venerdì 29 gennaio 2010

Stasera non esco.


Ma sì. Facciamoci insultare un altro po'. "Maddai, che vecchio sei? A casa il Venerdì sera, alla tua età? Ma che vergogna! Non te la fai una bella vomitata in qualche angolo di strada insieme a noi? O una capatina in quella discoteca piena di straniere che cercano il tipo che ha speso l'ultimo stipendio per noleggiare quella Lamborghini gialla parcheggiata là fuori?". No, grazie, guardate. E' tutto molto allettante, ma io stasera vado a comprare le corde nuove per la chitarra e poi ho la serata Crime su Italia 1, per cui penso che starò a casa. E poi, piove e fa freddo, non è che sia in formissima. Ma grazie, sarà per la prossima volta sicuramente. No, anzi, sapete che c'è? Per stasera voglio essere sincero. Si tratta della mia età biologica, sentendomi un novantenne, non mi è permesso divertirmi alla maniera dei giovani di oggi. Questione di vedute differenti. E di acciacchi mentali vari. Ma non vi preoccupate, a casa non verserò lacrime, sentendo le voci della gioventù schiamazzante che si diverte nelle strade. Al limite, se butta male, mi infilerò il cappotto sulla tuta e mi farò una passeggiata, con l'Ipod nelle orecchie, tutto solo. Massì. Posso farcela, che nessuno si preoccupi (anche se non sento cori di disappunto o di dispiacere sollevarsi in mio conforto). Insomma, stasera sto a casa, domani non lo so. Ma è probabile che replichi. E buona serata a tutti.

martedì 26 gennaio 2010

Capirsi.


Ho riflettuto tante volte sulla grande difficoltà di farsi capire, di rendersi intellegibili. Spesso la confusione si viene a creare per un nostro errore di partenza, un qualcosa che ci spinge inconsapevolmente a porci in maniera obliqua o addirittura ostile nei confronti dei nostri interlocutori. La difficoltà di spiegare le nostre ragioni e, in definitiva, parte di ciò che siamo nella nostra piccola porzione di società, da un punto di vista sia psicologico che emotivo, è direttamente proporzionale al grado di conoscenza che si ha di una persona con la quale ci si interfaccia. Man mano che la si conosce, si acquisisce quella che, in maniera popolare, viene definita confidenza, cioè un meccanismo nel quale tutto, man mano che si procede in avanti e si estendono i campi di interazione, diviene più o meno lecita merce di scambio. Più si riesce a mettere in piazza di noi stessi e più la persona con la quale interagiamo è nella posizione di ascoltarci e, voglia Dio, capirci qualcosa, tanto più saranno rapidi i tempi di assimilazione delle rispettive personalità e tanto più completa sarà la conoscenza. Dalla quale poi, si può passare alla vera e propria amicizia, se gli aspetti indivduali condivisi trascendono la sfera del puro sociale e si ritrovano nell'emotivo profondo.
Bel discorso, eh? Mi ci sono impegnato per farlo, sudando come un ragazzino del liceo alla prima interrogazione di latino. Ora, mettete caso che tutto questo bel papiro di spiegazioni, più o meno condivisibili, venga stravolto all'improvviso, ed in che modo? Semplice, conoscendo persone che stravolgono non solo la tua percezione, ma il senso stesso del tempo. Lo rendono di qualità e accorciano mostruosamente tutto, financo (mi piace quando sono aulico!) la distanza effettiva che ti separa da quella persona. Come la metti, adesso? Smarrimento. Perchè? Ma forse perchè ci siamo un po' disabituati a vivere le emozioni con intensità, delegando tutto allo scorrere di un tempo, complice dell'oblio e fatale diluente del nostro nettare di vita. Voglio dire, se qualcuno riesce a prenderti, capirti e vivere insieme a te le tue emozioni nel giro di poche ore, dobbiamo pensare per forza che siamo troppo suscettibili? Non possiamo, per un attimo, abbandonarci all'idea che esistano esseri umani che non fanno alcuna fatica ad accogliere le nostre istanze e condividerle con semplicità e sincero amore? Come diceva quella frase del Piccolo Principe? "L'essenziale è invisibile agli occhi". Credo fosse quello il senso dell'affermazione.

venerdì 22 gennaio 2010

Ministro, 102 volte grazie.


