mercoledì 28 gennaio 2009

Vedi alla voce amore.


Bambini, giù le mani dall'amore. Sentimento complicato, troppo articolato perchè voi possiate provare a comporlo come se fosse del Lego. Troppo profondo per pensare di cadervi dentro e tornare su velocemente. Troppo faticoso per ritenerlo uno sport qualunque che si possa fare in sostituzione di altri passatempi ugualmente divertenti.

Oggi sono andato in giro per la mia città ed ogni tanto incrociavo dei volti di coppie, soprattutto giovani adolescenti, ma anche gente della mia età (che sono prossimo ai trenta). Ne scrutavo le espressioni, cercavo di capirne le intenzioni profonde, in quelle mani intrecciate, in quelle spinte amorose date quasi per caso, gli sguardi laterali e le poche parole pronunciate, che bisogno di parlare non c'è. Mi sono detto che sarebbe stato interessante tuffarmi in quelle vite per un attimo e capire che cosa muova la chimica dei sentimenti e cosa porti alla semplicità di un gesto visibile, quel progetto che sottostà, come un quadrato logico, alle vite degli altri.

L'amore non ha regole e noi non ne possiamo mettere. Le regole rappresentano confini astratti di paure sopite,che emergono dal magma delle incertezze come giustificazioni delle nostre stranezze caratteriali. Le regole sono maschere, dietro alle quali le persone si nascondono per evitare di essere viste dalla collettività e per questo essere giudicate incapaci di donarsi senza ricevere niente in cambio, essere giudicati egoisti ed egocentrici. L'amore non ha regole, non gode di aspetti razionali, chi opera distinguo filosofici su ciò che sente è persona che sta morendo dentro o comunque priva per la sua quasi totalità di provare un vero slancio verso le cose belle della vita. L'amore è un rischio, certo, e ci si deve assumere la reponsabilità di affrontarlo e viverlo da persone consapevoli. Purtroppo è l'unica emozione umana che, una volta trovata, genera negli incerti un dolore ed una tristezza che non lasciano tempo ai pensieri. Per questo amare è da coraggiosi: perchè si è comunque consapevoli che se qualcuno fa per noi ci giochiamo un pezzo della nostra esistenza a provare a percorrere una strada che non possiamo conoscere fino in fondo. Ma lo facciamo perchè ci guida una curiosità mai sopita, la certezza, l'unica regola che dice che l'uomo non è stato creato per vivere solo al mondo.

lunedì 26 gennaio 2009

Il narratore di Istorie.


Ho provato un milione di volte a scrivere un libro. Ci penso ogni giorno che passo su questa terra, perché dentro di me c’è una instancabile voglia di raccontare qualcosa, forse di raccontare me stesso in una sorta di vendetta nei confronti di quelli che non sono mai riusciti a capirmi completamente. O forse perché è il desiderio di ciascuno di noi quello di potersi esprimere in totale libertà, senza che questo venga interpretato come un abuso del proprio diritto di parola ovvero marchiato di inutilità, in quanto non si danno soluzioni specifiche ai problemi della vita, ma ci si limita a parlare di sé stessi.
Ma le difficoltà che si incontrano nell’iniziare questo processo sono davvero molteplici e ciascuna di esse è un vero e proprio dilemma esistenziale. In primo luogo vi è la sindrome del foglio bianco, questa enorme distesa lattea che inibisce un qualsiasi povero diavolo nel cercare di riempirla con parole che, inseguendosi, non solo producano un senso, ma ne diano al mondo circostante in una forma che fino ad ora non si conosce. La pagina da dipingere con le pennellate del verbo è la costante sfida di chi apre una discussione con il proprio animo: le sensazioni che noi proviamo sono eventi che non hanno nome, che quasi non possono essere colte a causa della velocità con le quali accadono al nostro interno. Solo una riflessione ponderata potrà portare in seguito ad una strutturazione di quel vissuto istantaneo, con tutte le considerazioni che si possono fare nel caso di una marcata autocritica.
C’è da dire poi che parlare di sé stessi in maniera autentica è sempre un po’ difficile. Siamo come i giocatori di baseball quando il gioco li blocca fra due basi e non possono muoversi fino a che dalla posizione di battuta qualcuno non produca un evento straordinario che mobilita gli altri. Noi abbiamo due guardiani quando ci analizziamo, due Cerberi spaventosi che ci costringono all’immobilità ed allo stallo: da una parte c’è la paura di esagerare, di eccedere nello spirito di contestazione, apparendo o troppo severi, o addirittura troppo costruiti, come se attraverso le nostre parole noi tentassimo in qualche modo di farci compatire da chi ci legge o chi ci ascolta. Insomma, l’autocritica diverrebbe una sorta di velata autocommiserazione. Dall’altra parte invece noi corriamo il rischio di essere fin troppo indulgenti, consegnandoci ad una retorica dell’elogio delle nostre qualità interiori.
Ma siccome scrivere è sempre parlare un po’ di sé stessi, finchè non si trova una giusta misura, che è innegabile, non si può provare l’esperienza della narrazione. Risulterebbe incompleta, pendente, addirittura priva di un filo guida. Scrivere è forse la più intima delle arti e il farlo riuscendoci merita un rispetto particolare, perché indica da parte di chi lo fa, una rara capacità di mettere le carte in tavola. E non tutti ne hanno il coraggio.

sabato 24 gennaio 2009

Il posto dell'anima.


Quando entro a Milano Marittima, attraverso quel lungo viale alberato che si intreccia con i campi ed i canali che vanno verso il mare, il mio cuore si spalanca. Perchè per me quel posto non è quello che è per tanti ragazzini, o finti adulti, che lo usano e deturpano sfogandoci i loro istinti più grevi. Quando arrivo a Milano Marittima io vedo quell'incredibile contrasto fra le chiome verdi dei pini marittimi e l'azzurro intenso del cielo d'estate. E quei profumi, quegli odori, quei sapori e quelle persone che tirano fuori da me un anno di difficoltà e lavoro e si tuffano attraverso i miei occhi, donandomi la serenità e la capacità di ascoltarmi. Mi rigenerano, non mi offuscano. Sono io, la verità di me stesso, l'immensità di un sogno che diventa realtà una volta l'anno. Il mio sangue diventa oro liquido, le mie membra si muovono al ritmo del mare, che fluttua intenso. E quando mi reco da solo sulla spiaggia al tramonto per sentirlo cantare, rimaniamo da soli. Ed il mare mi racconta le storie che ha vissuto e fatto vivere. E mi rende più uomo del giorno prima, accontentando la mia brama di conoscenza. E il silenzio dei miei occhi lo ringrazia del dono più grande per un uomo: la pace.

venerdì 23 gennaio 2009

Una canzone per commuovere.


