martedì 9 febbraio 2010

La bellezza sta negli occhi di chi guarda.



L'altro giorno ascoltavo lo svolgersi di una conversazione, all'interno di una delle tante trasmissioni pomeridiane in televisione. Come quasi sempre, l'argomento trattato erano i rapporti di coppia, soprattutto la fase che si potrebbe definire preliminare, cioè quella dell'infatuazione. E, come al solito, l'opinionista si turno sfodera il mitico adagio, secondo il quale "la bellezza sta negli occhi di chi guarda". Subito da tutti bollata come una roba ingenua, tipica di un quattordicenne dei romanzi in stile "Tre metri sopra il cielo". Forse la cosa è un po' più complessa ed articolata di come sembri. Innanzitutto occorre fare un lavoro preliminare, cioè quello di scomporre il motto in due parti distinte, analizzarle separatamente e poi ricombinarle secondo il senso comune. Ad un primo sguardo, notiamo che le grandezze in gioco sono due: la bellezza, un concetto talmente soggettivo che occorrerebbe ripartire dalla definizione che ne danno i dizionari; l'osservazione, quindi un atto, in questo caso interattivo o comunque dotato di una logica causa effetto bidirezionale, cioè che agisce sull'osservatore e sull'osservato con effetti non prevedibili. 
Analizziamo per un attimo il primo concetto: quando possiamo affermare con certezza che una cosa è bella? Alcuni fanatici delle proporzioni ci potrebbero addirittura fornire formule e numeri che indicano misurazioni precise per descriverci che cosa sia la bellezza (poniamo ad esempio la distanza fra gli organi esterni che compongono il volto umano, terreno di studio dei chirurghi plastici) e con esse tutta una serie di raffronti e rapporti di corrispondenza. Ma già sappiamo che ci serviranno a molto poco. Il motivo è abbastanza evidente: la bellezza, ovvero la facoltà di rimanere positivamente impressionati da un dato sensibile che si dia alla nostra percezione visiva, dipende da una serie di disposizioni e predisposizioni di varia natura (psicologica, emotiva, sociale); ciò significa che noi tendiamo ad identificare come "bello", ciò che in realtà è consono alla nostra visione della vita in quel preciso istante, ciò che entra in vibrazione con le nostre corde. Non è così ingenuo pensare a questo meccanismo, per quanto detto prima: giudicare "bello" qualcosa, significa investirlo di una serie di valori che provengono innanzitutto dall'educazione ricevuta e dalle esperienze vissute, quindi da un background psicosociale ben definito. La componente emotiva è certo presente, ma non preponderante, a mio avviso.
Per ciò che riguarda l'atto di osservare, non ci troviamo neanche in questo caso di fronte ad un atto privo di basi logiche e razionali. Quando osserviamo qualcosa ne modifichiamo da subito la natura stessa, per cui l'atto stesso del guardare non è riconducibile ad un mero "vedere" una forma. L'osservazione opera su due piani: uno analitico, che scompone le forme plastiche dell'oggetto osservato ed uno sintetico che tenta di riassumere ed armonizzare quanto visto come insieme scomponibile. L'atto ri-combinatorio delle forme sul piano plastico è il passaggio chiave, che rende ragione della scelta di un percorso interpretativo da sondare. Se noi osserviamo sempre lo stesso volto umano, possiamo notare che esso ha una bocca (carnosa o sottile), due occhi (non sempre, ma comunque di colore uguale o diverso fra loro), un naso (dalle varie forme). L'armonizzazione delle forme porta ad intraprendere il giudizio estetico intermedio, che nella fase finale del nostro atto si combina con le motivazioni sociali, psicologiche ed emotive di cui si discuteva in precedenza.
Così, si arriva alla lettura completa dell'adagio. Come si coniuga tutto ciò con la questione dei sentimenti e dei rapporti di coppia? Qui credo che stia l'errore fondamentale nel quale spesso si cade, cioè pensare che, trattandosi di una percezione soggettiva, si debba considerare questo particolare atto di osservazione come banale, inappropriato a descrivere le meccaniche di interazione fra soggetti estranei, quando invece abbiamo visto che sono rintracciabili delle categorie oggettive di analisi di un comportamento osservativo-interattivo. E' altresì chiaro che non tutto è riconducibile alla logica, ma abbiamo buoni margini per costruire una base razionale di discussione, senza timore che la componente emotiva rovini tutto. In realtà tutta la possibile analisi da compiere (in maniera certo più estesa) tenderebbe a dimostrare come i modi di dire siano tutt'altro che modi retorici di accesso al senso comune e che questo non sia altro che il modo in cui noi viviamo l'esistenza quotidiana; per cui è stupido dire che il modo di dire sia banale o non oggettivamente categorizzabile. Come in tutte le cose, è possibile rintracciare variabili e costanti, queste ultime capaci di rendere attuale l'osservazione del microcosmo giornaliero di ciascuno di noi.

Nessun commento: