioni ne approfittano come possono. Quindi, gente, armatevi di padella, come il buon Maso insegna, e colpite a più non posso i vostri cari. Vedrete che un lavoro, un pasto caldo ed un tetto non ve lo leva nessuno. L'ho già detto? Che schifo.

giovedì 18 febbraio 2010

Gli italiani sono disonesti per natura?



Come si può arrivare a considerare "geneticamente" disonesto un intero popolo di una intera nazione? Quali sono i requisiti per dire che l'italiano è disonesto per natura? Basta avere la cittadinanza, oppure si deve essere nati sul suolo italico? O ancora, ci sono delle regole ben precise, circa la tipologia di impiego che si ha, l'età media, le caratteristiche fisiche? E' dunque un neonato, condannato alla disonestà per il semplice fatto di essere nato qua, piuttosto che nell'onesto Nord Europa, per esempio? Credo che il problema sia un po' più complesso e l'analisi di questa condizione di diffusa illegalità, che da decenni ci riguarda tutti più o meno da vicino, abbia radici diverse da quelle della pura genetica. Dobbiamo senza dubbio ammettere che fenomeni come la corruzione siano piuttosto capillari nella nostra società, partono dalle basi, cioè dai complessi rapporti privati fra utenti/cittadini e pubblici e privati/venditori di servizi. Quanto alla tanto amata concussione, sono d'accordo con Piercamillo Davigo, quando sostiene che non la si possa trattare come un reato alla maniera in cui lo si intende ad oggi; il noto magistrato sostiene che le fattispecie di configurazione di detto reato siano l'induzione e la costrizione, cioè situazioni nelle quali il concusso o è obbligato a commettere reato tramite una specie di estorsione del favore o vi sia portato tramite meccanismi simili alla molestia sessuale. Ipotesi un po' fantasiose, in effetti.
Tornando al meccanismo della corruzione ci dovremmo innanzitutto chiedere cosa significa corrompere e se veramente l'atto della corruzione possa essere ritenuto una qualità naturale, anzichè un fatto eminentemente culturale. Corruzione è "il comportamento proprio di un pubblico ufficiale, che riceve, per sè o per altri, denaro od altre utilità che non gli sono dovute". Questa è la definizione strettamente giuridica, ma possiamo estenderla ad altri ambiti, semplicemente rintracciando nel comportamento indicato dalla definizione, una propensione ad accettare compensi per modificare una qualsiasi decisione o giudizio, eludendo spesso buon senso, competenza e una coerenza del tutto personale. La domanda è dunque: siamo geneticamente davvero predisposti a modificare il nostro modo ordinario di pensare solo per ricevere in cambio un favore od una utilità di qualsiasi genere? A mio giudizio, condividendo in parte le parole di Davigo, la questione si può giocare sul confronto fra due termini: competenza e rappresentanza, ai quali ne aggiungerei un terzo, discrezionalità. In un sistema democratico, i due modi principali per occupare una qualsiasi posizione all'interno di una società sono per competenza (vedi, ad esempio, il sistema dei concorsi per assunzioni) o per rappresentanza, modalità tipica della politica, che elegge una serie di rappresentanti, ovvero di figure che portano avanti le istanze di un movimento politico, della popolazione di un territorio e così via. Come però ravvisa anche Davigo, c'è un problema che si pone al crocevia fra questi due modi: spesso chi è competente ha scarsa dimestichezza