giovedì 18 febbraio 2010

Gli italiani sono disonesti per natura?



Come si può arrivare a considerare "geneticamente" disonesto un intero popolo di una intera nazione? Quali sono i requisiti per dire che l'italiano è disonesto per natura? Basta avere la cittadinanza, oppure si deve essere nati sul suolo italico? O ancora, ci sono delle regole ben precise, circa la tipologia di impiego che si ha, l'età media, le caratteristiche fisiche? E' dunque un neonato, condannato alla disonestà per il semplice fatto di essere nato qua, piuttosto che nell'onesto Nord Europa, per esempio? Credo che il problema sia un po' più complesso e l'analisi di questa condizione di diffusa illegalità, che da decenni ci riguarda tutti più o meno da vicino, abbia radici diverse da quelle della pura genetica. Dobbiamo senza dubbio ammettere che fenomeni come la corruzione siano piuttosto capillari nella nostra società, partono dalle basi, cioè dai complessi rapporti privati fra utenti/cittadini e pubblici e privati/venditori di servizi. Quanto alla tanto amata concussione, sono d'accordo con Piercamillo Davigo, quando sostiene che non la si possa trattare come un reato alla maniera in cui lo si intende ad oggi; il noto magistrato sostiene che le fattispecie di configurazione di detto reato siano l'induzione e la costrizione, cioè situazioni nelle quali il concusso o è obbligato a commettere reato tramite una specie di estorsione del favore o vi sia portato tramite meccanismi simili alla molestia sessuale. Ipotesi un po' fantasiose, in effetti.
Tornando al meccanismo della corruzione ci dovremmo innanzitutto chiedere cosa significa corrompere e se veramente l'atto della corruzione possa essere ritenuto una qualità naturale, anzichè un fatto eminentemente culturale. Corruzione è "il comportamento proprio di un pubblico ufficiale, che riceve, per sè o per altri, denaro od altre utilità che non gli sono dovute". Questa è la definizione strettamente giuridica, ma possiamo estenderla ad altri ambiti, semplicemente rintracciando nel comportamento indicato dalla definizione, una propensione ad accettare compensi per modificare una qualsiasi decisione o giudizio, eludendo spesso buon senso, competenza e una coerenza del tutto personale. La domanda è dunque: siamo geneticamente davvero predisposti a modificare il nostro modo ordinario di pensare solo per ricevere in cambio un favore od una utilità di qualsiasi genere? A mio giudizio, condividendo in parte le parole di Davigo, la questione si può giocare sul confronto fra due termini: competenza e rappresentanza, ai quali ne aggiungerei un terzo, discrezionalità. In un sistema democratico, i due modi principali per occupare una qualsiasi posizione all'interno di una società sono per competenza (vedi, ad esempio, il sistema dei concorsi per assunzioni) o per rappresentanza, modalità tipica della politica, che elegge una serie di rappresentanti, ovvero di figure che portano avanti le istanze di un movimento politico, della popolazione di un territorio e così via. Come però ravvisa anche Davigo, c'è un problema che si pone al crocevia fra questi due modi: spesso chi è competente ha scarsa dimestichezza con il concetto di persona pubblica e di comunicazione che ad esso è legata e, di contro, chi è rappresentante è talvolta disinteressato al livello di competenza nel ruolo che gli è attribuito, rimandando l'acquisizione degli strumenti di lavoro ad una massiccia esperienza sul campo (si vedano molti ministri, che hanno esercitato un potere politico in diversi dicasteri, non avendone le competenze o comunque provenendo da esperienze professionali differenti, come Roberto Castelli, ingegnere, al Ministero della Giustizia). In tutti e due i casi, l'una figura si trova sempre a dover "trattare" con l'altra, a doverla interpretare o comunque a sostenerne le ragioni, spesso per motivi legati all'esercizio di un mandato pubblico. Spesso su quel crocevia di rapporti fra le istanze della rappresentanza e della competenza, si innesta un meccanismo di delega, che vede l'ingresso di figure terze all'interno dell'azione. Nel caso del rappresentante, che è consapevole della propria ignoranza in una materia, si attua un meccanismo per il quale chi meglio figura una competenza, vince una immaginaria gara fra pretendenti, ma è in realtà il sentimento del "fatto presto e speriamo bene" che supera la verifica delle effettive capacità, soprattutto nelle Pubbliche Amministrazioni. Nel caso di una persona competente, il meccanismo è differente: si delega ad un rappresentante la creazione di un tessuto con altri tipi di figure competenti o presunte tali, le quali, godendo del favore del rappresentante delegato, agiscono in regime di libero arbitrio e senza seguire la filiera che le ha condotte in quella situazione di vantaggio. 
Il libero arbitrio ci conduce al concetto di discrezionalità: una volta che la spirale regressiva si è innescata, ciascun attore agisce secondo la propria coscienza e conoscenza, chi più o chi meno consapevolmente, generando fenomeni per i quali il controllore ed il controllato o non sono più in rapporto diretto o sono la stessa cosa. L'unico modo per riprendere il controllo di situazioni così internamente degenerate è il denaro: ecco che si creano i fenomeni di corruzione, che sono però fenomeni più o meno volontari, stante il fatto che spesso chi applica seriamente le proprie competenze al lavoro che svolge e non possiede una serie di strumenti di controllo delle competenze altrui, come la conoscenza capillare di un territorio, si trova spesso a cedere ad una ragione che lo sopraffà, o che non gli è propria. Di contro, chi consapevolmente delega a soggetti inadatti l'applicazione di false o ridotte competenze, commette un reato sapendo di commetterlo.
Cosa ci salva dalla corruzione? Data questa breve ricognizione, possiamo affermare che la corruzione sia un fatto squisitamente culturale e che la si possa evitare tramite un meccanismo di verifica, totalmente esterno a chi prende decisioni (commissioni specialistiche). Le quali, a loro volta, siano composte di personalità che, ligie al proprio dovere, non possano trarre alcun vantaggio economico dal cambiamento repentino di una decisione. E l'unico modo perchè tutto questo funzioni è che tutto ciò che riguarda il pubblico, sia pubblico, come in America i pedofili hanno un volto, un nome ed un indirizzo, così come in tanti paesi i bilanci statali sono pubblici voce per voce e con essi tutta l'amministrazione dei soldi che paghiamo per vivere in un paese civile. O almeno così ci piacerebbe pensarlo.

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