Ci sono alcuni motivi per cui io ritenga che, nei confronti della cosiddetta musica popolare, molti esperti del settore e musicologi stiano compiendo una grande ingiustizia. Anzitutto essi partono da un errore prodotto in maniera volontaria e volutamente distorta, cioè identificare la musica pop (che altro non è che l'abbreviazione di popolare) con quella che viene in gergo definita musica commerciale. Purtroppo il termine "commerciale" ha assunto inspiegabilmente una valenza negativa, con ciò negando di fatto che esso significa letteralmente "posizionato sul mercato al fine di una contrattazione". Insomma, se un prodotto musicale vende, deve essere per forza un prodotto scadente. Questa equivalenza è costata a band "pure e dure" come i Metallica lunghe polemiche con fans e critici musicali, a partire dal fatto che essi avessero prodotto una album (Metallica, 1991) che ha registrato un record di vendite a livello mondiale. Da quel momento i quattro musicisti californiani sono irragionevolmente passati dallo status di icona del metal a boyband venduta alle major. Quando invece, se qualcuno avesse ascoltato con attenzione il disco, si sarebbe accorto che è uno dei più belli esempi di arte musicale degli ultimi 30 anni.

Metallica a parte, me la prendo con chi, soprattutto in Italia, vuole fare l'alternativo a tutti i costi, senza fermarsi sulle qualità intrinseche delle singole opere. Valutare un disco per il numero di pezzi che escono da uno store è quantomeno riduttivo. Nell'analisi musicale si deve tener conto di una serie di fattori tecnici di cui, accecati critici dell'ultima ora, sembrano voler fare a meno. Come insegnava Barthes, non è il pezzo in sè a determinare la propria bontà. Il canto, ad esempio, esce da un sostegno fisico, il corpo, che ne altera di volta in volta le caratteristiche. Il passaggio dell'aria dalla laringe e nel cavo orale, produce una differenziazione di ciò che si definisce "grana"; da postura e respiro dipendono timbro e tonalità. Il corpo è uno strumento musicale e troppo spesso questo viene ignorato.

Ho ascoltato l'ultimo pezzo inedito di Tiziano Ferro. Si intitola "Il regalo più grande" e ve ne consiglio l'ascolto attento. Il povero Ferro è uno di quelli che prende più accidenti da tutti gli scienziati musicali italiani, perchè vende in tutto il mondo milioni di dischi. Ora, ammetto che non sia molto il mio genere, ma per una questione di gusto tutta personale. Non è certo verità assoluta. Ma Tiziano è un ragazzo che cantando ci mette davvero tutto il suo corpo. E tira fuori delle cose che, senza timore, possono candidarsi a divenire esempi del bel canto italiano.
Buon ascolto.

mercoledì 21 gennaio 2009

Chi ha paura di Internet?


Leggo un articolo su Repubblica On line, del quale riporto un brano:

"Un muro. Fatto di codici incomprensibili, di nascondigli virtuali, di incontri pericolosi, di linguaggi ermetici. Una zona franca dove può accadere di tutto e dove gli adulti, anche volendo, non sanno come e dove entrare, pur possedendo magari password e chiavi di ingresso. Genitori che guardano sgomenti il computer dei figli, figli che aggirano con destrezza ogni forma di parental control: Internet, afferma un nutrito gruppo di esperti inglesi, è diventata la nuova barriera tra generazioni, la tecnologia sembra aver triplicato le distanze anagrafiche, e la divisione tra chi sa e chi non sa è diventata, d'un tratto, abissale".

L'articolo si riferisce alle difficoltà di dialogo fra genitori e figli, dovuto, secondo chi redige l'articolo, all'enorme mole di prodotti tecnologici che hanno pervaso la vita degli adolescenti. Secondo questo punto di vista, gli adulti vivono una sostanziale difficoltà a parlare con i propri figli perchè non ne conoscono le nuove modalità di comunicazione interpersonale. Così, sarebbero i computer e l'utilizzo di Internet a minare il dialogo in famiglia, a mandare i genitori nel panico e invitare i figli a riempire le loro vite di torbidi segreti celati da codici. Sempre secondo l'articolo, neanche allorchè gli adulti posseggono le chiavi di accesso a questi castelli fatati sono in grado di comprendere cosa accada nel mondo dei loro pulcini. Sono quasi commosso. E solidale a questi poveri vegliardi smarriti. Ma fatemi il favore, e scusate il tono. Queste sono lacrime di coccodrillo e niente di più. I genitori, più infantili dei figli, piangono sulle spoglie di un rapporto desiderato e mai ottenuto, ma sono loro i veri colpevoli. Riflettiamo un attimo sulla realtà dei fatti. Per prima cosa, chi fornisce tutto questo materiale telematico, informatico e ludico a questi giovani? Non ho mai sentito di un ragazzino di 9 anni (oggi è l'età media per il primo telefono cellulare, rabbrividiamo!) che compra con i suoi soldi una qualsiasi postazione desk pc o Playstation. E qua sta la prima responsabilità degli adulti: oggi avere Inernet ed imparare ad utilizzarlo è fondamentale, ma c'è un criterio che va insegnato come per l'utilizzo di un qualsiasi altro strumento di conoscenza. Darlo in mano ad un ragazzino col sorriso sulle labbra e nient'altro che un augurio di buon divertimento non è un comportamento saggio, tutt'altro. La seconda responsabilità è di conseguenza: troppo spesso si abbandonano i bimbi davanti ad un televisore perchè si ha troppo da fare o troppa poca voglia di starli a sentire. Non è un luogo comune, nè un'invettiva retorica: accade sul serio e quante volte l'ho visto fare a persone che conoscevo, che poi si lamentano che i figli siano irrequieti e disobbedienti. Manca il limite, in tutto. Imporlo ai figli è diventato obsoleto, perchè è nata la paura di fare peggio con l'educazione che con il lassismo. I genitori fanno gli adolescenti, mettono al mondo figli e, nella migliore delle ipotesi, giocano a diventarne amici. Scenario terrificante. In un mondo che brucia, lo scapaccione di rimprovero sembra essere diventato la somma rappresentazione di violenza. Persino sgridare un figlio è considerato dagli psicologi come una pressione indebita su uno spirito in formazione. E' una faccenda allucinante, davvero che lascia senza parole. La vecchia storia del bastone e della carota non funziona di più: ai figli asini solo ortaggi, prima o poi capiranno da soli qual è la strada, proprio come le bestie. Non ci resta che sperare di non trovarceli davanti se prendono un cammino sbagliato.

martedì 20 gennaio 2009

Yes, we can.