con il concetto di persona pubblica e di comunicazione che ad esso è legata e, di contro, chi è rappresentante è talvolta disinteressato al livello di competenza nel ruolo che gli è attribuito, rimandando l'acquisizione degli strumenti di lavoro ad una massiccia esperienza sul campo (si vedano molti ministri, che hanno esercitato un potere politico in diversi dicasteri, non avendone le competenze o comunque provenendo da esperienze professionali differenti, come Roberto Castelli, ingegnere, al Ministero della Giustizia). In tutti e due i casi, l'una figura si trova sempre a dover "trattare" con l'altra, a doverla interpretare o comunque a sostenerne le ragioni, spesso per motivi legati all'esercizio di un mandato pubblico. Spesso su quel crocevia di rapporti fra le istanze della rappresentanza e della competenza, si innesta un meccanismo di delega, che vede l'ingresso di figure terze all'interno dell'azione. Nel caso del rappresentante, che è consapevole della propria ignoranza in una materia, si attua un meccanismo per il quale chi meglio figura una competenza, vince una immaginaria gara fra pretendenti, ma è in realtà il sentimento del "fatto presto e speriamo bene" che supera la verifica delle effettive capacità, soprattutto nelle Pubbliche Amministrazioni. Nel caso di una persona competente, il meccanismo è differente: si delega ad un rappresentante la creazione di un tessuto con altri tipi di figure competenti o presunte tali, le quali, godendo del favore del rappresentante delegato, agiscono in regime di libero arbitrio e senza seguire la filiera che le ha condotte in quella situazione di vantaggio. 
Il libero arbitrio ci conduce al concetto di discrezionalità: una volta che la spirale regressiva si è innescata, ciascun attore agisce secondo la propria coscienza e conoscenza, chi più o chi meno consapevolmente, generando fenomeni per i quali il controllore ed il controllato o non sono più in rapporto diretto o sono la stessa cosa. L'unico modo per riprendere il controllo di situazioni così internamente degenerate è il denaro: ecco che si creano i fenomeni di corruzione, che sono però fenomeni più o meno volontari, stante il fatto che spesso chi applica seriamente le proprie competenze al lavoro che svolge e non possiede una serie di strumenti di controllo delle competenze altrui, come la conoscenza capillare di un territorio, si trova spesso a cedere ad una ragione che lo sopraffà, o che non gli è propria. Di contro, chi consapevolmente delega a soggetti inadatti l'applicazione di false o ridotte competenze, commette un reato sapendo di commetterlo.
Cosa ci salva dalla corruzione? Data questa breve ricognizione, possiamo affermare che la corruzione sia un fatto squisitamente culturale e che la si possa evitare tramite un meccanismo di verifica, totalmente esterno a chi prende decisioni (commissioni specialistiche). Le quali, a loro volta, siano composte di personalità che, ligie al proprio dovere, non possano trarre alcun vantaggio economico dal cambiamento repentino di una decisione. E l'unico modo perchè tutto questo funzioni è che tutto ciò che riguarda il pubblico, sia pubblico, come in America i pedofili hanno un volto, un nome ed un indirizzo, così come in tanti paesi i bilanci statali sono pubblici voce per voce e con essi tutta l'amministrazione dei soldi che paghiamo per vivere in un paese civile. O almeno così ci piacerebbe pensarlo.