102. Centodue. E' il numero dei curricula che ho spedito in circa dieci giorni, anzi meno. Nove. 9. Sono, più o meno, dieci curricula al giorno, che staranno in giacenza fino a fine Febbraio e poi partiranno nuovamente. E questo ripetuto a scadenze regolari negli ultimi tre anni. E' un destino comune a molti miei coetanei, questo tragico "rimboccarsi le maniche", come ha suggerito di fare il ministro Sacconi. Grazie, Ministro, senza il suo prezioso consiglio sarei morto asfissiato dalla mia scarsa voglia di lavorare. Senza di lei che mi sussurra nelle orecchie: "I giovani devono accontentarsi anche delle mansioni più umili", non avrei saputo come fare ad andare avanti, mentre facevo il barista, l'inventarista, regalando rose alla porta di una profumeria, stando con la cornetta di un telefono appiccicata alla faccia in un call center o cercando di vendere telefonini e contratti imbroglio nei centri commerciali. Grazie Ministro, da parte mia e delle mie due lauree, di cui una di valore EUROPEO, non nazionale. Sono tre anni che mi barcameno, permetta che adesso le suggerisca io un paio di cose nelle sue grandi orecchie di ministro, cosicchè lei possa trasferire il tutto ai suoi 910 colleghi del Parlamento, o quanti essi siano ( si perde il conto delle persone, purtroppo non dei soldi che guadagnano).

Le vorrei suggerire un paio di domande: dove sono i collegamenti fra scuole e mondo del lavoro? Come mai uno che ha fatto mille sacrifici, insieme alla propria famiglia, non ha la certezza etica di trovare un lavoro, uscito dall'università, come accade negli altri paesi d'Europa? No? Le cito la Germania, tanto per rimanere in UE? Lei ha amici in Germania? Io sì e lavorano tutti, con la laurea presa in Italia e guadagnano tutti bene. Da subito. Vogliamo uscire dall'UE ma rimanere in Europa? La Norvegia. Uno come me guadagnerebbe lo stipendio base di un quarto livello, moltiplicato per 8.5. Da subito.

L'altra domanda è la seguente: com'è questa storia che nel resto del mondo un dottorato di ricerca è una naturale evoluzione di un percorso di studi, peraltro ben pagato, oltre che un diritto ed in Italia è un privilegio, riservato a qualche figlio di amici? No? Ha mai fatto domanda per un dottorato, Ministro? Ecco, allora sappia che ci sono dei geni autentici a piedi.

Ma lei ha ragione, bisogna arrangiarsi. L'italiano è il maestro dell'arte dell'arrabattarsi. In tutti i campi. Vedo che anche in politica è così, eh.

giovedì 21 gennaio 2010

Abbiate Fede (se potete).


Io non vorrei davvero dare l'impressione che questo blog sia riservato ad esprimere una parte del mio carattere talmente buia e contorta, che non possa essere mostrata nella quotidiana realtà sociale in cui sono immerso. Piuttosto, io credo che lo scrivere sia davvero il mezzo più adeguato ad andare in fondo ai miei pensieri più importanti; ritengo altresì che la parola (quella messa nero su bianco) sia l'arma più potente di comunicazione con il prossimo, quella che più risalta nella sua chiarezza, senza dover stare a precisare trenta volte quello che si ha in testa. Perchè prima di scriverlo, ovviamente, lo si pensa e dopo averlo scritto lo si aggiusta. Voglio perciò che la riflessione che segue possa essere un motivo positivo nella testa dei miei lettori (che pretesa avere dei lettori, oltretutto "miei", ma fatemi sognare, ogni tanto!).