Oggi, 20 Gennaio 2009, il nostro mondo cambia faccia radicalmente. In una Washington, tirata a lucido per l'occasione, viene nominato il 44° presidente degli Stati Uniti d'America. E, somma sorpresa, ha la pelle nera. Barack Hussein Obama è il primo presidente americano di colore, vantando avi provenienti dal Kenia, terra nel quale risiede tutt'ora sua nonna. Mi dico sorpreso, e piacevolmente, di questo avvenimento per tanti motivi. Scendendo dai troni dorati di certo giornalismo, che fa spinta retorica sulla capiacità di Obama proprio di non fare retorica, vorrei provare a vedere questa elezione con gli occhi di un giovane italiano che si interessa di politica internazionale. Ed i miei occhi, come prima cosa, provano lo stupore di tanti nell'osservare che finalmente in America è caduto un muro che ha sostanzialmente diviso la popolazione fin dal giorno della costituzione della Federazione. Una guerra, al quale Lincoln mise fine, è stata combattuta affinchè gli antenati del nuovo presidente non fossero considerati come mere proprietà dei bianchi. E tanto è stato fatto nei secoli avvenire perchè questo diritto fosse ampiamente riconosciuto. Da un punto di vista strettamente politico, l'occupazione di una posizione di potere da parte di un afro-americano non costituisce una novità tout court. Dobbiamo ricordare che ben due segretari di stato, Colin Powell e Condoleeza Rice hanno avuto l'onere e l'onore di servire il proprio paese, la seconda dettando letteralmente l'agenda politica e strategica mondiale.

Ma diventare presidente rappresenta il superamento di una soglia simbolica di eccezionale potenza: ricordiamoci quel detto americano secondo il quale "che abbia torto o ragione è pur sempre il mio presidente"; e gli americani in questo ci credono davvero. Certo, i tempi sono cambiati, ma forse neanche poi tanto. Quello che è cambiato è l'esigenza di avere una persona al comando che sappia di cosa c'è bisogno e che metta tutto il suo impegno per fronteggiare le necessità di un globo in profonda crisi. Obama questo lo ha fatto: ed oggi giurerà non di essere la novità per il solo fatto di esistere in quella posizione, ma dovrà riconfermare al mondo intero che da oggi si cambia sul serio.
Il che non vuol dire che il nuovo "commander in chief" si legherà una bandiera della pace al collo e dirà sempre sì. Molti si sono fatti delle illusioni sbagliate riguardo a ciò, solo perchè il presidente eletto era un democratico e per di più di colore. Le cose da fare sul tavolo della stanza ovale sono davvero tante, prima fra tutte la questione iraniana. Ed Obama è stato chiaro: l'Iran non può pensare di spaventare il mondo con la minaccia nucleare e farla franca. L'Afghanistan è ancora missione di punta per gli Alleati e il presidente ne riconosce i fondamentali risvolti politici. Due fronti che danno un avvertimento chiaro anche alla Russia dello Zar Putin: o si sta dentro o si sta fuori, previa risoluzione diplomatica, in perfetto stile Kennedy. Ma dopo averle tentate tutte la via è sempre una sola: il rispetto delle regole del gioco mondiale, da cui nessun presidente americano, Obama compreso, può prescindere. E lui questo lo sa. Indirettamente questo suona come un avvertimento anche agli alleati europei, soprattutto a quelli che fanno della politica una questione personale. Insomma, l'Italia è avvertita: avallare sinistri comportamenti della Russia come esempi di vera democrazia non sarà tollerato, grazie a Dio. Questo rappresenta un vero aut aut per la nostra politica estera. Speriamo davvero di non fare come al solito la figura di Arlecchino, servitor di due padroni. Vi ricordate cosa succede? Arlecchino le bastonate se le becca da entrambi.

Buon lavoro, presidente Obama.

lunedì 19 gennaio 2009

L'amore visto da un bimbo.


Un post anomalo, perdonatemi, deve essere l'ora. Sono qua, nel mio lettino, dopo una giornata abbastanza difficile a caccia di un lavoro con il solo mezzo con cui sia possibile farlo oggi, Internet. E sono ancora davanti al mio pc, pensando alle occasioni della vita e a quanto conti essere persona di principi in questo mondo che va a catafascio. Cercare lavoro in questo mondo di oggi è un'attività che in maniera singolare ti fa riflettere su una marea di aspetti della tua vita e del tuo carattere. Ogni volta che fai un colloquio o che invii un curriculum, si affina necessariamente il tuo modo di presentarti e di porti dinanzi a persone che non conosci o che in taluni casi non vedi neanche. Le risposte, cioè i feedback producono una sorta di personale tracciabilità comportamentale che ti dà l'occasione di ri-parametrare aspettative e richieste, secondo una più concreta visione del mondo.

L'amore funziona più o meno nello stesso modo. Le esperienze che ciascuno di noi vive o tenta di vivere ci mettono nella condizione di avere un bagaglio di vissuto che dobbiamo mettere a frutto, se vogliamo aspirare davvero a cercare in maniera risoluta qualcosa che faccia davvero per noi. Ma come nei colloqui di lavoro le cose importanti sono due: la coerenza con sè stessi e l'attenzione alle parole. Ora io non sono un gran amatore nè un gran conoscitore di donne, ho la mia modesta esperienza e non me ne vanto con gli amici, è una cosa lontana dal mio modo di essere. So di avere commesso molti errori nel mio passato sentimentale, di essermi fidato quando non dovevo e di non averlo fatto quando invece sarebbe stato il caso. Ma non ho mai sprecato parole, non le ho mai dette perchè dovevo fare il botto in un determinato momento o perchè dovevo salvare la faccia a suon di scuse. Nè ho mai giocato partite su due tavoli, attendendo che si palesasse l'occasione più ghiotta fra le varie proposte. Sono sempre stato irrimediabilmente sincero, onesto, leale, senza averne paura, sapendo che comunque queste caratteristiche avrebbero fatto di me un single, presto o tardi. Perchè comunque sono fiero di ritenermi un uomo all'antica, che basa il suo comportamento su dei solidi principi, che al giono d'oggi prendono sempre più spesso il largo per non fare più ritorno. Se questo vorrà dire che devo rimanere da solo allora sono fiero di rimanere solo. Ma non posso e non baratterò mai la mia integrità con atteggiamenti profondamente egoisti, deviati, quasi casuali. Dire a qualcuno di essere innamorato è una presa di posizione che merita un rispetto enorme, un passo che non si fa alla leggera. In queste parole si rifugia un universo di premesse ed intenzioni concrete che solo un animo cosciente di perseguirle può permettersi il lusso di pronunciare le fatidiche due paroline. Che oggi sono diventate lo sfondo romantico di una qualsiasi scatola di cioccolatini. E noi, come tanti gianduiotti, ci accontentiamo di papparci tutto quello che troviamo, inconsapevoli che prima o poi la scatola di bon bon sarà vuota. E se invece di mangiarli, imparassimo a farli? Sarebbe un mondo perfetto, in cui tutti han capito cosa significhi amare davvero. Buonanotte, suonatori.

La musica del diavolo.


Durante le mie escursioni nella rete, mi è capitato in questi giorni di rileggere alcuni articoli sul fenomeno più o meno diffuso delle sette giovanili. Il fenomeno, che abbiamo come al solito importato come si farebbe con un prodotto alimentare, ha avuto particolare rilevanza riguardo alla vicenda delle cosiddette "Bestie di Satana", ovvero un gruppo di adolescenti della provincia lombarda, dediti al consumo massivo di alcol e droga e, cosa ancor più tragica, all'eliminazione fisica di quanti fra loro minacciassero l'abbandono di questa spettabile associazione ricreativa. Altra caratteristica subito citata da tutte le fonti di informazione è il fatto che i ragazzi ascoltassero e suonassero musica metal. E qua di fatto le cose si complicano. Dopo i fatti delle Bestie, molti mezzi di comunicazione hanno cominciato ad insinuare (neanche tanto implicitamente) il balordo sospetto che fosse proprio la musica a condizionare o addirittura determinare certi comportamenti nefasti. In questo greve modo di fare del giornalismo sono stati supportati da fior fior di filosofi e sociologi da salotto, i quali si sono sbracciati per denunciare la malvagità della musica metal ed il suo carattere sicuramente distruttivo sulle menti di questi poveri, indifesi ragazzini.


Cominciamo allora a preoccuparci, perchè siamo arrivati di nuovo a parlare di Inquisizione e non sto esagerando. Il meccanismo è lo stesso: se la strega, cadendo nel burrone non si salva, era innocente, se vola era chiaramente una strega. Lo stesso ragionamento vale per la musica metal, che è musica nel momento in cui è tendenzialmente innocua, ma diviene addirittura strumento di ipnosi quando casualmente la ascoltano degli assassini. La questione in questo caso è che i media tentano di giustificare quella colpevole negligenza di famiglie che dei figli non si interessano finchè essi non siano diventati assassini o siano morti. Questa società copre le colpe del disinteresse totale di persone che mettono al mondo altri esseri umani e non se ne curano, facendone di fatto bestie allo stato brado. Satana c'entra poco o niente. Anzi, forse no. Perchè il Diavolo, cioè l'entità che divide, si trova in tutti quegli atteggiamenti che producono incomprensioni e mancanze di dialogo all'interno delle famiglie. Non conoscere i propri figli, così come non avere rispetto per i genitori è il frutto di un insecchimento della capacità di confrontarsi, dovuto sempre alla paura di conoscere qualche cosa che sia diverso da noi, anche se si tratta del proprio sangue. Così i figli crescono nel modo in cui ritengono più opportuno, fanno gruppo, cioè creano la famiglia che non hanno mai avuto e cercano lo sfogo attraverso stupefacenti e quant'altro. Lungi da me l'idea che siano vittime: il dialogo è una cosa che si fa fra due parti, quindi le colpe della sua mancanza devono essere equamente distribuite. Certo la mancanza di una educazione da parte della famiglia è l'inizio di una spirale infinita ed è una colpa che non trova un pari. Ma ognuno di noi ha una testa per capire quando si giunge al limite e quando sia opportuno fermarsi.


In tutto questo cosa c'entra il metal? Niente, appunto. Ce lo mettono per forza, tutti quanti. La musica metal è musica come le altre, coloro che la compongono sono uomini di spettacolo, che non fanno affatto proselitismo o preghiere per sette spontanee. Fanno arte, anche se per qualcuno in maniera discutibile. E' intrattenimento puro e semplice, con la sua durezza, con le sue fantasie al limite, ma è solo uno dei tanti carrozzoni.
Ho comprato il mio primo cd con i miei risparmi ad 11 anni e sapete? Era Master of Puppets dei Metallica, di cui metto la copertina in testa all'articolo. Ma la cosa divertente sapete qual è? E' che non ho ancora ucciso nessun mio amico e la motivazione è semplice: ho una famiglia che mi ha educato a vedere le cose nella loro esatta proporzione, che mi ha insegnato ad avere occhio critico e disincantato e a prendere la vita per quel che è. Senza accusare la vita delle mie mancanze.

domenica 18 gennaio 2009

Chiesa e sessualità.


Ci sono una marea di precetti che la Chiesa Cattolica "consiglia" di seguire ai suoi fedeli. Chiariamo un punto immediatamente: da cattolico profondamente credente quale so di essere, li trovo tutti francamente bislacchi ed anacronistici, ma quasi tutti possono ricevere una giustificazione di carattere storico, risalendo all'origine del divieto e contestualizzandolo rispetto all'epoca della sua prima applicazione. Si potrebbe ad esempio citare la questione del digiuno dalle carni il Venerdì, regola che si basava su considerazioni di carattere economico e sanitario, ma che diventò poi una regola che assumeva significati mistici, quasi come se Gesù stesso avesse detto: "Ragazzi, la carne Venerdì non si guarda neanche". Quello che proprio non riesco a sopportare e per il quale non riesco neanche a digerire una spiegazione di qualsiasi fatta è la questione sessuale, con particolare riferimento all'attività sessuale prima del matrimonio, o quella che in generale parla del sesso che non sia veicolo di procreazione.

Sono spaventato dalla feroce battaglia che la Chiesa conduce da decenni sulle forme anticoncezionali, ma fino a là potrei ancora sforzarmi di stare a sentire. Quando poi l'affondo è portato contro il preservativo, allora là non sento più ragioni. Mi dovranno perdonare fior fior di teologi e filosofi, ma fare del condom un male del nostro tempo e addirittura un ostacolo demoniaco alla possibilità di vivere il vero amore, nel migliore dei casi è una invenzione priva di qualsiasi ratio, sia umana che divina. In questi tempi, nel quale anche la Chiesa dice di impegnarsi sul fronte della lotta all'Aids, impedire a noi di proteggerci dalla morte è un tentativo di genocidio bello e buono. Inculcare nelle persone l'idea che il profilattico sia uno strumento di devianza, attraverso il quale il male esercita la sua facoltà di tentare l'uomo e distoglierlo dal vero amore è un omicidio premeditato di massa. La Chiesa si metta in testa una cosa: anche due persone sposate fanno uso di contraccettivi fisici come il preservativo, perchè purtoppo una delle regole della nostra nuova società è che non ci possiamo fidare. Se il mondo cattolico non vuole rendersi responsabile di un massacro latente e generalizzato deve comprendere che questa posizione non solo è fuori dai tempi, ma è contro la vita che loro stessi continuano a difendere con il megafono. Amare, prima o dopo il matrimonio non è mai peccato. Fare l'amore, cioè generarlo con il proprio corpo è una lode all'entità che supponiamo ci abbia messo al mondo. Proteggersi dall'infida minaccia di qualcosa che non conosciamo a fondo è un dovere. Ed è altruistico nei confronti anche di chi ci accompagna in quell'avventura. Questi sono i nostri tempi. La premura di vivere è la nostra risposta. Credenti o no.

sabato 17 gennaio 2009

Italiani, bravissima gente.


Giovedì sera ad "Annozero", trasmissione di Raidue ideata e condotta da Michele Santoro si è consumato l'ennesimo dramma della nostra Italietta. Fra gli ospiti eccellenti c'era la signora Lucia Annunziata, già presidente Rai, giornalista di indiscussa professionalità e sicuramente di idee politiche non lontanissime da quelle del suo collega ospite. Cosa è successo? Annunziata, ad un certo punto della trasmissione, sbotta e protesta per il taglio dichiaratamente filo-palestinese della trasmissione, di fatto accusando Santoro di aver già processato, condannato e giustiziato il colplevole stato di Israele, ospiti ebrei della serata compresi. Da lì è partita una spirale: il giornalista accusa la collega di stare acquisendo crediti presso qualcuno con quella protesta capziosa. Per tutta risposta, Annunziata si toglie il microfono, si alza e se ne va, senza neanche ricevere gli omaggi del padrone di casa.

Ieri sera Chicco Mentana ha detto una cosa giusta: sappiamo fin dalla sigla di Annozero come si dispiegherà il ragionamento del team Santoro. Chi fa meraviglia ad oltre metà della puntata lo fa certo in maniera quantomento sospetta rispetto al palese esito della discussione. L'atto dell'Annunziata è un colpo di teatro. Certamente non per acquisire visibilità presso qualcuno, come lasciava intendere la volgare accusa del conduttore. Che non perde occasione per sparare fuori dal recinto. Giusto per vedere l'effetto che fa (come in "Vengo anch'io").

Sta di fatto che ancora una volta abbiamo fatto una figura da italiani. Di fronte ad una tragedia immane come la guerra fra Israele e Palestina, il grande giornalismo italiano si riconosce ancora in questo gioco delle parti, che come unico risultato ha queste scenate risibili. Con tutta la pletora di vergognosi schieramenti che sono seguiti in questi due giorni. Fa davvero specie pensare che tutto in Italia si riduca a questo. Santoro, probabilmente conscio della posizione di Annunziata ha giocato di anticipo come negli scacchi invitandola in trasmissione e si è tolto il sassolino che intendeva togliersi non appena la collega glielo ha permesso. Annunziata di contro ha accettato l'invito consapevolissima del genere di figura che ci sarebbe andata a fare, ma "doveva fare il suo mestiere" come ha più volte ribadito durante il suo drammatico intervento. Insomma, ancora una volta, il nostro provincialismo ha vinto la battaglia contro la civilità del confronto. Santi Numi, ma che pena mi fate.

venerdì 16 gennaio 2009

La forza dei desideri.


Da quando scrivo su questo mio piccolo diario (qualcuno mi ha detto che scrivo proprio tanto, ma la mia è una esigenza palese di esprimermi ed invitare qualcuno alla riflessione) ho pensato molto a quali siano le aspirazioni ed i miei sogni, in questa breve avventura che il Cielo ci ha concesso. A causa di molte congiunture sfavorevoli e di un cambio radicale di ritmi e priorità delle collettività in cui siamo inseriti, attività come la ricerca di un lavoro sono spesso sacrificate, per un ragazzo giovane come me, all'esigenza di mettere da parte qualche spicciolo al fine di potersi pensare indipendenti ed alimentare i propri sogni. Dunque si è in qualche modo costretti a fare qualcosa che non ci piace per sperare di fare qualcosa in futuro a cui si aspira o per il quale ci si è preparati anche magari con un percorso di studi che tanti ritenevano strano ed inconcludente. Come è successo a me. Con coscienza ho affrontato un corso di laurea specialistica molto difficile, fra i più complessi ed articolati nell'ateneo bolognese. Ricordo che persino i colleghi di filosofia mi guardavano in maniera strana. Ma ho voluto farlo, perchè nella semiotica io ho trovato la mia passione vera e profonda per la bellezza del mondo e delle sue cose. Ho potuto conoscere il pensiero di persone lontane dal mio modo di vivere e di vedere l'esistenza, ho studiato nuovamente classici, filosofi di cui avevo dimenticato il nome e l'opera. Poi per quasi tre anni, anche mentre studiavo ho fatto l'agente di commercio. Ho venduto di tutto: telefonini, stampanti, computer, condizionatori d'aria, televisori, profumi, scarpe, mobili, abbonamenti telefonici. Ho imparato un lavoro, ho messo da parte dei soldi. Niente a che vedere con ciò che desideravo, ma ho imparato che non è sempre vero. Perchè ho appreso i tanti modi di parlare con le persone, di entrare nelle loro menti e nei loro cuori, di cercare i loro motivi di insoddisfazione e provare a tramutarli in convinzione e positiva aspettativa. Forse ho fatto ciò che ho sempre desiderato e me ne sono accorto tardi. Ma forse è proprio per questo che in tutto quello che ho fatto ci ho messo il mio 100%, con convinzione, volontà, serenità e determinazione. Perchè non importa davvero quello che fai o per quanti soldi tu lo faccia. Conta che sia un vero arricchimento ed una vera fonte di crescita. Seguendo lo slogan di una nota marca di abbigliamento sportivo di cui non faccio il nome, la Nike (questa l'ho rubata ad Ezio Greggio):

DO IT.

Credersi adulti.


Ogni tanto mi capita di avere dei confronti più o meno accesi con persone più grandi di me, anche di pochi anni. Spesso sono persone stanche, deluse dalla vita, sempre di fretta e che si fanno carico del mondo sulle spalle per espiare una colpa della quale si sentono reponsabili. E desiderano solamente morire. Dicono di essere calme, sicure, controllate. La loro vita invece va a rotoli e non si rendono conto che la loro età anagrafica non corrisponde a quella reale, in due sensi.

Per prima cosa sono più piccoli da un punto di vista emotivo e sentimentale, perchè in questa corsa forsennata l'unico sentimento che li domina è la paura di stare soli. Non crescono, pensando invece che l'esperienza di vita di per sè stessa costituisca una maturazione, il che, detto per inciso è una pura illusione. D'altro canto invecchiano precocemente nell'aspetto psicologico, perchè pensano alla loro vita come univocamente determinata dal caos e dal caso (che come faceva notare giustamente Luciano De Crescenzo sono la stessa parola) e quindi le corrono appresso come se stessero per perdere un treno che non arriva mai e che forse neanche esiste.

Ecco, io talvolta guardo divertito queste persone e a loro faccio una domanda: ma dove andate? E chi siete? Lo sapete? La risposta è una. Non ci si può fermare, altrimenti è finita. Non ci si può godere una emozione, per positiva o negativa che sia, non ci si può stringere ad una persona amica o amata, non si ha il tempo. Si deve far fruttare il nulla, si deve sacrificare la propria serenità al buio. Nessuna di queste persone è capace di affrontare i propri problemi con serenità; loro stesse imputano la loro mancanza alla mancanza di tempo. Scuse. Anche banali. La paura di conoscersi per ciò che si è e di riprendersi da dove ci si era lasciati è il più grosso deterrente che ci possa essere. Io sono una persona con un miliardo di difetti, imprecisa, sprecona, presuntuosa, irascibile, distratta. Ma su una cosa so di essere avanti nel conto: so prendermi le mie responsabilità. So che quando sbaglio o quando non sto bene devo chiedere aiuto. E che devo fare di tutto per non rimanere nella condizione dell'oppresso da sè stesso. E' così che si cresce nella vita. Il tempo per vivere lo si deve trovare. Altrimenti che tutti si comprino una corda e trovino una trave. E mettano fine alla recita che portano avanti.

giovedì 15 gennaio 2009

Il fuoco freddo della gelosia.



Uno dei miei scrittori preferiti è David Grossman. Di lui ho letto molte cose, anche perchè, essendo israeliano ed avendo perso un figlio militare in questa infinita tragedia che dilania il Medio Oriente, spesso appaiono suoi fondi e commenti anche sui nostri quotidiani nazionali. Di recente mi sono appassionato alla lettura di un suo romanzo, intitolato "Col corpo capisco". Nelle sue pagine vengono narrate due storie molto differenti fra loro, che hanno come comune denominatore la gelosia. La prima storia narra del sentimento di apprensione vissuto fra marito e moglie, la seconda narra invece il delicato rapporto fra una madre morente e sua figlia. In entrambi i casi Grossman descrive con attenzione il meccanismo che all'interno di un essere umano genera quei sospetti, quelle incertezze e quella eccessiva morbosità che spesso e volentieri si traduce in poco lucide ricerche di prove, testimoni di avvenimenti forse mai accaduti, complici disinteressati di una lucida follia.Nella fattispecie, la gelosia viene raccontata attraverso due punti di vista, assai diversi, che ci fanno comprendere anche quali stadi e quali varietà possano esprimere questo sentire, degradato.
In prima istanza, noi vediamo attraverso gli occhi di un marito presumibilmente tradito, che si butta alla folle ricerca di una prova o di una voce che paradossalmente conforti il suo sospetto. Egli arriva al limite della propria avventura, sia fisicamente sia psicologicamente, non avendo però mai il coraggio di raccogliere l'elemento probante finale con le proprie mani. Si avvale di muti accompagnatori, ai quali però non riesce a nascondere le proprie angosce. Si parla dunque della sfiducia, dovuta però ad un problema più grave: la presa di consapevolezza della propria inconsistenza sentimentale nei confronti di una consorte spesso trascurata, talvolta addirittura mortificata nel corpo e nello spirito attraverso i silenzi. Come dire che chi è causa del suo male pianga sè stesso.
Nella seconda situazione una figlia corre al capezzale della madre morente. La donna ha un passato torbido, fatto di avventure con molti uomini e delle fatte più disparate. La figlia ora racconta questo vissuto in un libro e ne legge le bozze alla madre, sul suo letto di morte. Oltretutto la giovane vive una relazione con un'altra donna, il che complica lo scenario e rende ancor più complessa la gestione dell'impianto generale della narrazione.
In tal caso la gelosia è un sentimento palesato, che sfoga la sua violenza su cose accadute e note e mette di fronte due donne: la più anziana è gelosa del fatto che sua figlia ami adesso un'altra donna che non sia lei. Dal canto suo, quest'ultima odia la madre per averla trascurata a favore di fin troppi compagni di letto. Ma niente qua è sottinteso, niente rimane nell'ambito del non detto. Qua la ferocia dei sentimenti è palese, anche in un momento tragico come l'estinzione inesorabile di un genitore. Anzi: questa condizione pare rinforzare l'esigenza di mostrare gli interni di due anime lacerate, che solo nell'ultimo respiro di una di esse avranno facoltà di congiungersi.


Personalmente ritengo che la gelosia sia una cosa pericolosa, oltre che una degradazione di due elementi importanti nei rapporti umani: la fiducia ed il rispetto. Venendo a mancare questi, a mio avviso manca il rapporto, ma quando persone dalla discutibile moralità usano il sospetto come un coltello ecco che si generano vere e proprie tragedie del vissuto quotidiano, che spaccano famiglie, coppie, collettività intere. Vero è anche che al giorno d'oggi trovare nelle persone l'onestà ed il coraggio per concludere un rapporto quando si ravvisi che esso è morente è cosa assai complessa. Richiede un ulteriore sforzo di fiducia, questa volta nel genere umano tutto.

mercoledì 14 gennaio 2009

Dedicato ad una gatta.


Mi è capitato di recente di rivedere il film "Vanilla Sky", di Cameron Crowe. La pellicola, remake del meno famoso prodotto spagnolo "Abre los Ojos" di Amenàbar e Gil, è un viaggio fantastico sospeso tra la vita e la morte, fra il sogno e la realtà. David Aames è un giovane che eredita dal padre una casa editrice, il quale consiglio di amministrazione a suo dire trama per escluderlo dalla società. Nella sua vita accadono due cose essenziali: l'incontro con Sofia Serrano, della quale si innamorerà perdutamente e l'incidente automobilistico che lo coinvolgerà di persona e che ucciderà una sua "amica particolare", Julie Gianni, che non riusciva in alcun modo a rassegnarsi al fatto che David non ne fosse innamorato. Dopo quell'incidente, il ragazzo rimarrà sfigurato e perderà quasi l'uso di un braccio, oltre a dover sopportare allucinazioni ed incubi, dovuti ad errati interventi chirurgici. Finchè un giorno, preso dai rimorsi, deciderà di affidare il proprio corpo ad una società di ibernazione criogenica, la Life Extension (LE), previo suicidio, finchè non si trovi una cura ai suoi mali. I tutor del programma lo indurranno in uno stato di sogno il "Lucid Dream"; all'interno di questo a David verrà chiesto, dopo 150 anni, se voglia svegliarsi, visto che sono state trovate le cure per le sue menomazioni. David decide di tornare a vivere, ma affronta la consapevolezza che la sua vita non esiste più, che tutti i suoi amici, collaboratori e persone amate sono morte da tempo. La cosa più tremenda è rendersi conto che Sofia non esiste più.

Ed è proprio la scena finale del film che rappresenta un capolavoro di tensione emotiva e narrazione fantastica. Ma non mi interessa fare della critica cinematogirafica sui meccanismi di partecipazione e di coivolgimento. Questo post è un mio pensiero personale, per una gatta. Che non deve temere di fare quel salto verso la realtà, anche se fa paura, al quale auguro di poter tornare ad affidarsi ai momenti che cambiano tutto in una vita, ai momenti in cui si sente il cuore battere e non si ha paura di questo. Perchè può darsi che non sia semplice, perchè forse è vero che le cose che ci capitano ci fanno sentire responsabili, colpevoli, perchè è vero che forse da svegli siamo soli. Ma è il coraggio di accedere alla propria esistenza reale, al proprio cuore, che ci riporta alla vita. Come David, che apre la propria mente a "quelli là fuori", e si guarda dentro, ritrovando Sofia davanti a sè e lasciandone il pallido ricordo alle spalle, con la consapevolezza di incontrarla nuovamente in un'altra vita, quando saranno "entrambi gatti". Perchè le persone passano, invecchiano, muoiono. Quello che rimane siamo noi e la nostra forza nel mostrarci che possiamo affrontare la realtà, in tutta la sua infinita complessità. Siamo noi e quel salto, che erroneamente si pensa sia verso l'alto. Invece è un tuffo, un tuffo dentro al cuore dell'amore, che è un universo infinito.

Genova per noi...


Negli ultimi due giorni sulle pagine di cronaca dei giornali è apparsa la notizia di una furiosa polemica a sfondo religioso, che ha investito in particolare la città di Genova. Che cosa è accaduto? E' accaduto che l'Associazione Italiana Atei, attraverso un finanziamento a carattere esclusivamente privato di membri e simpatizzanti, abbia pagato una campagna pubblicitaria, la quale è stata resa visibile attraverso una affissione sugli autobus cittadini. Lo slogan è il seguente: "La cattiva notizia è che Dio non esiste. La buona notizia è che non ne hai bisogno". Apriti cielo. La Cei, della quale è presidente il cardinale metropolita genovese, Monsignor Bagnasco, è insorta urlando allo scandalo, alla perdita del senso delle proporzioni del pudore e dell'etica.

Da credente quale sono io non vedo lo scandalo, o il superamento di una soglia di pudore. Il fatto in sè a mio avviso non ha niente di così provocatorio tale da invocare censure di vario genere. Si può prendere atto che, pur abitando nello Stato che ospita il regno del successore di San Pietro, qualcuno non si senta in grado di accettare un essere superiore o non contempli sotto nesun aspetto l'esistenza di una entità in grado di modificare i destini delle proprie creature. Molte altre cose sono state fatte per provocare quella che si definisce "morale comune" ed alcune non hanno destato il minimo scandalo, nè alcuna ripercussione sul tessuto cattolico della nostra società.

Il problema a mio avviso non si trova nel gesto compiuto da una parte della nostra collettività, gli atei appunto, i quali rivendicano per sè il sacrosanto (pessima scelta di parole!) diritto di non credere. Dunque non è il merito della questione a preoccuparmi. E' il metodo. Pubblicizzare il proprio ateismo è come gridare al mondo di essere biondi. Se vogliamo essere considerati tutti sullo stesso piano, cioè se gli atei puntano ad un riconoscimento sostanziale della loro scelta, farne un messaggio pubblicitario si potrebbe rivelare addirittura controproducente. Non credere in Dio è una scelta rispettabile, che ha le medesime basi di riflessione che possono essere vantate da un credente. Ma proprio perchè il pensiero che non contempla l'Essere Uno ha pari dignità, pubblicizzarlo, cioè ostentarlo, lo mortifica, lo annulla, lo sottopone a critica anche di chi sospende il giudizio sui fatti del cielo.

Dirsi atei e perseguire la propria idea è fatto degno di rispetto, da parte di chiunque. Urlarlo con un megafono non è sbagliato od offensivo. E' semplicemente inutile. Come se io pagassi un'agenzia pubblicitaria o chiedessi l'autorizzazione al mio Comune per far girare dei taxi con la mia faccia stampata sopra ed uno slogan che dice: "Guardate, ho gli occhi marroni, come altri 3 miliardi di individui nel mondo". La risposta della collettività sarebbe la stessa nei due casi: buon per te, ma se non me lo dicevi campavo lo stesso. Insomma, chissene.

martedì 13 gennaio 2009

Amore e abitudine.


"L'amore, come un corso d'acqua, deve essere in continuo movimento, ed è proprio per quello che tu fai con me. Ma che cosa accade alla maggioranza delle coppie? Credono che le acque del fiume scorrano per sempre, e non se ne preoccupano più. Poi arriva l'inverno, e le acque gelano. Solo allora comprendono che niente, in questa vita, è assolutamente garantito".

Kahil Gibran.