lunedì 15 febbraio 2010

Obama salverà il mondo (o almeno ci sta provando).



In Italia siamo sempre i soliti. Anche quando si tratta di vicende che riguardano altri paesi, il nostro sport preferito rimane il gioco dei campanili, nel quale ciascuna parte (chiaramente politica) sceglie una linea di condotta e adotta un metro di giudizio, sempre uguale a sè stesso, a volte affermando anche cose totalmente contrarie al buon senso, giusto per mantenere vivo uno sterile spirito di contraddizione tutto italiano e che non trova corrispondenze in altri paesi europei. Siamo un popolo di "serve" come direbbero a Brescia, cioè una massa di pettegoli ignoranti, ma molto furbi, che hanno la capacità di strumentalizzare ogni singolo rumor provenga dall'esterno e farne una questione di battaglia politica a livello nazionale. In questo modo di fare politica, scientificamente caotico, chi ci rimette è il cittadino medio, visto e considerato che il 100% dei mezzi di comunicazione di massa in questo paese fa riferimento ad una o più forze politiche, che siedono in Parlamento. Quindi, non c'è scampo, o ci sorbiamo una campana o l'altra. Ma il problema, nella fattispecie, è che entrambe sembrano stonare, di brutto. 
Il caso più eclatante è il primo anno di presidenza di B.H. Obama, 44esimo presidente USA e primo afro-americano della storia, democratico. E già subito sul colore della pelle, la stampa pseudo-pacifista italiana ci ha ricamato delle fantasie al limite della libido: siccome è quasi nero e per giunta democratico, vedrai che è un pacifista convinto e interromperà subito tutte le guerre in atto. Col cavolo. Non solo Obama non ha interrotto niente, ma ha dato ordine a 15000 ulteriori unità dell'esercito di appostarsi a fucili spianati all'entrata delle caverne delle montagne afghane, attendendo che gli abitanti talebani delle medesime escano fuori a vedere la primavera. Altro che fiori nei cannoni, e non è finita. Ha minacciato l'Iran, affermando che se il nuovo Hitler (che peraltro dovrebbe cambiare stilista) non la pianta con la minaccia nucleare, passerà un brutto fine settimana, a breve, visto che le sanzioni Onu valgono come il due di bastoni con briscola a denari. E un'altra serie di cose non molto pubblicizzate, sempre fra armi e uniformi. Cattivo presidente, direbbe la stampa arcobaleno, solo che tutti tacciono, perchè la figura l'hanno già fatta. Un po' più scoperto, per ovvie ragioni, è il gioco della stampa di destra, che punta dritta sul calo di consensi e su una maldestra riforma della sanità, che a detta di cronisti eminenti, è una cosa campata in aria e non utile agli americani. Con l'aggravante (colpa dei telegiornali) di far apparire Obama come un tizio ridanciano che canta, circondandosi di star strapagate e esibendosi in show mediatici per nascondere le manchevolezze della propria amministrazione. Ci risiamo. Qua l'errore è addirittura più marchiano. Si tenta di far passare il presidente USA per una specie di Maria Antonietta, che festeggia a corte, mentre la sua gente muore, in guerra o perchè priva di assistenza medica gratuita. Ma se si legge un po' di stampa seria americana, ci si rende conto di due cose: nessun americano è contro un sistema sanitario pubblico ed anzi, ci sono forti spinte da parte delle grosse etnìe straniere, che contano numeri importanti nelle grandi metropoli; in secondo luogo, il calo di consensi è un calo non direttamente imputabile al disinteresse per l'ottima politica dei fatti di Obama, ma un indottrinamento sistematico di alcune lobby molto potenti, che cercano di mettere contrappesi alle proposte positive dell'amministrazione (si pensi alle case farmaceutiche, che generano molti posti di lavoro e soldi, per non parlare dei sistemi bancari e finanziari). Obama sta lottando contro dei mostri enormi, una lotta che mette a rischio la sua stessa vita (e lui lo sa bene). Dunque si sono sbagliati tutti, in Italia? In Italia ci vogliamo sbagliare, perchè fa comodo, soprattutto quando si tratta dell'uomo più potente della terra. Personalmente credo che questa mancanza di obiettività da parte di tutta la politica italiana (e di conseguenza della nostra stampa e televisione), ci stia nascondendo il fatto che il presidente USA può essere davvero la speranza che le cose vadano meglio in futuro, per tutti. Se l'America è, come è sempre stata, il sogno e l'aspirazione di una vita migliore, io credo che Obama stia cercando di far tornare nei fatti quel sogno in auge, lavorando, affinchè quello che gli USA fanno, possa davvero essere uno stimolo per tutti quanti a fare meglio. In un cartone animato americano, Futurama, il presidente USA è il presidente della nazione Mondo: la visione di Groening, tralasciando il lato comico della cosa, è sicuramente veritiera. Per questo valutare con giustezza il lavoro di una amministrazione americana, significa davvero aiutare tutti noi ad apportare migliorìe in un sistema politico globale già sufficientemente martorizzato da anni di errori e politiche personalistiche.

martedì 9 febbraio 2010

La bellezza sta negli occhi di chi guarda.



