
Il film "The Mission" rappresenta una pietra miliare del cinema contemporaneo mondiale. Magistralmente diretto da Roland Joffe e interamente musicato dal Maestro Ennio Morricone, il quale però non vinse per la meravigliosa suite, il premio Oscar, Mission racconta la storia di una missione di Gesuiti nell'America amazzonica di metà 18° secolo, costretta a lavorare nella continua spartizione di quelle terre fra i cristianissimi spagnoli e i portoghesi atei. La storia nella storia è il racconto della conversione di un cacciatore di schiavi spagnolo, Rodrigo Mendoza, il quale, dopo avere ucciso il fratello rivale in amore, passa sei mesi chiuso in una cella della missione mangiando solo pane ed acqua ed evitando ogni contatto con altri esseri umani. La toccante storia del suo percorso spirituale, fino alla morte, un sacrificio perpetrato per difendere con le armi la libertà di un popolo che lui stesso aveva per anni vessato, ha il suo culmine proprio all'inizio del film.
Per espiare la propria colpa e riuscire a prendere i voti, Mendoza sceglie di trascinare per foreste e cascate immense il suo fagotto da guerriero, una rete entro cui sono chiuse le armi dell'uomo ed assicurato al suo corpo con una lunga fune. Con questo fardello, seguito dai Guaranì della missione e dagli stessi Gesuiti, Rodrigo cammina per giorni, lungo territori impervi, trascinandosi dietro il sacco, spesso rischiando letteralmente la vita a causa delle asperità dei luoghi percorsi. Non una parola proferisce il nobile, non viene mai aiutato perchè egli stesso lo rifiuta espressamente.
Quella scena mi ha fatto riflettere molto su quanto spesso l'accollarsi letteralmente la responsabilità delle proprie azioni sia una pratica che noi tutti tentiamo di sfuggire con acuta perizia. Trascinare le nostre debolezze, le nostre fragilità, le nostre manchevolezze non significa nascondere polvere sotto il tappeto. La corda che ci lega strettamente a ciò che siamo, nel bene o nel male è il nostro senso di responsabilità, che segna profondamente la nostra carne e ci avverte, strattone dopo strattone, passo dopo passo, che siamo vivi e che dobbiamo essere consapevoli delle nostre opere, che esse creino il sorriso o procurino il pianto negli altri. Non dobbiamo cercare il conforto di parole vuote, nè l'aiuto di mani esterne. La nostra coscienza deve essere nuda dinanzi alla prova. Io credo che questo sia il vero messaggio della vita, anche e soprattutto per chi, come me, è un cristiano profondamente credente. Di fronte al giudizio, prima ancora di Dio, della nostra anima, noi siamo soli, ma non indifesi. Ciascuno di noi ha la forza e la capacità di cercare il riscatto, il perdono alla propria anima, salendo verso l'alto dell'esistenza, percorrendo controccorrente gli ostacoli.
Pregando di non cadere, cercando la luce per compiere in ogni istante il passo giusto. Ricercando quel fagotto pieno di imperfezioni anche quando, come Rodrigo, lo si perda per strada. Almeno fino a che dentro di noi non si faccia chiara la consapevolezza che basti, che siamo giunti a capirci, a giudicarci. A perdonarci. Imparando anche così a perdonare anche gli altri.