lunedì 26 gennaio 2009

Il narratore di Istorie.


Ho provato un milione di volte a scrivere un libro. Ci penso ogni giorno che passo su questa terra, perché dentro di me c’è una instancabile voglia di raccontare qualcosa, forse di raccontare me stesso in una sorta di vendetta nei confronti di quelli che non sono mai riusciti a capirmi completamente. O forse perché è il desiderio di ciascuno di noi quello di potersi esprimere in totale libertà, senza che questo venga interpretato come un abuso del proprio diritto di parola ovvero marchiato di inutilità, in quanto non si danno soluzioni specifiche ai problemi della vita, ma ci si limita a parlare di sé stessi.
Ma le difficoltà che si incontrano nell’iniziare questo processo sono davvero molteplici e ciascuna di esse è un vero e proprio dilemma esistenziale. In primo luogo vi è la sindrome del foglio bianco, questa enorme distesa lattea che inibisce un qualsiasi povero diavolo nel cercare di riempirla con parole che, inseguendosi, non solo producano un senso, ma ne diano al mondo circostante in una forma che fino ad ora non si conosce. La pagina da dipingere con le pennellate del verbo è la costante sfida di chi apre una discussione con il proprio animo: le sensazioni che noi proviamo sono eventi che non hanno nome, che quasi non possono essere colte a causa della velocità con le quali accadono al nostro interno. Solo una riflessione ponderata potrà portare in seguito ad una strutturazione di quel vissuto istantaneo, con tutte le considerazioni che si possono fare nel caso di una marcata autocritica.
C’è da dire poi che parlare di sé stessi in maniera autentica è sempre un po’ difficile. Siamo come i giocatori di baseball quando il gioco li blocca fra due basi e non possono muoversi fino a che dalla posizione di battuta qualcuno non produca un evento straordinario che mobilita gli altri. Noi abbiamo due guardiani quando ci analizziamo, due Cerberi spaventosi che ci costringono all’immobilità ed allo stallo: da una parte c’è la paura di esagerare, di eccedere nello spirito di contestazione, apparendo o troppo severi, o addirittura troppo costruiti, come se attraverso le nostre parole noi tentassimo in qualche modo di farci compatire da chi ci legge o chi ci ascolta. Insomma, l’autocritica diverrebbe una sorta di velata autocommiserazione. Dall’altra parte invece noi corriamo il rischio di essere fin troppo indulgenti, consegnandoci ad una retorica dell’elogio delle nostre qualità interiori.
Ma siccome scrivere è sempre parlare un po’ di sé stessi, finchè non si trova una giusta misura, che è innegabile, non si può provare l’esperienza della narrazione. Risulterebbe incompleta, pendente, addirittura priva di un filo guida. Scrivere è forse la più intima delle arti e il farlo riuscendoci merita un rispetto particolare, perché indica da parte di chi lo fa, una rara capacità di mettere le carte in tavola. E non tutti ne hanno il coraggio.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Grazie Gianluca, condivido molto e sono felice che la tua assenza da FB abbia prodotto ciò che sto leggendo. Continua così.Paola