mercoledì 3 febbraio 2010

Se non condividi sei un mostro.



Lo sapete, no? Se non protesto, io non sono soddisfatto. Non sono me stesso, proprio no. Mi prende quel senso di oppressione al petto, che riesco a sfogare solo con mediocri invettive da pensionato ultraottantenne contro le mode dei giorni nostri e tutte le cose che vengono scambiate per innocui passatempi, ma che volete farci, sono fatto di piombo. In una parola: pesante.
Oggi, l'oggetto della mia pubblica indignazione sono, ebbene sì, alcune applicazioni presenti sul nostro amato e controversamente dibattuto Facebook. Non certo le cose divertenti, tipo Farmville o robe simili, che sono in effetti solo divertenti giochetti per perdere una mezz'ora. Mi riferisco più che altro a quelle insensate pagine sui drammi dell'umanità, tipo bambini malati di cancro, gente che muore di fame e così via. Ancora più nello specifico, da qualche giorno gira una catena di status di varia natura, che finisce sempre con la solita frase, qualcosa come "il 93% di chi legge non condividerà, ma almeno tu cerca di essere nel 7% di quelli buoni", sempre riferendosi ad immani tragedie, perlopiù private. Un aggettivo per descrivere queste applicazioni? Schifose. E vi dirò di più: sono molto orgoglioso di non appartenere a quel 7% che fa girare questi messaggi, per due motivi. Il primo è che spesso vanno a toccare corde importanti dentro di noi, ma ciò che avviene nel privato, per me, resta un fatto privato, che non deve diventare tema di applicazione o di status. Non intendo dire cose stupide tipo: "Chissà se lui mi pensa adesso"...L'aggravante di questo sistema di giro è la formula rituale, contenuta nell'ultima parte dei messaggi di stato. Come dire, se non condividi sei l'essere più riprovevole che sia mai esistito sulla faccia della terra. Che mi suono come un vago ricatto morale. A cui contrappongo un fermo: ma ci faccia il piacere. Facebook è sì un luogo di condivisione e le persone, me incluso, riescono ad infilarci molti aspetti della propria vita, senza problemi e senza il pensiero di fare una cosa fuori dal mondo. Ma c'è davvero un limite a tutto. Giocare col senso di colpa per cose così serie è un limite che non va assolutamente valicato. Io non lo valico e sono fiero di non farlo.

1 commento:

Paola ha detto...

invece di condividere queste cose, tiriamo fuori il cellulare e inviamo tutti almeno un SMS da 2 euro quando c'è una causa da sostenere... un modo semplice e alla portata di tutti per fare qualcosa anche se non si hanno tante possibilità economiche!
Anche una goccia d'acqua può diventare un mare.