In questi giorni mi è capitato di pensare un po' al mio rapprto con la fede, rapporto che, per chiarezza vado a snocciolarvi. Io sono stato educato in una famiglia cattolica e vi posso dire subito e con assoluta certezza che non ho subito alcuna sorta di indottrinamento forzato. Prova ne è il fatto che ho una sorella che, pur essendo cresciuta nel medesimo ambiente, vedendo gli stessi amici e provenendo dalla stessa famiglia, si reputa agnostica ed è contenta così. Escludo anche il fatto di essere più suggestionabile e quindi più influenzabile, sono una testa calda e difficilmente mi adeguo al contesto (in tutto). Sono cresciuto con un profondo rispetto per il mio senso della fede e, man mano che crescevo, ho imparato che Dio non è nelle parole dei libri, nè tantomeno negli anatemi lanciati da membri illustri della classe sacerdotale, ma in ogni cosa che facciamo durante le 24 ore del nostro giorno, siano esse buone o cattive. Eh sì, perchè se Dio è tutto, ha anche a che fare in qualche modo con le cose che ci sembrano ingiuste ad un primo sguardo. Non parlo delle disgrazie che noi esseri umani provochiamo con comportamenti sconsiderati (mi fanno ridere quelli che, come giustificazione al loro non credere, portano la guerra, la fame o robe simili. Dicono: "Se Dio esistesse lo eviterebbe!". Ma che vuol dire? Dio deve impedire ad ogni singolo essere creato di fare il cretino? Ma piantiamola!).
A volte il Dio in cui credo interviene nelle vite di ciascuno di noi e ci "dona" una sofferenza, chiamata in gergo "prova". Chi di noi non ha mai affrontato una malattia, personalmente o stando vicino ad una persona cara, un momento di sconforto, la fine di un sentimento? A volte però gli eventi sono talmente drammatici che, anche la persona più radicata nella propria fede, vacilla sotto i colpi di qualcosa apparentemente impossibile da sopportare, una separazione imminente, una lunga sofferenza fisica, la morte. Come ci si pone di fronte a tutto questo?

Io non ho una risposta, posso solo dirvi quello che ho fatto io, situazione per situazione. So che è difficile ragionare con la testa altrui, impossibile indicare una via maestra da seguire. Io credo di aver capito con il tempo che qualsiasi cosa, per quanto straziante ed incomprensibile possa essere, sia comunque un modo di parlare al nostro spirito, ma anche alla nostra carne. Come tutti gli esseri viventi, nasciamo e cresciamo, bene o male. Come tutti moriamo, prima o dopo. Quando queste cose avvengono "fuori tempo" o incolpiamo la biologia, ma mi sembra francamente una perdita di tempo, oppure ci fermiamo un attimo e proviamo a leggere fra le righe di quanto abbiamo attraversato o stiamo ancora affrontando. Posto che non possiamo cancellare il dispiacere ed il dolore provati.

venerdì 15 gennaio 2010

Mozziconi.


Ora, io mi rendo conto di essere alle volte un tantino scostante, tanto da sembrare forzatamente radicale nelle mie prese di posizione. Forse l'impressione è data dal fatto che dico la mia su questioni di una imbarazzante semplicità e che hanno a che fare con la vita quotidiana e con il senso comune delle cose che ci circondano. Spesso tento anche di addentrarmi nella sfera dei sentimenti, ma quello è un lavoro troppo variegato e complesso, tanto che anche la posizione più estrema rimane comunque sempre e solo un'idea fra le altre. Faccio questa prolissa premessa circa il mio modo di pormi nei confronti di chi mi legge, perchè il tema di questo post è di una imbarazzante normalità, che non vorrebbe avere l'onere di scadere nel banale, ma se non presto attenzione, lo condanno a detta fine. Qual è l'argomento? I mozziconi delle sigarette.

Sì. avete capito benissimo. Stamattina mi sono recato alla Nuova Biblioteca Lazzerini di Prato, un mega progetto, fortemente voluto dal sindaco Mattei ed ancora in fase di completamento. Si tratta di una struttura ricavata da vecchi edifici industriali della città e, a quanto pare, è una delle biblioteche più grandi per numero di volumi disponibili, circa 250.000 che, udite udite, sono un quarto di milione di libri. Senza contare le decine di postazioni Internet, totalmente gratuite, punti di accesso Wi-fi, possibilità di noleggiare gratuitamente qualsiasi supporto immaginabile, dvd, cd musicali e con una vasta scelta di riviste e quotidiani da tutto il mondo. Insomma, un polo culturale all'avanguardia, rispetto all'orrenda media italiana, un paradiso per bibliofili e non, un luogo di ritrovo per giovani e meno giovani, un polo di attrazione incredibile (anche perchè legato strutturalmente al contiguo Museo Internazionale del Tessuto. Mentre mi apprestavo ad entrare nell'immensa hall, che accoglie ogni visitatore meravigliato, una ragazza che stava entrando prima di me fa l'ultimo tiro di sigaretta e la lancia per terra, ma neanche nella parte del cortile ancora in fase di lavorazione (che già sarebbe un'operazione orribile), no, sulla pietra serena dell'ingresso esterno. Faccio notare che il portico è dotato di due comodi posaceneri di sabbia, creati appositamente per l'occasione. Ecco, ho pensato. Questo è il motivo per cui in Italia o non funziona niente, o tutto marcisce velocemente. Ce ne fottiamo, mi si passi il termine. Siamo allergici alle regole, ma che dico, al caro vecchio buon senso, non ci atteniamo alle semplici e funzionali indicazioni che gli stessi costruttori ci danno. Se esiste un modo per non inquinare e sporcare perchè non usarlo? Perchè, soprattutto i ragazzi di oggi, sono dei cafoni ineducati, delle bestie senza un briciolo di cervello. E peggio di loro sono quegli sprovveduti che li han messi al mondo. Sto calcando la mano? E' meglio che mi fermi qua e che lasci a voi il resto delle riflessioni. Vi lascio con una frase del mitico Lino Banfi, tratta dal suo "Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio"; proprietario di un negozio di elettronica, trovando il proprio commesso a farsi la barba con la lametta BIC gli dice: "Stronzo è troppo poco, aggiungi tu il resto!".