L'altro giorno ascoltavo lo svolgersi di una conversazione, all'interno di una delle tante trasmissioni pomeridiane in televisione. Come quasi sempre, l'argomento trattato erano i rapporti di coppia, soprattutto la fase che si potrebbe definire preliminare, cioè quella dell'infatuazione. E, come al solito, l'opinionista si turno sfodera il mitico adagio, secondo il quale "la bellezza sta negli occhi di chi guarda". Subito da tutti bollata come una roba ingenua, tipica di un quattordicenne dei romanzi in stile "Tre metri sopra il cielo". Forse la cosa è un po' più complessa ed articolata di come sembri. Innanzitutto occorre fare un lavoro preliminare, cioè quello di scomporre il motto in due parti distinte, analizzarle separatamente e poi ricombinarle secondo il senso comune. Ad un primo sguardo, notiamo che le grandezze in gioco sono due: la bellezza, un concetto talmente soggettivo che occorrerebbe ripartire dalla definizione che ne danno i dizionari; l'osservazione, quindi un atto, in questo caso interattivo o comunque dotato di una logica causa effetto bidirezionale, cioè che agisce sull'osservatore e sull'osservato con effetti non prevedibili. 
Analizziamo per un attimo il primo concetto: quando possiamo affermare con certezza che una cosa è bella? Alcuni fanatici delle proporzioni ci potrebbero addirittura fornire formule e numeri che indicano misurazioni precise per descriverci che cosa sia la bellezza (poniamo ad esempio la distanza fra gli organi esterni che compongono il volto umano, terreno di studio dei chirurghi plastici) e con esse tutta una serie di raffronti e rapporti di corrispondenza. Ma già sappiamo che ci serviranno a molto poco. Il motivo è abbastanza evidente: la bellezza, ovvero la facoltà di rimanere positivamente impressionati da un dato sensibile che si dia alla nostra percezione visiva, dipende da una serie di disposizioni e predisposizioni di varia natura (psicologica, emotiva, sociale); ciò significa che noi tendiamo ad identificare come "bello", ciò che in realtà è consono alla nostra visione della vita in quel preciso istante, ciò che entra in vibrazione con le nostre corde. Non è così ingenuo pensare a questo meccanismo, per quanto detto prima: giudicare "bello" qualcosa, significa investirlo di una serie di valori che provengono innanzitutto dall'educazione ricevuta e dalle esperienze vissute, quindi da un background psicosociale ben definito. La componente emotiva è certo presente, ma non preponderante, a mio avviso.
Per ciò che riguarda l'atto di osservare, non ci troviamo neanche in questo caso di fronte ad un atto privo di basi logiche e razionali. Quando osserviamo qualcosa ne modifichiamo da subito la natura stessa, per cui l'atto stesso del guardare non è riconducibile ad un mero "vedere" una forma. L'osservazione opera su due piani: uno analitico, che scompone le forme plastiche dell'oggetto osservato ed uno sintetico che tenta di riassumere ed armonizzare quanto visto come insieme scomponibile. L'atto ri-combinatorio delle forme sul piano plastico è il passaggio chiave, che rende ragione della scelta di un percorso interpretativo da sondare. Se noi osserviamo sempre lo stesso volto umano, possiamo notare che esso ha una bocca (carnosa o sottile), due occhi (non sempre, ma comunque di colore uguale o diverso fra loro), un naso (dalle varie forme). L'armonizzazione delle forme porta ad intraprendere il giudizio estetico intermedio, che nella fase finale del nostro atto si combina con le motivazioni sociali, psicologiche ed emotive di cui si discuteva in precedenza.
Così, si arriva alla lettura completa dell'adagio. Come si coniuga tutto ciò con la questione dei sentimenti e dei rapporti di coppia? Qui credo che stia l'errore fondamentale nel quale spesso si cade, cioè pensare che, trattandosi di una percezione soggettiva, si debba considerare questo particolare atto di osservazione come banale, inappropriato a descrivere le meccaniche di interazione fra soggetti estranei, quando invece abbiamo visto che sono rintracciabili delle categorie oggettive di analisi di un comportamento osservativo-interattivo. E' altresì chiaro che non tutto è riconducibile alla logica, ma abbiamo buoni margini per costruire una base razionale di discussione, senza timore che la componente emotiva rovini tutto. In realtà tutta la possibile analisi da compiere (in maniera certo più estesa) tenderebbe a dimostrare come i modi di dire siano tutt'altro che modi retorici di accesso al senso comune e che questo non sia altro che il modo in cui noi viviamo l'esistenza quotidiana; per cui è stupido dire che il modo di dire sia banale o non oggettivamente categorizzabile. Come in tutte le cose, è possibile rintracciare variabili e costanti, queste ultime capaci di rendere attuale l'osservazione del microcosmo giornaliero di ciascuno di noi.

lunedì 8 febbraio 2010

Largo ai giovani.


Questo post è dedicato ad un fedele compagno di viaggio, che ha seguito il mio percorso fin dalla scrittura della mia tesi, mi ha supportato, incoraggiato, non mi ha mai mollato, neanche per un attimo. Insieme abbiamo conosciuto tante persone, abbiamo mangiato, fatto intere notti a ridere e parlare con gli amici e visto tanti film. Certo, come in tutte le relazioni, abbiamo avuto i nostri screzi, ma niente che non si potesse riparare venendosi incontro. Oggi va in pensione il mio piccolo grande amico computer portatile. Questo Acer Aspire 9303 WSmi da 17'4 pollici lascia il posto a forze più fresche e potenti, che si beccano una eredità mica da niente. Dovrà vedersela con il ricordo di un talento dell'informatica. In quattro anni mai un problema, mai una sofferenza, mai la necessità di un ricambio. Dall'inizio alla fine ha tenuto botta come un bravo soldato e niente lo ha intimidito. Si è beccato virus, ha dovuto sostenere e lanciare programmi pesanti, ha usato un sistema operativo ORRENDO. Ma lui niente, è andato avanti imperterrito, senza colpo ferire.
Insieme a lui scrivo questo post, l'ultimo che mi aiuterà a comporre, per ringraziarlo. So che può sembrare idiota o superfluo, una cretinata, ma sento in qualche modo di essergli debitore, per tutto il tempo che mi ha concesso e per le cose che siamo riusciti a fare insieme. Cessa la sua attività un pezzo da novanta. Adesso mi dovrò abituare al mouse pad multi gesture, ai tasti rialzati ad isola, allo schermo 16:9 home cinema, al Dolby Surround e ad una serie di altre presunte migliorie tecniche. Ma il ricordo di questa macchina, sarà sempre qualcosa che porterò nel cuore. Un grande salutone al vecchio ragazzo.
E benvenuto alla nuova generazione.

venerdì 5 febbraio 2010

Ricapitolando (constato con amarezza).



Mentre mi chiedo per quale diavolo di motivo il mio blog non aggiorni il feed dei blog consigliati, mi è venuta voglia di scrivere un post, questa volta senza una particolare linea polemica o un argomento specifico da presentare. Mi andava di fare un po' il punto della situazione, della mia situazione, sfogliando con le lacrime agli occhi un manuale di Microeconomia, che già a pagina 21 mi fa dire: "Maddai, io ho soltanto una laurea in lettere". Ci sono certi giorni in cui hai la nettissima sensazione di aver perso e di stare tutt'ora perdendo il tuo tempo in cose inutili e, fidatevi, se avete cominciato a pensarlo anche voi, significa che del tutto falso non è. Quelle giornate accompagnano la sensazione di inattività a quella di inutilità, cioè al sentirsi fuori posto in qualsiasi sistema sociale precostituito. Non ho voglia di fare della filosofia, per niente. Non sono avvilito, ma certo non mi piace granchè tutta questa situazione. Anche se continui a ripeterti che non è colpa tua, che stai facendo il possibile per darti da fare, anche se ti accontenti di fare tutto, senti comunque quella cacchio di vocina, che ti dice: "Ah, se avessi fatto quella scelta, ah se fossi andato là quando me lo avevano chiesto, ah se avessi sopportato ancora qualche altra settimana". E ti senti un mezzo scemo. Hai 28 anni, ma è come se ne avessi 14 e ci stai stretto. Non sai cosa voglia dire provvedere a sè stessi, se escludi periodi più o meno brevi in cui eri lontano da casa, non sai cosa significhi avere un impiego appassionante e gratificante, non sai cosa significhi avere un impiego, purtroppo. Poi ti guardi intorno, dentro ad una biblioteca zeppa di studenti fuoricorso e ti chiedi anche chi cavolo te lo ha fatto fare di andare come un siluro all'università. Poi ci pensi...vero. Le promesse. "Se si laurea velocemente, sarà più facile trovare un impiego, vedrà come in Italia valorizziamo in giovani". Col piffero. E ancora dai una occhiata fugace ai tuoi amici e conoscenti coetanei, che per un motivo o per l'altro sono là dove volevano essere e dove anche tu avresti voluto, ma lo sono già da anni. E ti sorge ancora più forte il dubbio di non avercela messa davvero tutta, di esserti fermato di fronte a qualche ostacolo. Ieri notte prima di addormentarmi, nel mio letto, ho pensato al mio 2009 e a quanta fatica ho fatto per cercare di fare qualcosa che mi piacesse (o anche no) nel migliore dei modi possibili. Ma per tutta la volontà che ci hai messo, i ringraziamenti sono stati sempre gli stessi: pagamenti in nero, datori di lavoro evanescenti, persino una ingiunzione ad un tribunale per riavere meno di 2000 euro, che tra l'altro mi spettavano come salario. Mah. E' troppo semplice dirmi: "Ma perchè non parti? Perchè non te ne vai altrove? Perchè non fai questo? Perchè non fai quello?". Lo faccio, ed ogni volta ricomincio da capo. Solo che ogni tanto mi sia concesso di fermarmi a respirare. Non dico tanto, un paio di giorni al mese.
Adesso torno sul mio manuale di Microeconomia. Ah, per la cronaca, all'università io Economia Politica all'università l'ho data 6 volte con due professori diversi. Un misero venti al sesto tentativo. Beh, scusate il disturbo.

mercoledì 3 febbraio 2010

Se non condividi sei un mostro.



Lo sapete, no? Se non protesto, io non sono soddisfatto. Non sono me stesso, proprio no. Mi prende quel senso di oppressione al petto, che riesco a sfogare solo con mediocri invettive da pensionato ultraottantenne contro le mode dei giorni nostri e tutte le cose che vengono scambiate per innocui passatempi, ma che volete farci, sono fatto di piombo. In una parola: pesante.
Oggi, l'oggetto della mia pubblica indignazione sono, ebbene sì, alcune applicazioni presenti sul nostro amato e controversamente dibattuto Facebook. Non certo le cose divertenti, tipo Farmville o robe simili, che sono in effetti solo divertenti giochetti per perdere una mezz'ora. Mi riferisco più che altro a quelle insensate pagine sui drammi dell'umanità, tipo bambini malati di cancro, gente che muore di fame e così via. Ancora più nello specifico, da qualche giorno gira una catena di status di varia natura, che finisce sempre con la solita frase, qualcosa come "il 93% di chi legge non condividerà, ma almeno tu cerca di essere nel 7% di quelli buoni", sempre riferendosi ad immani tragedie, perlopiù private. Un aggettivo per descrivere queste applicazioni? Schifose. E vi dirò di più: sono molto orgoglioso di non appartenere a quel 7% che fa girare questi messaggi, per due motivi. Il primo è che spesso vanno a toccare corde importanti dentro di noi, ma ciò che avviene nel privato, per me, resta un fatto privato, che non deve diventare tema di applicazione o di status. Non intendo dire cose stupide tipo: "Chissà se lui mi pensa adesso"...L'aggravante di questo sistema di giro è la formula rituale, contenuta nell'ultima parte dei messaggi di stato. Come dire, se non condividi sei l'essere più riprovevole che sia mai esistito sulla faccia della terra. Che mi suono come un vago ricatto morale. A cui contrappongo un fermo: ma ci faccia il piacere. Facebook è sì un luogo di condivisione e le persone, me incluso, riescono ad infilarci molti aspetti della propria vita, senza problemi e senza il pensiero di fare una cosa fuori dal mondo. Ma c'è davvero un limite a tutto. Giocare col senso di colpa per cose così serie è un limite che non va assolutamente valicato. Io non lo valico e sono fiero di non farlo.

lunedì 1 febbraio 2010

Sesso, bugie e mms.


