martedì 13 gennaio 2009

Per cominciare.


Non sarà la solita, noiosa, accademica riflessione sul significato delle parole. Pur essendo stato addestrato per lunghi anni all'antica arte di eviscerare la favella alla corte del professor Eco, questa è una riflessione ed una condivisione su ciò che andiamo perdendo di giorno in giorno: la capacità di parlare. Molti hanno detto che la parola ci distingue dagli animali, ma ciò è vero solo in parte. Anche gli animali comunicano attraverso suoni, versi, a volte impercettibili. Ma allora perchè essa è un dono e perchè è il vanto della nostra specie?
Il motivo più evidente è il suo carattere polimorfo e polifunzionale. Parlare non significa soltanto comunicare agli altri esseri umani la nostra condizione nel mondo: parlare significa capire, capirsi, giocare d'anticipo o rispondere alle situazioni che presentano il conto presso di noi. La parola è lo strumento principe attraverso il quale il mondo si dà alla nostra comprensione. L'atto di nominazione, di per sè stesso arbitrario, è identico a quello affidato ad Adamo, il quale ebbe il potere di chiamare cose ed animali con la sola emissione di suoni che rendessero ragione agli oggetti, qualificandoli come infinitamente vari e differenti fra loro.
Dunque il potere di descrivere noi ed il nostro mondo. Esteriore ed interiore.
Purtroppo però al giorno d'oggi il potere della parola viene sacrificato all'aberrante ritmo vitale che ha preso il nostro mondo. La società dell'azione ha bandito la parola, l'ha messa al margine a favore di un linguaggio (perchè è pur sempre un linguaggio) votato al movimento disordinato, troppo spesso riconducibile a quello delle dita su un telefono o su un pc. Ma d'altra parte bisogna essere realisti e comprendere che i tempi cambiano. A patto che si riacquisti la fiducia nelle parole. In questo evo moderno parlare è sintomo di morbosa curiosità, di interrogazione inquisitoria, di una prolissa personalità che cerca in qualche modo di non agire, secondo quelli che sembrano descriversi come i nuovi canoni della sopravvivenza. Siamo atterriti da ciò che potremmo dire e da ciò che potremmo sentirci dire. Perchè non sappiamo come rispondere, perchè la nostra lingua si è atrofizzata e i nostri muscoli sono in preda a sindromi ipercinetiche acute. Perchè dobbiamo muoverci, in silenzio e possibilmente in gruppo.
Al bando la solitudine, il disvalore della verbalità. Canoni inutili, giustiziati con lentezza e con inesorabile violenza da una società dell'agire che non ha fondamenti. Se ci fermassimo solo un istante ci accorgeremmo che il nostro moto è comandato da una sola esigenza: quella di non morire. Perchè non sappiamo più farci aiutare, perchè l'aiuto abbiamo disimparato a chiederlo. Perchè amiamo con approssimazione le persone che ci stanno intorno, perchè anche con coloro che amiamo le ali del dialogo sono tarpate. Dalla paura dei confronti, dalla paura di rimanere soli. Ma non lo siamo già un po' tutti?

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