martedì 12 gennaio 2010

Un anno è passato.


Sembra una vita. E invece è passato solamente un anno. Con tutte le cose che sono successe, nel mondo e nella mia vita, certe volte ci si guarda indietro e ci si rende conto di aver fatto corse interminabili lungo strade sconosciute, affascinanti, a volte pericolose, a volte fantasticamente brillanti e piene di cose buone. Il mio blog compie un anno.

Volevo semplicemente ringraziare tutti coloro che sono passati, semplicemente leggendomi, lasciando una traccia o facendomi pervenire in qualsiasi forma e attraverso qualsiasi mezzo la loro idea, la critica, il commento o il ringraziamento. E' emozionante sapere che ci sono persone che seguono la tua evoluzione, si interessano a quel che scrivi e pensi e ti mostrano un immenso affetto. Sono sicuro di poter sempre contare su quei pochi, ma ottimi fedeli compagni di viaggio, che mi fanno sentire ogni giorno meno solo, ogni giorno sempre più supportato.

Grazie di cuore.

sabato 9 gennaio 2010

L'importanza della parola nel mondo virtuale.


Man mano che procediamo attraverso questo nostro futuro incerto, l'unico dato che ci sentiamo di affermare con sicurezza è quello che definirei "smantellamento della corporalità". Noi siamo individui, esseri umani dotati di organi interni, capacità sensoriali e facoltà di pensiero e problem solving. La cosa, parzialmente sconcertante, ma non certo da condannare, perchè figlia dei tempi (non mi piace molto la definizione, ma calza bene per una serie di motivi) è che carne, animo ed intelletto sono messi a servizio di mani ed occhi, che sono lo strumento di accesso privilegiato ai mondi virtuali. Ormai siamo parte integrante di un sistema che ci "costringe" a veicolare ogni sorta di emozione attraverso l'utilizzo della parola. I telefoni cellulari, cosa ormai nota, ci hanno sollevato dall'imbarazzo di fare lunghi e complicati discorsi faccia a faccia, grazie all'utilizzo degli sms. Il web si è riempito di chat, messaggerie istantanee, sistemi di realtà virtuale gestiti tramite l'uso di strumenti di dialogo sempre più complessi e questo, ovviamente, ha fatto sì che ogni sorta di interazione fra due esseri umani fosse affidato alle parole e alla loro forma e al loro contenuto. In particolare, le realtà virtuali, prima fra tutte Second Life, vengono definite da i resident (così si chiamano gli ospiti) come dei giochi, nei quali tutto più o meno è concesso, ma è subordinato in ogni caso a quelle che vengono definite "animazioni consensuali". Insomma, c'è di buono che nessuno può usare violenza su di un altro ospite. Il problema è che molti resident cominciano a scambiare la realtà con la finzione, assumendo ruoli precisi all'interno di relazioni sentimentali, ovviamente non fisiche (anche se gli avatar tridimensionali possono avere contatti di ogni genere). Da quel tipo di animazioni, per chi comincia a crederci, il passo è abbastanza breve. Essendo l'utilizzo della parola l'unico vero mezzo di contrattazione in quel tipo di realtà, ecco che si sprecano pompose dichiarazioni d'amore, i quali toni sono più o meno tutti simili. Così la parola, lo strumento più nobile della nostra capacità di essere sociali, viene svenduta al prezzo di una carnalità impossibile, in un giro di "copy and paste" di rime amorose tutte uguali. Si accede ad una sorta di serialità, nella quale ogni due mesi viene cambiato l'avatar di riferimento, ma le parole sono sempre e comunque le stesse. La cosa peggiore è il fatto che spesso le persone imbrigliate in questo genere di attività, veicolano medesimi messaggi con le stesse parole nella vita vera così come in quella virtuale. Creando ovviamente una confusione dalla quale loro sono i primi incapaci ad uscire. Di fatto il mio non è un tentativo di demonizzare questo tipo di interazioni, bensì di prendere una sana distanza dalle loro derive psicotiche. Io stesso uso molto il web e le parole per comunicare, il titolo del mio blog la dice lunga. Ma ho coscienza dell'utilizzo che faccio delle mie parole e cerco sempre di differenziare al massimo l'approccio verbale con ciascun interlocutore. Non mi piacciono le risposte in serie, non amo le cose tutte uguali. Insomma, a ciascuno il suo, è una questione di rispetto.