Stamattina ho sentito al telegiornale una notizia che non riesco a definire sconvolgente, forse per una mia scarsa predisposizione a trovare sconvolgenti certi tipi di fatti; non potrei neanche definirla curiosa, perchè, sebbene lo sia, non è il caso di sminuirla, affidandone la descrizione ad una semplice curiosità, che potrebbe diventare morbosa e non mi pare proprio il caso. Facciamo così, dirò che oggi ho sentito una notizia: poi, come sia, come non sia, lo deciderà ciascuno di voi. Si tratta di quel giro di filmati a sfondo sessuale, che venivano prodotti con i telefoni cellulari da ragazzine di tredici anni di una scuola della provincia veneta. Ok, siamo d'accordo, non è di certo il primo caso e forse neanche quello peggiore per la sostanza dei fatti e l'età delle persone coinvolte. In effetti quello che mi ha dato da pensare è stato un commento del giornalista che aveva preparato il servizio, il quale affermava che "alcune ragazze lo facevano dietro il pagamento di modesti compensi (pare, a volte, pacchetti di caramelle, mah!) ed alcune per vero e proprio esibizionismo". E su questa distinzione mi si è accesa una lampadina che, a dire il vero, mi si è fulminata subito. 
Ho dovuto innanzitutto riconoscere una sostanziale differenza fra i miei tredici anni e quelli dei ragazzi di oggi, non per fare della dietrologia. Ma cominciamo col dire che io il cellulare non lo avevo e le mie compagne di scuola non erano tutte queste bellezze (e, per di più, se le invitavi a giocare in certi modi del tutto innocui, scappavano a gambe levate). Mettiamoci anche che io fino ai sedici anni ignoravo che il rapporto con le donne potesse essere divertente quanto e più di altre cose che facevo con gli amici maschi. E ci siamo capiti, non per i maschi, eh.
La seconda cosa che ho ravvisato è l'esistenza di un confine fra il farlo per soldi e per "vocazione" (ahi ahi! mi sa che qua spiegazioni ce ne son poche!) e certo il denaro può essere un motivo universale per fare qualcosa e può essere comprensibile a qualsiasi età: è infatti piuttosto scontato che, se si entra in una specie di competizione con amichette che hanno di più e i genitori non forniscono sostegni economici, qualcuna di loro si senta portata a cercare vie alternative di guadagno. Per carità, lungi da me giustificare determinati comportamenti, ma credo che i genitori oltre al fatto di non dare "paghette" non offrano alle proprie figlie la controparte educativa adeguata. Una signora intervistata ha detto: "Sa com'è, con i ritmi frenetici di oggi, si ha meno tempo di stare dietro ai figli e meno tempo per educarli". I miei lavoravano entrambi, mio padre è un militare e certe volte non dormiva neppure a casa; mia madre è un'insegnante e le sue otto ore se le faceva tutte, quindi la scusa dell'assenza mi sembra un po' una baggianata. Mi sa che ci risiamo, allora. Io non credo che questi figli di oggi nascano con dei meccanismi preordinati differenti da i miei o quelli dei miei coetanei. Certo, i ragazzini insoddisfatti ed annoiati c'erano anche ai miei tempi, ma che io mi ricordi, nessuno di essi girava film porno semi professionali o appiccava il fuoco alla scuola per non fare il compito in classe. Bastava marinare la scuola o farsi una partita a pallone e l'imprescindibile vigorìa giovanile era bella che sfogata. Allora mi chiedo: che cosa è cambiato? Sono davvero i genitori più pressapochisti che mai? O è colpa delle nuove tecnologie? (anche se io continuo a non usare il mio cellulare per fare filmini hard...). Di chi è la colpa di questo martirio del buon senso?