Rileggendo alcuni passi di uno degli scrittori più amati e consultati della letteratura, viene a volte da pensare che le nostre incursioni nella fiaba amorosa siano a volte prive di quel lume che rende ragione della loro esistenza e durata nel tempo. Con il suo poetico incedere, Gibran ci presenta uno dei più comuni mali della vita nella coppia e nel mondo: la forza dell'abitudine. Una forza che più di ogni altra devasta il sentimento di sorpresa che alimenta la curiosità di conoscersi piano piano. Purtroppo oggi più di una volta si da per scontata la bellezza di una favola di amore, si lascia che tutto scorra sotto i nostri piedi, perchè ci si sente impegnati a mantenere una facciata di una vita che non lo contempli. L'amore passa in secondo piano e diviene abitudine perchè noi colpevolmente ci mettiamo nella posizione di renderlo ininfluente rispetto agli esiti delle nostre vite. E spesso incolpiamo la società delle nostre debolezze, il fatto che non possiamo avere fiducia nel nostro amore perchè questa collettività ci impone di non starlo a sentire, di non coltivarlo di non rendergli giustizia.

Riduciamo tutta la responsabilità delle nostre azioni alla nobile sfera erotica, troppe volte ingiustamente accusata di essere la causa della fine di storie pluriennali. Il sesso non c'entra niente con l'impegno che noi dobbiamo profondere affinchè l'amore porti colori nella nostra vita, affinchè non diventi solo un paio di pantofole ed un divano. Se poi accade, che siano comodità gioiose, vissute con la volontà di ottenere risarcimento delle fatiche nelle braccia di qualcuno che davvero amiamo. Sotto un plaid, mano nella mano, dopo una lunga giornata lontani. Ieri come allora, come sempre, come quello che chiamano il vero amore.


La linea d'ombra.


Mark Rothko è un pittore contemporaneo molto particolare. Essenzialmente è conosciuto per una serie di tele, chiamate "Untitled", le quali non presentano ad un primo sguardo nessun formante figurativo, ovvero nessuna figura del mondo riconoscibile o nominabile. Ogni tela inclusa in quella serie è costituita da una stesura più o meno omogenea di colori, che apparentemente riduce l'essenza dei dipinti a quell'atto pittorico e solo quello. Invece coraggiose analisi semiotiche dei formanti plastici, ovvero delle modalità di interazione delle campiture hanno rilevato in maniera eccellente come anche i giochi così creati possano avere dei significati precisi, non solo ai fini delle disquisizioni di fiore di critici.

Prendendo in esame il cinquantunesimo quadro della serie, possiamo avere un'idea di ciò che il pittore avesse in mente per forze del mondo. Così è il nostro pensiero, così la nostra vita. Una successione di eventi all'interno dei quali non sempre riusciamo a riconoscere e registrare ogni singolo accadimento. Talvolta, delle cose che dobbiamo affrontare ci sfugge il significato particolare, o l'impianto generale. Sentiamo solo vivide in noi le sovrapposizioni di zone di luce e di ombra, le saturazioni di gioia e rabbia, le diradazioni del dolore e della sofferenza, l'oscurità della morte e la luminosità della vita.

La grande lezione di Rothko è forse proprio questa. Non pensare che tutto nella vita abbia un nome, una soluzione una conseguenza, causata da un'azione del tutto evidente. A volte i colori della nostra esistenza si mescolano e si sovrappongono, ci sfidano a comprendere, ci portano al limite ed insieme all'essenziale. Ci tengono saldi al sentimento di curiosità che è il sale dell'esistenza.

Per cominciare.


Non sarà la solita, noiosa, accademica riflessione sul significato delle parole. Pur essendo stato addestrato per lunghi anni all'antica arte di eviscerare la favella alla corte del professor Eco, questa è una riflessione ed una condivisione su ciò che andiamo perdendo di giorno in giorno: la capacità di parlare. Molti hanno detto che la parola ci distingue dagli animali, ma ciò è vero solo in parte. Anche gli animali comunicano attraverso suoni, versi, a volte impercettibili. Ma allora perchè essa è un dono e perchè è il vanto della nostra specie?
Il motivo più evidente è il suo carattere polimorfo e polifunzionale. Parlare non significa soltanto comunicare agli altri esseri umani la nostra condizione nel mondo: parlare significa capire, capirsi, giocare d'anticipo o rispondere alle situazioni che presentano il conto presso di noi. La parola è lo strumento principe attraverso il quale il mondo si dà alla nostra comprensione. L'atto di nominazione, di per sè stesso arbitrario, è identico a quello affidato ad Adamo, il quale ebbe il potere di chiamare cose ed animali con la sola emissione di suoni che rendessero ragione agli oggetti, qualificandoli come infinitamente vari e differenti fra loro.
Dunque il potere di descrivere noi ed il nostro mondo. Esteriore ed interiore.
Purtroppo però al giorno d'oggi il potere della parola viene sacrificato all'aberrante ritmo vitale che ha preso il nostro mondo. La società dell'azione ha bandito la parola, l'ha messa al margine a favore di un linguaggio (perchè è pur sempre un linguaggio) votato al movimento disordinato, troppo spesso riconducibile a quello delle dita su un telefono o su un pc. Ma d'altra parte bisogna essere realisti e comprendere che i tempi cambiano. A patto che si riacquisti la fiducia nelle parole. In questo evo moderno parlare è sintomo di morbosa curiosità, di interrogazione inquisitoria, di una prolissa personalità che cerca in qualche modo di non agire, secondo quelli che sembrano descriversi come i nuovi canoni della sopravvivenza. Siamo atterriti da ciò che potremmo dire e da ciò che potremmo sentirci dire. Perchè non sappiamo come rispondere, perchè la nostra lingua si è atrofizzata e i nostri muscoli sono in preda a sindromi ipercinetiche acute. Perchè dobbiamo muoverci, in silenzio e possibilmente in gruppo.
Al bando la solitudine, il disvalore della verbalità. Canoni inutili, giustiziati con lentezza e con inesorabile violenza da una società dell'agire che non ha fondamenti. Se ci fermassimo solo un istante ci accorgeremmo che il nostro moto è comandato da una sola esigenza: quella di non morire. Perchè non sappiamo più farci aiutare, perchè l'aiuto abbiamo disimparato a chiederlo. Perchè amiamo con approssimazione le persone che ci stanno intorno, perchè anche con coloro che amiamo le ali del dialogo sono tarpate. Dalla paura dei confronti, dalla paura di rimanere soli. Ma non lo siamo già un po' tutti?