venerdì 1 gennaio 2010

L'anno che verrà.


E così archiviamo il 2009. Un anno intenso. No, siamo sinceri, un anno difficile. E' successo un po' di tutto ed anche un po' di più. Delusioni lavorative, apprensioni in famiglia, toste prove d'amore, ovviamente mal risolte o non risolte per niente. Poi ti capita che, mentre sei sospeso nei tuoi pensieri, fra buoni propositi e tristi rimpianti, ti fai un ultimo dell'anno con un amico da una vita e tante persone interessanti, in una grande città, che troppo spesso trascuri o non visiti ma che sta dietro casa tua. E ti torna il buon umore, la voglia di parlare, di scherzare, di stare con le persone. Allora arriva il nuovo anno ed è repentino: archiviare quello che è successo l'anno precedente, pensare che di fronte abbiamo sicuramente qualcosa di migliore, di più divertente, di più dinamico e sorprendente di quanto hai visto fino ad ora.

Io sono una persona buona e nonostante tutto il male che mi si possa fare, continuo a provare affetto per le persone che piombano nella mia vita, che lasciano un segno nel bene e nel male. E quest'anno ce ne sono state. Le donne hanno lasciato segni profondi ed assai dolorosi: bugiarde, disoneste, sempre ambigue fino a negare sè stesse. Oppure troppo spaventate dalla loro esistenza, per decidere in ogni momento di vivere le cose belle, senza complicare troppo il pane, come avrebbe detto il buon Samuele Bersani con i suoi Giudizi Universali.

E, a dire il vero, degli universali sull'umanità che mi circonda, credo di poterli estrapolare dai comportamenti delle femminucce. Ho conosciuto tante persone, molte in questo ultimo anno. Chi è sparito dalla mia vita ha fatto tutto da solo, parliamoci chiaro. Io so perfettamente di essere una totale ed assurda menata di uomo, complicato, incazzoso, un filo presuntuoso ed a tratti irriverente. Ma sono sempre onesto e diretto, non ho problemi a dirti cosa mi sta sul groppone di te e che cosa secondo me non stai raccontando. Come non faccio fatica ad esprimere ciò che provo per te di bello e di coinvolgente. Ma le persone che hanno a che fare con me, a discapito dell'anagrafica, hanno degli spiriti fanciulleschi, che perdono interesse per le cose quasi subito, come le gomme che consumano il proprio gusto dopo mezz'ora di masticazione. E, oltre a questo, nessuno di coloro che si è fatto di nebbia, ha avuto il coraggio di affrontare i propri sentimenti, le proprie paure e i propri personali demoni.

Pazienza, lo dico con serena rassegnazione, ma certo non si aspettino che io torni sul loro cammino a cercarli. Basta. Ottimo proposito per il 2010. Questo sarà il mio anno, nel senso che lo dedicherò a Gianluca Monti, che per troppo tempo ho trascurato per nutrire gli spiriti finti degli altri. Se sentiranno la mancanza, che vengano pure, io (IO) non chiudo la porta a nessuno. Basta bussare ed un caffè con biscotti od una fetta di torta c'è per tutti quanti. Quindi buon 2010 a tutti (TUTTI) quanti, trovate la vostra strada e finalmente percorretela. Io sarò felice per voi, se ne sarete capaci.